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07.05.2016 - 17:150
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:41

RSI: non bisogna cadere nel tranello del costo per il costo. Giusto investire nelle grandi produzioni. Ma per altri programmi si può spendere meno

L'ANALISI - Falò e Patti Chiari sono gioielli. E il Quotidiano è eccellente. Come contribuenti siamo felici che la RSI li produca. Ma ci sono altri programmi che hanno costi sproporzionati. Discuterne significa voler bene all'azienda

di Andrea Leoni

La portavoce della RSI ha rilasciato in questi giorni alcuni commenti relativi ai costi dei programmi della radiotelevisione pubblica resi noti all'inizio della settimana.  Crediamo sia opportuno riprendere questi spunti offerti dall'azienda per proseguire in modo sereno e costruttivo il dibattito sul futuro di una delle più importanti realtà economiche, sociali e culturali del Cantone. 

Si dice che la RSI spende un decimo di Rai e Mediaset, nonostante il costo della vita in Svizzera sia di molto superiore a quello dell'Italia. Che una puntata di Falò costa grosso modo come una di Report su Rai 3. E che in buona sostanza questi dati dovrebbero tranquillizzarci circa la misura di quanto viene speso a Comano. Riteniamo questi paragoni impropri. Rai e Mediaset si rivolgono a un pubblico infinitamente più grande rispetto a quello della RSI, il cui bacino di riferimento è quello del Canton Ticino, dei Grigioni italiano e, più in generale, degli itolafoni che vivono nel resto del Paese.  Il rapporto è dunque tra questi potenziali spettatori e qualche decina di milione.  Semmai potrebbe dunque sorprendere il contrario: cioè che la RSI costi addirittura un decimo di Rai Mediaset e una puntata di Falò come una di Report. Circa.

Ma non bisogna cadere nel tranello del costo per il costo. Torniamo a ribadirlo per evitare fraintendimenti. Falò è un gioiello che incontra il favore di critica e pubblico. Patti Chiari è un'altra trasmissione di valore e di successo. E non c'è niente di sbagliato nel fatto che le grandi produzioni siano care. Per non dire del Quotidiano che realizza ogni giorno un prodotto eccellente. Come contribuenti siamo felici che la RSI assolva al suo ruolo di servizio pubblico se i programmi che produce sono come quelli appena citati o come altri che trovano posto nel palinsesto.

Il problema è nel resto. O per meglio dire in parte del resto. In quelle trasmissione che hanno senza dubbio dei costi sproporzionati.  E che si potrebbero fare (oppure non fare) spendendo la metà o giù di lì, senza assolutamente venir meno al mandato di servizio pubblico. Chi lo nega, o non sa o mente. E resistiamo, nonostante qualche insistenza, a "fare i nomi" di questi programmi non perché vogliamo sparare nel mucchio, ma perché abbiamo molto rispetto per chi, con scienza e coscienza, li realizza facendo il suo lavoro e non merita di essere messo all'indice sulla pubblica piazza.  

Abbiamo anche grande rispetto e considerazione del concetto di servizio pubblico e del ruolo che deve svolgere affinché una democrazia sia compiuta. E proprio per questo riteniamo un tragico errore utilizzare questo scudo per giustificare ogni cosa e per ancorarsi all'eterna filosofia del Gattopardo. Una filosofia che, piaccia o non piaccia, non troverà più appigli nel prossimo futuro.

L'azienda dice ancora per bocca della sua portavoce – che fa il suo mestiere e che noi rispettiamo, ci mancherebbe – che ridimensionare un pochino il peso in franchi complessivo del palinsesto equivarrebbe a ridimensionare la RSI, a ridurla a piccola emittente locale. Non è vero. Non è assolutamente vero. Non è quanto spendi a darti una dimensione. Con creatività, ingegno, coraggio, voglia di sperimentare, si possono costruire belle trasmissioni, a prezzi assai più ragionevoli, in grado addirittura di migliorare l'offerta complessiva.  Ed è esattamente questo eccesso di grandeur, che sconfina oltre il buon senso in alcune trasmissioni, il punto su cui chiediamo sommessamente all'azienda di riflettere. 

Si dice di che le nozze con i fichi secchi nel mondo reale non si possono fare. Qui non si tratta né di nozze né di fichi secchi. Ma soltanto di valutare se è possibile sostituire qualche banchetto, con un apero o una cena fra amici. E magari i soldi risparmiati investirli su qualche trasmissione del menù che meriterebbe più risorse. L'esempio lampante è "60 minuti": programma di punta della prima serata che con qualche fondo aggiuntivo potrebbe ulteriormente strutturarsi e crescere (a proposito: speriamo venga abbandonata la malsana idea di sostituire in video Reto Ceschi).  

La RSI deve riannodare in fretta il filo con la realtà, cioè con la sua realtà, che è quella del Canton Ticino: la popolazione ha lanciato chiari segnali di insofferenza nelle urne. Questi segnali vanno colti e tradotti in qualcosa di positivo. Significa diventare provinciali? Niente affatto! Significa rinunciare a fare grande e buona televisione o svilire il proprio mestiere? Macché! Vuol dire non difendere l'indifendibile e, con umiltà e professionalità, trovare nell'offerta complessiva una dimensione più bilanciata e percepibile dal pubblico, cioè dai clienti, come comprensibile ed equa. 

Tuttavia, per realizzare questo necessario cambio di passo, serve uno sforzo comune dei dirigenti e dei dipendenti della radiotelevisione pubblica. Dirigenti e dipendenti a cui non manca nulla, ma proprio nulla, per ribaltare il clima attuale. La RSI ha nel suo motore un livello di professionalità e di qualità che sono straordinarie.

Ma uno grande sforzo tocca anche alla politica, alle associazioni, e a noi tutti attori del circo economico, sociale e mediatico, che non possiamo continuare a strillare a vanvera, a seconda degli umori di stomaco, e pretendere di mettere il becco su tutto: dai servizi del TG alle scelte di palinsesto. 

È nell'interesse comune che la RSI, per ragioni di servizio pubblico, sociali ed economiche, funzioni. Contribuire criticamente, con rispetto ma con schiettezza, a questo dibattito significa voler bene a un'azienda che tutti noi contribuiamo a finanziare (e pensiamo sia giusto farlo e vorremmo che così continuasse ad essere). Mettersi in trincea con l'elmetto e lo schioppo del secolo scorso significa invece esporre l'azienda a rischi potenzialmente gravissimi. Si voterà ancora. Pensiamoci bene. Molto bene.

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