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Non amo Balotelli e amo Messi: per questo amo il calcio
Due giocatori, oltre che due uomini, agli antipodi: nella vita, ma pure nei confronti della vita, anche quella appena sbocciata

Gli attori che calcano la scena calcistica sono molti. Ognuno di loro interpreta questo sport come meglio crede, ma tra i protagonisti del mondo pallonaro c’è qui si trova uno scalino sopra gli altri e chi, invece, persevera ai piedi della scala 

Per questa volta sconfiniamo. Riflettiamo in “grande”, o almeno proviamoci. Per farlo oso avanzare un duplice comandamento, una sorta di linea-guida che, da amante instancabile del calcio, vorrei condividere con chi leggerà queste righe.

1) “Io amo il calcio, e per questo motivo amo Lionel Messi e lo spirito con il quale l’argentino interpreta questo sport”.

2) “Io amo il calcio, e per questo motivo potrei, ma non voglio, amare Mario Balotelli e lo spirito con il quale l’italiano interpreta questo sport”.

Se ripensiamo, anche brevemente, alle notizie sportive che hanno tenuto banco nell’ultimo mese, ci rendiamo conto che i due giocatori sopra menzionati hanno spesse volte monopolizzato l’interesse dei più. Chi per un motivo, chi per l’altro. Fresco, freschissimo è il quarto Pallone d’oro – consecutivo –  assegnato da giornalisti, allenatori e capitani di tutto il mondo a Leo Messi. Qualcosa d’incredibile. Un premio che, una volta di più, consacra un calciatore immenso; tenendo conto solo delle statistiche inerenti al riconoscimento FIFA in questione, il più grande. Meglio di, udite udite, Cruijff, Platini e van Basten. E se prima del 1994 si fosse assegnato il Pallone d’oro anche a giocatori non europei, non sarò blasfemo nel scrivere che né il signor Pelé, né il signor Maradona sarebbero riusciti a calare il poker di Messi. Coloro che non volevano che la sfera dorata fosse assegnata al giocatore del Barcellona, ritenevano che l’argentino avesse disputato una stagione da “perdente” – non avendo conquistato il campionato spagnolo e la Champions – e che le 91 (novantuno!) reti da lui contabilizzate nel 2012 non bastassero per incoronarlo miglior calciatore dell’universo. Piccola parentesi sulla scia di quanto appena affermato: in passato ho accolto con (molto) scetticismo l’assegnazione del premio FIFA a giocatori – meritevolissimi, ci mancherebbe – che dalla loro, più che la classe cristallina o una stagione ad altissimi livelli (dall’inizio alla fine), hanno avuto il merito di eccellere sul palcoscenico di un’unica manifestazione: vedi Nedved nel 2003 o Cannavaro nel 2006. Ma ritorniamo a Messi. Un campione vero, che finisce sui giornali grazie alle sue prestazioni sul terreno da gioco: pura poesia. Al di fuori del campo, oltretutto, l’argentino è un personaggio discreto; non uno scandalo, non un comportamento sopra le righe. E perché mai dovrebbe? Sono dell’opinione che il numero dieci del Barcellona sfrutti come meglio non potrebbe il dono che la provvidenza ha voluto donargli: un talento calcistico fuori dalla norma. Ed è proprio sull’erba verde e con un pallone tra i piedi che Messi vive, di domenica in domenica, con gioia. E noi con lui.

Dopo aver celebrato l’essenza del calcio moderno, cosa dire, dunque, del secondo pallone, quello gonfiato, a proposito del quale sento il bisogno di scrivere. Mario Balotelli, un privilegiato, forse non quanto Lionel Messi, ma comunque un grande privilegiato. Non nego che con l’italiano in campo le partite, spesso e volentieri, acquistano brio, imprevedibilità e divertimento. Si tratta tuttavia di casi sporadici, mere illusioni. Sì, perché il giovane Mario, invece che all’interno, ha deciso di costruirsi una fama all’esterno del rettangolo da gioco. Una vita tra multe per eccesso di velocità, notti a luci rosse, risse con i propri compagni di squadra ed addirittura con il proprio allenatore – quanto non invidio Roberto Mancini –, oltre ad un perenne ed estenuante malcontento che, a giusta ragione, si fatica ad accettare. Prendete la semifinale degli ultimi Campionati europei e mettetevi, sempre che ne abbiate voglia, nei panni di Balotelli. Siete i protagonisti assoluti della serata, i giustizieri della Germania, storica rivale della nazionale azzurra. Siglate una strepitosa doppietta, ma non siete pervasi da quell’euforia elettrizzante – e se lo siete volete assolutamente dirimerla – che dovrebbe portarvi a sorridere, a godere a pieno di quel momento irripetibile e, perché no, a piangere dalla felicità. “Come è possibile?”, vi chiederete. Me lo chiedo anch’io; perché, ve l’assicuro, avrei sacrificato molte cose per poter essere al posto di Balotelli. Problemi suoi, penseranno a giusta ragione molti altri, ma osservare i comportamenti del giocatore d’origine ghanese mi lascia l’amaro in bocca. Spesso mi disturba. 

Lionel Messi e Mario Balotelli. Due giocatori, oltre che due uomini, agli antipodi: nella vita, ma pure nei confronti della vita, anche quella appena sbocciata. Emblematica, a questo proposito, la reazione avuta dai due calciatori nei confronti del primo figlio che il 2012, in chiosa, ha donato ad entrambi. Opposte attitudini che, da un certo punto di vista, rispecchiano il modo con cui Messi e Balotelli si pongono nei confronti del calcio. La Pulce, con gli occhi che brillavano, ha dedicato il Pallone d’oro al piccolo Thiago; “la cosa più bella che mi sia successa”, ha dichiarato l’argentino. Mario, invece, sua figlia Pia probabilmente non l’ha ancora vista; o forse sì, ma solo grazie alle foto che sono circolate sul web. Indifferente, la punta italiana ha girato le spalle ad una creatura della quale è responsabile quanto la madre. E le spalle, purtroppo, Balotelli a poco a poco le sta dando anche al mondo del pallone, preso a calci da un giocatore che in questo contesto assomiglia sempre do più ad un parassita.

Ma io non amo Mario Balotelli, amo Lionel Messi e per questo amo il calcio. Perché questo sport, come disse Bob Marley, “significa libertà, creatività, significa dare libero corso alla propria ispirazione”. E Messi è tutto questo.

Massimo Solari  

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