IL FEDERALISTA
Neutralità, il “sì” che farebbe cadere le sanzioni contro Putin
Il Federalista mette in guardia dall’iniziativa in votazione il 27 settembre: “La Russia tornerebbe a servirsi della Svizzera come piattaforma bancaria per i propri affari, ormai al servizio delle sue manovre criminali”

Redazione de Il Federalista

Sì, non siamo un'isola. La neutralità è uno strumento al servizio di una politica di sicurezza ma anche di una solidarietà internazionale. Non è lo scopo di un Paese che vuole isolarsi dal mondo. L'iniziativa in votazione il 27 settembre, in realtà, avrebbe un riverbero immediato: la caduta delle sanzioni contro la Russia di Putin, che tornerebbe a servirsi della Svizzera come di una piattaforma bancaria per i propri affari, ormai al servizio delle sue manovre criminali. Una riflessione a tutto campo sui meccanismi politici della neutralità elvetica e sulle sue applicazioni nel recente passato.

La votazione federale del 27 settembre ci mette di fronte a un’alternativa solo apparentemente di forma ma in realtà di sostanza. Il “sì” ci imporrebbe di introdurre nella nostra magna carta una definizione e una delimitazione della neutralità. La farebbe in tal modo diventare uno scopo e non, come intesa finora (e al di là delle battute di spirito fiorenti all’estero), uno strumento. In che senso?

Strumento in funzione della sicurezza e dell’indipendenza del nostro Paese, la neutralità perpetua fu riconosciuta e confermata sin dal Trattato di pace di Parigi del 1815 come fattore di equilibrio per tutta l’Europa (di cui la convivenza di popolazioni che appartengono ai tre ceppi linguistico-culturali dei Paesi che l’attorniano rappresenta intuitivamente una sorta di simbolo).

Acquisita poi dalla Costituzione del 1848 e ribadita nelle revisioni del 1874 e del 1999, la neutralità è citata marginalmente in due articoli di quest’ultima (173 e 185), solo per assegnarne la salvaguardia a Parlamento e Governo. Essa non figura né tra gli scopi della Confederazione (art. 2) né tra gli obbiettivi della politica estera (art.54: “lenire miseria e povertà nel mondo, promuovere il rispetto dei diritti umani, la democrazia, la convivenza pacifica tra i popoli, la conservazione delle basi naturali della vita”).

Su questo tessuto si innesta, seppur non verbalmente nel dettato costituzionale, si la tradizione elvetica dei “buoni uffici”, che comprendono il ruolo di Stato ospite, la mediazione nei conflitti e i mandati di potenza protettrice.

Il nocciolo della questione: le sanzioni

L’iniziativa in votazione vuole introdurre un nuovo articolo sostanziale che faccia esattamente ciò che la Costituzione oggi non fa: definire la neutralità, elencare divieti, vincolarne l’esercizio. Il testo recita: “La Svizzera non partecipa a scontri militari tra Stati terzi e non adotta neppure** misure coercitive non militari nei confronti di Stati belligeranti**. Sono fatti salvi gli obblighi verso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e i provvedimenti volti a impedire l’elusione delle misure coercitive non militari adottate da altri Stati”.

Punto decisivo è la proibizione di partecipare alle “misure coercitive non militari”, ovvero la messa al bando delle cosiddette “sanzioni”, solitamente di natura economica (blocchi commerciali, congelamenti di beni, ecc.), ma anche "politico-diplomatica e culturale" (dalle espulsioni di diplomatici al blocco degli scambi universitari, a quello di media propagandistici e così via), che hanno lo scopo di isolare un Paese o punire -senza l’uso delle armi- chi viola i diritti fondamentali o le regole internazionali.

Nel quadro costituzionale vigente le sanzioni rappresentano uno strumento di notevole incidenza, consegnato nelle mani delle autorità politiche, Assemblea Federale e Consiglio federale. Come tutte le autorità elette (direttamente o indirettamente), Parlamento e Governo possono farvi ricorso o tralasciarlo, farne uso saggio o discutibile. Affrontare il rischio è legge intrinseca alla democrazia. Escluderlo, blindando la Costituzione, significa legare le mani di coloro cui diamo (provvisoriamente) la nostra fiducia politica. Un controsenso.

Gli esempi, nel bene e nel male (a parer nostro, s’intende), chiariscono facilmente la posta in gioco. Vediamone alcuni.

Smantellare (con un “sì”) le sanzioni contro la guerra di Putin?

È l’esempio più vicino nel tempo e forse il più lampante. In che senso? Se dopo l’aggressione russa all’Ucraina il Consiglio Federale non avesse aderito alle misure adottate dall’Unione Europea contro il regime di Putin (le Nazioni Unite sono messe fuori gioco dal diritto di veto esercitato da Mosca), oggi non solo le nostre banche sarebbero imbottite degli averi di un esercito di oligarchi russi, ma il commercio del 75% circa del carbone russo e del 60% circa del suo petrolio passerebbe attraverso la Svizzera.

In cosa consistono le sanzioni contro Mosca? Si tratta, nel dettaglio, di un congelamento di beni e di un divieto d’ingresso relativo a 2790 tra personalità, imprese e organizzazioni russe; di un divieto di transazione che colpisce "20 banche e 7 intermediari finanziari" russi, con esclusioni dai sistemi di pagamento; di sanzioni mirate a chi fornisce supporto all’apparato militare-industriale russo. Diciamo la verità: al di là di qualche scappatoia e di qualche... distrazione imputata alla SECO, le cose sono state fatte in modo serio.

Ora proviamo a rileggere queste cifre e il loro significato alla luce dell’iniziativa sulla neutralità: qualora essa fosse accettata, l’intero impianto delle sanzioni -21 pacchetti ripresi quasi integralmente da quelli dell’Unione Europea- dovrebbe essere smantellato. Non sembra necessario aggiungere altro.

Coloni violenti in Cisgiordania

Le sanzioni mancate, Israele

All’altro capo del ragionamento, vi sono le occasioni mancate. Occorre tuttavia aggiungere un avverbio: finora. Non sarà dunque togliendo in toto lo strumento delle sanzioni dalle mani della politica federale, come chiede di fatto l’iniziativa in votazione, che si potranno correggere quelli che a noi paiono degli errori di valutazione, purtroppo gravi. Con un’avvertenza: la decisione di sanzionare spetta, in ultima istanza, al Consiglio federale, ma cruciali possono rivelarsi le valutazioni del Parlamento.

Nel caso di Israele, per incominciare dal presente, ai massacri perpetrati a Gaza dalle IDF guidate dal Governo Netanyahu in risposta al pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023, si aggiungono in questi ultimi mesi -come il Federalista ha ripetutamente documentato- le operazioni di sistematica violenza e inaudita crudeltà condotte da gruppi di coloni israeliani contro villaggi palestinesi in Cisgiordania, di regola supportati dalle forze dell’ordine governative.

Ebbene, il Consiglio Nazionale ha respinto le sanzioni contro i coloni violenti e altre misure economiche, limitandosi ad approvare un maggiore impegno umanitario. Sulla stessa linea il Consiglio degli Stati: nessuna sanzione e nessuna misura economica contro Israele. Il Consiglio federale, a volte per bocca dell’assediato Ministro degli Esteri Cassis, ha bensì condannato gli attacchi alle infrastrutture umanitarie dell’ONU (non i bombardamenti sistematici su Gaza) e ha garantito che la Svizzera “si adopera affinché Israele rispetti” il diritto internazionale in Cisgiordania. Conseguenze operative Nessuna. Sanzioni? Zero.

La vergogna degli affari con il Sudafrica dell’apartheid

Guardando indietro di qualche decennio, un altro triste caso in cui la Svizzera scelse di non imporre sanzioni condivise da buona parte dei Paesi del globo è quello riguardante il Sudafrica dell’apartheid negli anni 80. Pur condannando ufficialmente le violazioni dei diritti umani, il nostro Paese continuò a commerciare con il regime di Pretoria. Va ricordato che allora la Svizzera non era ancora parte dell’Onu e non era dunque soggetta all’obbligo di recepire le decisioni del Consiglio di Sicurezza.

Negli anni Ottanta, all’apice della repressione dei movimenti neri di protesta, l’industria svizzera aggirò persino e in grande stile l’embargo sulle armi deciso dall’Onu, attraverso esportazioni illegali di materiale bellico e tecnologie. Dal 1979 divenne inoltre il principale centro di smistamento e commercio dell’oro sudafricano; tra il 1979 e il 1990, oltre il 10% degli investimenti esteri globali in Sudafrica proveniva dalla Svizzera.

Protesta a Minsk. Marzo 2006

Le sanzioni applicate, Bielorussia, Siria e Iran

Vi sono casi in cui Berna operò in piena sintonia con le Nazioni Unite e l’Europa. Nel 2006 adottò sanzioni contro il regime bielorusso, quale misura di condanna per gli arresti seguiti alle manifestazioni post-elettorali contro i brogli e l’arresto del candidato dell’opposizione Alexander Kazulin, allineandosi alle misure adottate dall’UE intese a vietare l'esporazione di materiale militare e l’ingresso nell'Unione ad alcune persone legate al regime.

Nel 2011 la Svizzera impose sanzioni economiche e finanziarie contro la Siria, esprimendo ferma condanna contro la repressione del regime di Bashar al-Assad: congelamenti di beni e divieti commerciali, revocati nel giugno 2025 con un nuovo allineamento alle (discutibili) politiche europee e, soprattutto, trumpiane.

Contro l’Iran, dal 2007 la Svizzera recepì le sanzioni previste dalle risoluzioni vincolanti del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul nucleare, per poi ampliare autonomamente il proprio regime allineandosi alle misure più dure di Stati Uniti e UE contro i settori petrolifero e bancario e in opposizione al programma di sviluppo di droni militari.

Rimarrebbe un caso del tutto particolare e fortemente problematico. Quello del nostro rapporto con la Cina, sul quale il Federalista discusse a suo tempo con il consigliere federale Ignazio Cassis. Ci ritorneremo.

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