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Grazie, caro Bazzi, per avermi turbato
Ho dovuto rileggere più volte la riflessione di Marco perché l’angoscia che mi saliva dentro reclamava l’individuazione di un filo rosso che mi facesse intravvedere una via d’uscita. Adesso lo ringrazio perché quel filo rosso mi si è ripresentato con nuov

Ho letto e riletto con attenzione la riflessione del giornalista e amico Marco Bazzi sulla morte. Dopo una prima rapida lettura mi sono sentito turbato. Mi sembrava di trovarmi dentro una foresta piena di vita, fittissima e lussureggiante, ma nella quale era difficile districarsi e intravvedere un cammino. Filosofia, teologia, storia, poesia, letteratura, fede, agnosticismo, ateismo, reincarnazione, risurrezione, paradiso, inferno e altro ancora. Argomenti certamente tutti di sommo interesse, e degni quindi di essere ad uno a uno illustrati, studiati e sviscerati, ma che avvertivo con molto fastidio perché problematici, contradditori, inquietanti. Lo confesso sinceramente: se lo sguardo sul cosiddetto “aldilà”, pur dentro le infinite variazioni del pensare filosofico e teologico, non si risolve in qualche modo con una speranza di vita ultraterrena, io temo proprio di non farcela a vivere quaggiù con un minimo di serenità. Non approvo, tuttavia non posso certo accusare di disonestà tutti coloro che hanno scelto il suicidio davanti alla prospettiva del nulla. Sono stati a modo loro onesti nella consequenzialità del ragionamento.

Dico la verità:  ho dovuto riprendere più volte la riflessione di Marco perché l’angoscia che mi saliva dentro reclamava una risposta, un appiglio, l’individuazione di un filo rosso che mi facesse intravvedere una via d’uscita. Adesso lo ringrazio perché quel filo rosso che già conoscevo e che, ne sono estremamente sicuro, è nel DNA di tutti noi, mi si è ripresentato con nuova evidenza.  Alla fine la mia attenzione si è focalizzata sulle prime parole della riflessione di Marco. Mi sembravano come la chiave di volta per comprendere tutto ciò che ne seguiva. “Ieri sera sono stato sulla tomba dei miei genitori e ho rivisto i loro volti”. Non ho potuto fare a meno di pensare istintivamente a mio padre e a mia madre e una commozione d’amore mi ha invaso l’anima. E mi sono affiorate alla mente le parole del filosofo francese Gabriel Marcel: “Dire a una persona ‘ti amo’ equivale a dire: mi rifiuto di accettare la tua morte, protesto contro la morte”. L’amore umano racchiude sempre in sé una pretesa di eternità. E anche se dobbiamo purtroppo constatare che l’amore umano è una promessa che non può essere mantenuta, perché la morte inesorabilmente ci porta via quelli che amiamo, questa promessa non è insensata e contraddittoria, perché in questo nostro amore che non vuol saperne di morire vive in ultima analisi l’infinito. Nelle pieghe dell’amore umano si annida la spinta a levare lo sguardo verso il mistero. Ed è precisamente qui, in questo filo rosso dell’Amore, che credenti e non credenti possono ritrovarsi intrecciati per un dialogo sensato e costruttivo.

Il cristianesimo è sostanzialmente tutto riassunto nell’amore. È la storia dell’uomo Gesù, il Dio fatto carne, venuto in mezzo a noi a salvarci con il suo amore gratuito e immenso. Non ci chiede neppure di meritare questo amore con le nostre buone opere, ma semplicemente di accoglierlo con fiducia. È solo questa la fede che ci è chiesta. Il progetto di Dio non è di punire l’uomo, ma di farlo vivere in pienezza. L’amore di Dio nei nostri confronti non potrà mai venire meno: siamo noi a essere più o meno accoglienti nei suoi riguardi. E sappiamo, per esperienza, tutti quanti credenti o non credenti, che vivere in contraddizione con l’amore vuol dire distruggerci. Il cuore di chi non ama è come torturato da questa assenza che egli avverte come un vuoto. L’uomo che non sa più amare è colpito, in un lampo di lucidità, dal nulla che sembra inghiottirlo. Il cuore di chi ama, al contrario, entra sempre più in una pace che nessuno gli può togliere.

Cristianamente parlando il paradiso è il nostro “sì” all’amore di Dio, il nostro lasciarci abbracciare da Lui; l’inferno è invece il rifiuto dell’amore e non un castigo, mentre il purgatorio è la nostra fatica e la nostra sofferenza nel metterci in sintonia con l’amore. Sofferenza feconda, mista a gioia, come a quella di una donna che partorisce, ma sa che i suoi dolori danno la vita. L’incontro con il Cristo glorioso ci svelerà le nostre mancanze d’amore e farà nascere in noi il dispiacere di non aver amato abbastanza, insieme al desiderio ardente e purificatore di amare di più. Questo doloroso rinvio della nostra unione totale con l’amore di Dio sarà il nostro purgatorio. Anche questa ultima purificazione in nessun caso va vista come un castigo da parte di Dio, ma anzi come un segno della sua misericordia, come quella del padre del figlio prodigo che non permette al figlio di sedere alla tavola della festa dell’amore senza averlo prima rivestito con la veste più bella. Aggiungiamo come questa prospettiva di continua crescita e di purificazione è una porta di possibile dialogo con coloro che credono nella “reincarnazione”. Questa credenza, infatti, non parte forse dalla stessa constatazione che l’uomo al momento della morte è ancora incompleto e indegno di entrare nella pienezza divina e deve perciò continuare la sua crescita con la condanna a trasferirsi in altri corpi? Possiamo accogliere l’intuizione della necessità di una purificazione, ma va subito precisato che non c’è nessuna condanna da parte di Dio, bensì l’infinito desiderio che ogni creatura entri in comunione piena con l’immensità del suo Amore!

Don Gianfranco Feliciani

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