Il suo ufficio. Il suo guscio. La sua tana. La sua conchiglia. Il luogo di tutta una vita. Penombra. Silenzio. Un attimo per riflettere. Per respirare la sua assenza. Per capire se è vero.
Il suo ufficio. Il suo guscio. La sua tana. La sua conchiglia. Il luogo di tutta una vita.
Penombra. Silenzio. Un attimo per riflettere. Per respirare la sua assenza. Per capire se è vero.
La sua foto da ragazzo appesa alla parete, sopra la tivù, con i capelli lunghi e il sorriso spavaldo. Il suo elefantino d’argento. Le sue ‘bic’. La sua befana di pezza con la bandierina della Lega in una mano.
Le sue mappette trasparenti perfettamente ordinate, una accanto all’altra, disposte sulla scrivania con un misterioso criterio geometrico.
Il suo telefono e, accanto, l’elenco dei numeri importanti.
Il suo pavimento di marmo. Il suo calendario perpetuo che segna la data di oggi, 7 marzo 2013. Il suo ultimo giorno.
Il suo vaso di terracotta con dentro due bastoni di legno.
Una targhetta dedicata alla sua Inter. Il suo busto di pietra. Le sue tre poltroncine rosse.
La sua campanella di bronzo dorato. I suoi occhiali di riserva posati sopra un fazzoletto ben piegato.
Le sue tende chiuse. Nessuno le ha aperte questa mattina.
La sua calcolatrice. La foto di suo figlio bambino. Il suo Filippini, appeso a una parete, che ritrae due amanti abbracciati.
La sua graffatrice blu. La sua pianta di ficus, alta e rigogliosa. La sua terrazza, con la bandiera della Lega spiegata.
Un mazzo di rose arancioni sulla sua scrivania.
La sua assenza.
Vaya con Dios, Nano.
“Cani, avete finito di far rotolare i vostri ciottoli sulla mia anima. Io. Io. Voltate la pagina delle macerie. Anch’io spero nella ghiaia celeste e in una spiaggia senza limiti”.
Antonin Artaud