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11.12.2020 - 10:380
Aggiornamento : 14.12.2020 - 14:37

Quando l'Italia chiuse la Lombardia... Ecco i retroscena di quelle ore febbrili

Pubblichiamo uno dei capitoli del libro "Pandemia", in vendita da ieri nelle librerie, dedicato a uno dei passaggi cruciali della crisi

di Marco Bazzi e Andrea Leoni

In quei giorni a cavallo tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, il Ticino respira ancora un po’ il clima che c’è nel resto d’Europa, di grande prudenza e di scetticismo rispetto alle misure restrittive adottate in Italia. Per dare un’idea, il 9 marzo il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, twitta: “Lo scorso anno 37’000 americani sono morti per la comune influenza, la media è tra i 27 e i 70’000 decessi all’anno. Nulla viene chiuso: la vita e l’economia vanno avanti. In questo momento ci sono 546 casi confermati di Coronavirus con 22 morti. Pensate a questo!”.

Trump sarà costretto a fare molte giravolte nel corso della crisi, ingaggiando spesso una polemica pubblica con il dottor Antony Fauci, l’immunologo di fama internazionale a capo della task force sanitaria americana, che ha sempre avuto una visione molto più rigorosa. Mentre scriviamo queste righe, verso la metà di luglio, negli Stati Uniti si registrano tre milioni e 800’000 contagi e 140’000 morti. Ma anche in Europa c’è chi pensa che vi siano ricette alternative alle chiusure.

Inizialmente il Governo della Gran Bretagna, come altri, punta sulla strategia dell’immunità di gregge. “Il 60 per cento dei britannici dovrà contrarre il Coronavirus per svilupparla – dichiara Sir Patrick Vallance, una delle massime autorità mediche del Governo di Boris Johnson –. Il Coronavirus è una brutta malattia, ma nella maggioranza dei casi ha soltanto sintomi lievi. Il virus sarà stagionale e tornerà anche il prossimo inverno, per questo è importante sviluppare un’immunità di gregge, per tenerlo sotto controllo a lungo termine”. Johnson sigilla la strategia con una dichiarazione shock: “L’epidemia di Covid-19 è la peggiore crisi da una generazione. Voglio essere onesto con il popolo britannico, molte famiglie perderanno dei cari prima del tempo”.

Gli altri paesi che confinano con la Svizzera, come Francia e Germania, sono meno spavaldi nelle dichiarazioni, ma ugualmente attendisti nel prendere l’iniziativa. E in Ticino? Il nostro Cantone segue in quei giorni la linea della prudenza, ma vive una forte contraddizione, trovandosi a ridosso della Lombardia. Per fare un esempio, il 6 marzo, la trasmissione “Piazza Pulita”, su La7, manda in onda un reportage dalle terapie intensive dell’Ospedale di Cremona. Sono immagini “cinesi”, e in Ticino le vedono in molti. Il professor Massimo Galli, infettivologo all’Ospedale Sacco di Milano, nel corso della trasmissione dice: “Se le persone pensano che stiamo esagerando con l’allarmismo vorrei dire loro di venire a vedere cosa succede nei nostri reparti”.

Denti e la totale impreparazione della Svizzera

L’analisi del dottor Franco Denti sui giorni dell’attendismo e sulle settimane precedenti è una diagnosi severa, come severo è il giudizio su Daniel Koch, un personaggio centrale e controverso della prima fase della crisi, di cui parleremo a lungo. Koch, responsabile dell’Ufficio federale delle malattie infettive, avrebbe dovuto andare in pensione in quei mesi, ma la crisi ha prolungato la sua permanenza, trasformandolo nel principale punto di riferimento sanitario a livello nazionale. Sarà il “Mister Covid-19” della Svizzera, suscitando grandi lodi ma anche critiche feroci, soprattutto in Ticino.

“Non c’è dubbio che la totale impreparazione e l’incapacità di comprendere quanto stava accadendo prima in Lombardia e poi nel nostro Cantone da parte dell’Ufficio federale della sanità abbia contribuito a produrre l’esplosione dell’epidemia sul territorio ticinese – ci dice il presidente dell’Ordine dei medici –. Del resto non ho mai fatto mistero del mio giudizio negativo sul dottor Koch. Ma se vogliamo essere onesti fino in fondo, facendo un’analisi autocritica che ci consenta di non ricadere più negli stessi errori in futuro, bisogna ammettere che anche a livello cantonale vi sono state delle mancanze, soprattutto di tipo organizzativo. Basti pensare che da fine gennaio fino alla prima decade di marzo la medicina di famiglia, così come l’OMCT, e come altre figure specialistiche, sono state completamente escluse dalla gestione della pandemia. A fine gennaio, quando è stato formato il primo gruppo di esperti composto da infettivologi e dal medico cantonale, era stato designato il dottor Christian Garzoni come rappresentante della medicina sul territorio, niente di meno che il direttore sanitario di una clinica privata... in barba alla Legge sanitaria cantonale, che riconosce l’Ordine come interlocutore privilegiato”.

L’assurdo, prosegue Denti, “è poi che, inizialmente, per sottoporre un paziente allo striscio occorreva l’accordo di questi esperti, che mi pare fossero sette. Vi lascio immaginare il tempo che abbiamo perso. A questo accentramento di competenze, si è aggiunta la volontà delle strutture ospedaliere, clinica Moncucco ed EOC, di assumere la guida della crisi, emarginando l’OMCT e altre strutture sanitarie. Si voleva impedire a tutti i costi che i medici di famiglia facessero i tamponi o comunque giocassero un ruolo attivo. Non si potevano fare i test, non si potevano chiudere scuole, frontiere, eccetera. In sostanza, non si poteva fare nulla. Il 12 di marzo, esasperato, ho incontrato il consigliere di Stato Raffaele De Rosa e gli ho fatto presente che non potevamo più perdere altro tempo e che occorreva dare ad ogni attore del settore sanitario, compresi i medici di famiglia, la possibilità di contribuire alla gestione della crisi. Devo dare merito all’onorevole De Rosa di aver ascoltato questa richiesta di aiuto e di aver integrato l’OMCT, attraverso la mia persona, all’interno dello Stato Maggiore”.

Franco Denti è stato rimproverato per aver giocato, pur essendo membro dello Stato Maggiore di condotta, un ruolo da battitore libero, continuando a esternare pubblicamente il suo pensiero, anche quando non era in linea con le posizioni ufficiali. Di non essere sempre stato collegiale, insomma.

“Ma nel mezzo di una crisi epocale come quella che abbiamo vissuto – risponde il presidente dei medici ticinesi – è inevitabile che vi siano tensioni e divergenze di opinioni all’interno dei gruppi di esperti. Pensate che io ho dovuto sentirmi dire, non dico da chi, ma all’interno delle strutture dello Stato Maggiore, che la medicina sul territorio, compresa la medicina di famiglia, non serviva a niente, se non a rubare le mascherine agli ospedali. E che i medici sul territorio dovevano semplicemente mettersi a disposizione per lavorare in corsia. Questo, nonostante l’Ordine, di sua spontanea iniziativa, da fine febbraio, avesse raddoppiato la presenza dei medici durante i turni di guardia diurna e notturna sul territorio, si fosse dotato di una cellula di crisi interna e avesse istituito a beneficio degli studi medici, una hotline con una specialista virologa assunta temporaneamente per rispondere a tutte le domande concernenti la gestione dei pazienti Covid-19. Tant’è vero che dal 20 febbraio al 25 marzo, le chiamate alla centrale di guardia medica si sono triplicate rispetto all’anno precedente, passando da 1’398 a 4’480, e sempre nello stesso periodo le richieste di intervento del medico di picchetto sono aumentate da 722 a 2’955. Dal 23 marzo, finalmente abbiamo potuto aprire i checkpoint! Anche se la loro apertura sarebbe stata più indicata, come da me richiesto, sin dalle prime avvisaglie della pandemia”.

Questi, dice Denti, sono i fatti: “E le cifre parlano da sole. Il ruolo che l’OMCT ha svolto è stato anch’esso determinante per il superamento della prima fase pandemica nel nostro Cantone e non sono mancate le attestazioni di apprezzamento e fiducia da parte dei miei colleghi, della popolazione, così come delle autorità cantonali. Sono contento di aver dimostrato, insieme a tutti i medici, che chi ci criticava si sbagliava di grosso!”.

Tornando sul suo ruolo da “monello”, il presidente dell’Ordine ritiene che le sue uscite pubbliche non abbiano assolutamente compromesso la gestione della crisi all’interno dello Stato Maggiore: “Io esterno pubblicamente solo quando nei gremi nei quali lavoro c’è una maggioranza che condivide il mio pensiero, ma non c’è nessuno che ha il coraggio di dirlo”.

Camponovo e De Rosa e la crisi dei tamponi

Critico, sui giorni dei tentennamenti, è anche il direttore della Clinica Moncucco, Christian Camponovo: “Da parte delle autorità cantonali, e ancor più federali, nella fase iniziale c’era una certa lontananza dalle strutture ospedaliere, dove era chiaro che cosa stava succedendo. Non vivevano la quotidianità, non vedevano cosa accadeva nei pronto soccorso e nei reparti che iniziavano ad accogliere i pazienti. Forse avevano anche pochi contatti con il fronte italiano, penso ad esempio ai medici che lavoravano negli ospedali in prima linea. Inizialmente la reazione è stata troppo lenta: non si rendevano conto di cosa poteva succedere, e non hanno fatto grossi sforzi per immaginarlo. Avevo proposto di individuare una figura che tenesse i contatti con Italia e Lombardia, cercando di capire che cosa avveniva oltre confine. Avevamo quasi due settimane di vantaggio”.

Camponovo non ricorda se fossero effettivamente sette, come ipotizza Denti, gli infettivologi che tra fine febbraio e inizio marzo, dovevano autorizzare i tamponi: “Ma è vero che prima di fare un test c’era una procedura di consultazione. Una procedura stabilita dal medico cantonale. La Polizia doveva portare i tamponi a Ginevra. Era complicato gestirli e si temeva di non averne abbastanza. Quindi, si tendeva a farne meno di quelli che si sarebbero dovuti fare. Forse scegliere un laboratorio a Zurigo o a Lucerna sarebbe stato meglio. C’era comunque un problema di validazione dei laboratori ticinesi, che dovevano anche dotarsi di reagenti… Insomma, era una situazione di emergenza. L’Ufficio federale della sanità era tra l’autorità che ha stilato le raccomandazioni su come e a chi fare i tamponi, e sono sempre state abbastanza restrittive. Il medico cantonale avrebbe però potuto prendere qualche decisione in più nel proprio spazio di autonomia. Oggi dico che è stato un errore diagnosticare i casi e isolarli invece di fare più tamponi. In questa situazione ci siamo accorti di come sia importante essere proattivi e andare a cercare le informazioni”.

Il ministro Raffaele De Rosa ci conferma le difficoltà nel eseguire i test: “All’inizio della crisi noi avevamo chiesto subito di poter fare più tamponi, ma le indicazioni dell’Ufficio federale della sanità pubblica erano chiare: i test dovevano essere fatti solo su persone con sintomi gravi o a chi lavorava nel campo sanitario. Stop. Ricordo che all’inizio tutti i tamponi dovevano essere mandati al laboratorio di Ginevra. E quindi si perdeva tempo prezioso solo per il trasporto e per l’attesa, considerato che in Romandia convergevano i test da tutta la Svizzera. Lì ci siamo subito attivati come DSS con la Confederazione per fare in modo che i test potessero venire effettuati in Ticino. Siamo riusciti a far venire gli specialisti da Ginevra per avere la certificazione, e grazie all’EOLAB abbiamo avuto il macchinario e le persone con le competenze per poter fare le diagnosi nel nostro Cantone. Nei momenti più caldi, a fine marzo, facevamo anche più di 500 tamponi al giorno. E poi l’EOC ha avuto la lungimiranza di acquistare un macchinario ancora più performante che avremo presto a disposizione”.

Lombardia zona rossa

Quella settimana del 3 marzo si conclude in maniera traumatica. Sabato 7 iniziano a circolare indiscrezioni circa l’intenzione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del Governo italiano di trasformare in zona rossa l’intera Lombardia. Sostanzialmente, di isolare completamente, come era accaduto nel Lodigiano, la più popolosa regione italiana: 10 milioni di abitanti. La notizia trova conferme crescenti nella giornata di sabato, quando cominciano a circolare le bozze del decreto governativo. Il Ticino teme gravi contraccolpi sulla gestione dei 70’000 frontalieri, in particolare per quelli che lavorano nel settore sanitario. La domanda è: chi potrà venire a lavorare lunedì mattina? E come sono da considerarsi le frontiere? Aperte o chiuse? Chi potrà entrare e chi uscire? La notizia non crea scompiglio soltanto in Ticino: fanno scalpore le immagini che giungono dalla stazione Centrale di Milano, dove i treni diretti a Sud vengono presi d’assalto da cittadini residenti in Lombardia che tentano di sfuggire al lockdown.

Gobbi e le bozze su Whatsapp

Il ministro Norman Gobbi ricorda così quelle ore concitate: “Il problema andava affrontato non solo a livello cantonale, ma anche nazionale e internazionale. La sera tra il 7 e l’8 marzo girava la bozza del decreto del Consiglio dei ministri italiano sul lockdown, e le informazioni e gli aggiornamenti ci arrivavano anche via Whatsapp. Per effettuare i controlli alla frontiera, che sono scattati il 9 marzo, bisognava avere l’okay della Confederazione. Abbiamo spiegato la situazione a Berna e a quel punto si sono resi conto che la Lombardia era un problema: avevano già 7’000 casi di contagio e i numeri raddoppiavano ogni giorno. Di questi contatti si occupava soprattutto il collega Vitta in qualità di presidente del Governo. Io ho sentito telefonicamente i consiglieri federali Guy Parmelin e Simonetta Sommaruga, e il segretario di Stato per la Migrazione, Mario Gattiker”.

I telefoni “friggono” sull’asse Bellinzona-Berna-Roma. Politici, imprenditori e associazioni di categoria cercano di capire che cosa accadrà nelle ore successive. Il tutto, con una crescente pressione popolare, che invoca la chiusura dei confini.

Il 10 marzo, da Parigi, il consigliere federale Ignazio Cassis spiegherà: “Siamo stati noi a chiedere all’Italia di garantire il passaggio dei frontalieri verso il Ticino”. Ma noi chi? La Svizzera o anche il Canton Ticino? Il Consiglio di Stato a questa domanda diretta risponde: “Il sabato sera in cui era circolata l’informazione che l’Italia avrebbe creato una zona rossa chiusa in Lombardia, in Ticino era cresciuta la preoccupazione per le conseguenze che vi sarebbero state per il nostro Cantone, in particolare per il settore sanitario che conta sull’apporto di frontalieri. Sono stati quindi presi dei contatti con l’autorità federale fra cui il Consigliere federale Cassis per avere chiarimenti e rassicurazioni in particolare per quanto riguardava il settore sanitario e anche dell’approvvigionamento alimentare. Questa preoccupazione è rimasta presente anche nelle settimane successive”.

Cassis e le telefonate con Di Maio

Questa è invece la dettagliata ricostruzione di quelle ore frenetiche che ci fornisce il consigliere federale Ignazio Cassis: “Quando sono cominciate a circolare le prime voci circa l’intenzione dell’Italia di “chiudere” la Lombardia, sono stato contattato anche dal Consiglio di Stato ticinese. Il Governo cantonale era infatti preoccupato del fatto che l’Italia potesse o “requisire” i lavoratori frontalieri impiegati nel settore sanitario, oppure chiudere le frontiere tout court e quindi non permettere più a questi lavoratori di accedere nel nostro Cantone e far funzionare il nostro sistema sanitario. Ricordo bene quel weekend perché mi trovavo a casa, in Ticino. Quella sera, era un sabato, ho avuto diversi scambi con il mio collega italiano, il ministro degli affari esteri Luigi Di Maio. E solo verso le 2 di notte ho avuto da lui la conferma che il decreto sarebbe stato modificato in maniera tale da consentire il passaggio dei frontalieri. Verso le 4 del mattino, poi, il decreto stesso è stato approvato dal Governo italiano, con le modifiche che mi aveva anticipato Di Maio”.

Cassis ricorda quella notte “come una notte di grandissima agitazione. Forse l’aspetto più rilevante era l’ambiguità della posizione in cui si sono trovati il Ticino e le autorità ticinesi. Perché da un lato c’era chi chiedeva la chiusura totale, per proteggersi. Una reazione umana, d’altronde, perché quando si ha paura si tende a volersi rinchiudere in una tana per sentirsi protetti. Dall’altra parte, però, le autorità cantonali erano consce che senza i medici e gli infermieri frontalieri nella tana si poteva anche morire. C’era quindi questa ambiguità di fondo che caratterizza il nostro rapporto contraddittorio con il tema del frontalierato”.

Il ministro degli esteri sottolinea come il suo interessamento sia stato decisivo per ottenere il passaggio dei frontalieri: “Sulla questione l’Italia è stata sensibilizzata dal nostro intervento, attraverso i miei contatti telefonici con Luigi Di Maio. Occuparsi degli effetti che quel decreto avrebbe avuto sul Canton Ticino non era certo sulla lista delle loro priorità in quel momento. Il nostro intervento ha permesso di portare alla loro attenzione un elemento che non avevano considerato”.

De Rosa e Vitta e l'ansia per il personale sanitario

“Il weekend più frenetico – ricorda con trasporto il direttore del DSS, Raffaele De Rosa – è stato quando l’Italia e la Lombardia sono andate verso la chiusura della frontiera, il 7-8 marzo. A notte fonda di quel sabato eravamo ancora al telefono con i consiglieri federali e tra noi consiglieri di Stato, per capire cosa sarebbe effettivamente successo. In quelle ore, ma anche nei giorni successivi, la grande preoccupazione era legata al personale sanitario frontaliero. Abbiamo iniziato a mappare tutto l’organico a disposizione, per capire chi erano le figure chiave che vivevano oltre confine e in quale ospedale o struttura sociosanitaria lavoravano. Dovevamo essere pronti a reagire, in qualche modo; a rispondere anche a questa eventualità, per quanto difficoltosa. Anche se non è successo e ci era stato assicurato che non sarebbe mai accaduto, bisognava comunque essere pronti a fronteggiare l’ipotesi che l’Italia a un certo punto avesse precettato i suoi medici e i suoi infermieri. In quei giorni occorreva ragionare tenendo conto di ogni scenario possibile”.

Già, proprio come in vista della famosa nevicata. In quel momento, ci conferma l’allora presidente del Consiglio di Stato, Christian Vitta, che usa la metafora dello stato di guerra, “per noi la preoccupazione più importante era il funzionamento del sistema sanitario. Avevamo raddoppiato i posti letto acuti, eravamo faticosamente riusciti ad avere i macchinari necessari, ma c’era sempre la grande preoccupazione legata al personale. Questo era un elemento di rischio sempre presente. In certe fasi un po’ di più, in altre un po’ di meno. Certo, quando vedevamo la Lombardia che faceva gli annunci per reperire medici e infermieri, un po’ d’ansia ci veniva. Anche perché in quei giorni ho percepito quello che si può provare durante una situazione di guerra, quando gli Stati si chiudono a riccio, tutto diventa imprevedibile e bisogna lottare per accaparrarsi il materiale sanitario”.

Il direttore della Moncucco, Christian Camponovo, ci spiega che metà circa del personale di cure intensive, di anestesia e di sala operatoria è frontaliere. “L’obiettivo era massimizzare i letti in cure intensive, ma ci chiedevamo tutti cosa avrebbe fatto l’Italia con il nostro personale. C’era molta incertezza. Sabato 7 marzo, con le notizie che arrivavano dall’Italia sul lockdown, ho riservato 40 camere all’albergo Federale di Lugano e al City pop di Artisa. Una parte di quei collaboratori, una quarantina, sono rimasti per diverse settimane in Ticino, fino a metà aprile e oltre. Con alcuni abbiamo firmato un accordo in base al quale si impegnavano a non rientrare in Italia e noi gli garantivamo in compenso vitto, alloggio e una retribuzione aggiuntiva. Abbiamo fatto una lista rossa dei nostri collaboratori frontalieri più importanti”.

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