La requisitoria del procuratore generale John Noseda al processo legato al cantiere del LAC. Una lezione di etica del lavoro e alla fine la richiesta di pena: almeno un anno per i due principali imputati

LUGANO- Nel pomeriggio, nel processo sul caso di caporalato nel cantiere del Lac di Lugano, ha preso la parola il procuratore generale John Noseda. La sua requisitoria è iniziata con una premessa fondamentale: “È necessario – ha detto – capire il senso della norma penale nel contesto nel quale sono avvenuti i fatti. Così come centrale nel giudizio penale è la ricerca della verità. Il contesto è quello del mondo del lavoro. Solo contestualizzando sociologicamente gli avvenimenti è possibile applicare le norme che garantiscono la pace sociale”.
Il contesto
“Nel mondo del lavoro - ha proseguito Noseda -, storicamente, ci sono interessi contrapposti tra datori di lavoro e lavoratori, oltre alla concorrenza tra imprese. Storicizzando la situazione che siamo chiamati ad analizzare, questa è contraddistinta da una concorrenza sleale, con da una parte imprese che rispettano le norme e altre che invece posso applicare prezzi più vantaggiosi sbaragliando la concorrenza”.
L’effetto di questa guerra tra imprese di costruzione, ha detto John Noseda “è che c'è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, con salari che non garantiscono condizioni di vita dignitose”.
Negli altri paesi c’è di tutto: lavoro nero, caporali, ha ricordato il PG. “In Svizzera, e questa è una conquista, ci sono i contratti collettivi di lavoro i quali sono vincolanti. Contratti che garantiscono una corretta concorrenza e regole a tutela dei lavoratori”.
Quindi si chiede il procuratore generale “le norme penali come intervengono in tutto ciò? Dicendo no laddove c’è chi intende aggirare le regole”. Nel caso del processo celebrato a Lugano siamo di fronte all’importazione di manodopera a bassissimo prezzo attraverso il caporalato. E questa Noseda la definisce una vera e propria piaga.
Le vittime
“Chi sono le vittime? Sono operai italiani disoccupati disposti a venire in Svizzera per fare un lavoro umile, di quelli che nessun ticinese è più disposto a fare – ha sottolineato John Noseda -. Tra loro c’è chi è disoccupato da due anni, con 10mila euro di debiti e 4 figli. Vengono a lavorare, facendo ogni tipo di sacrificio, per sfuggire alla disoccupazione e mantenere la famiglia. Questi sono dati di fatto”.
Poi il procuratore generale ha rivelato l’esistenza di una lettera agli atti definita inquietante firmata dalla moglie del titolare e inviata al marito nella quale c’è scritto “i ragazzi (gli operai, ndr) sanno già come muoversi. Si stanno cagando sotto”. Cioè: erano pronti a fare di tutto, a dire tutto quello che veniva chiesto di dire, pur di salvare il lavoro.
E questo per Noseda “la dice tutta sullo stato di dipendenza di queste persone, disposte a tutto pur di portare a casa un tozzo di pane. Gli imputati sono perfettamente a conoscenza di questo stato di dipendenza”.
Il sistema
Gli operai vengono a cercare un pezzo di pane in Svizzera dove c’è un contratto collettivo che regola tutto: salari, orari, condizioni. Tutti questi dati devono essere presentati alla Commissione paritetica proprio per evitare abusi. Invece dalla Concrete SA hanno ricevuto importi indicati inferiori al contratto collettivo. Ma in che modo? “Attraverso tre atti diversi” ha spiegato John Noseda.
“Primo: gli imputati hanno concluso un accordo verbale con il caporale secondo il quale i lavoratori si accontentavano di quanto pattuito. Secondo: firmare dei documenti nel quale tutto appare in regola ma non corrispondente a quanto effettivamente pattuito. Terzo: farsi consegnare la tessera bancaria in modo da trattenere la differenza beninteso”.
“Questo atteggiamento è documentato dai fatti, dagli atti, e grazie alla videocamera del bancomat della banca di Stabio” che ha ripreso il titolare della Concrete e il caporale “taglieggiare gli operai: è come fotografare la scena dell’omicidio” ha detto il procuratore generale che ha ricordato: “al momento dell’incasso gli operai hanno il diritto di ricevere ciò che gli spetta, su un conto intestato a loro. Farsi dare la tessera, con la minaccia di perdere il lavoro, è già costitutivo del reato di estorsione”.
“Il titolare dell’impresa, nonostante dica che non c’entra, che non voleva, che non sapeva, era li presente e contava di persona i soldi tutto. Poi tutto contento ha dormito tranquillo. Questo è l’atteggiamento di chi sa quello che faceva. È correo fino in fondo” ha tuonato Noseda in aula.
Per quanto riguarda l’amministratore della Concrete, accusato di falsità in documenti, John Noseda ha ricordato che “i giustificativi sono componenti della contabilità. E nonostante dica che non sapeva, ha tollerato che certi documenti finissero nella contabilità. Questa non è negligenza ma dolo eventuale”.
La richiesta di pena
Il procuratore generale al termine della requisitoria non ha quantificato la pena richiesta. “Non è compito dell’accusa ma della Corte quantificarla. Si tenga semplicemente conto della sentenza in un processo simile nel 1974. Allora ci fu una condanna di un anno”. Quindi l’accusa ha chiesto almeno un anno per i titolare della Concrete e il caporale. Mentre per l’amministratore una pena evidentemente minore.
IC