Il direttore di Migros Ticino replica al commerciante Bruno Balmelli e dice: "Il turismo degli acquisti non danneggia soltanto il commercio ma anche tutta la filiera produttiva"
di Marco Bazzi
SANT’ANTONINO – “Non c’è alcun cartello dei prodotti alimentari voluto dalla grande distribuzione ticinese. Accusarci di aver costituito un cartello è parlare senza cognizione di causa. E non è nemmeno vero che le cooperative non pagano le imposte”.
Lorenzo Emma, direttore di Migros Ticino, replica così alle affermazioni del commerciante luganese Bruno Balmelli (vedi articolo allegato), secondo il quale, soprattutto Migros e Coop lucrano sui generi alimentari e inducono i consumatori ticinesi a fare la spesa oltre confine.
E aggiunge: “Forse il signor Balmelli non si è accorto che in Svizzera negli ultimi dieci anni sono arrivati quattro colossi internazionali, due dei quali (tra cui il numero due mondiale) si sono ritirati pochi anni più tardi, dopo aver constatato che il mercato era molto più difficile di quanto si aspettassero”.
I meccanismi che regolano i prezzi
Da una parte, spiega Emma, i prezzi di alcuni prodotti agricoli e da allevamento sono superiori a quelli italiani a causa della politica agricola nazionale. Mentre sul fronte dei prodotti importati c’è un serio problema legato a quelli di marca.
“Un problema che abbiamo più volte denunciato, ma senza successo. I produttori esteri ci obbligano ad acquistare la loro merce a prezzi adattati alla Svizzera e tramite le società di distribuzione che hanno creato nel nostro Paese. Ci capita a volte di trovare, nei negozi fuori confine, prodotti che costano meno di quanto noi siamo costretti a pagare acquistando all’ingrosso. È una situazione penalizzante sulla quale abbiamo ripetutamente chiesto interventi legislativi a livello federale”.
"Non vogliamo massimizzare gli utili"
Massimizzare gli utili, prosegue Emma, non è certo l’obiettivo delle cooperative come Migros. “Negli ultimi tre anni abbiamo ridotto i prezzi del 10% circa. Ci sono settori in cui siamo più convenienti rispetto all’Italia, come il tessile e l’elettronica. Non lo siamo sugli alimentari - pane, salumeria, carne - dove incidono le norme di protezione della politica agricola nazionale. Poi, ripeto, dobbiamo fare i contri con i cartelli verticali, sia nella cosmetica che nell’alimentare, dove i grandi marchi, consapevoli della potenza dei loro prodotti, ci impongono prezzi più alti”.
Emma fa alcuni esempi: Barilla, L’Oreal, Ferrero, marchi di beni di consumo molto forti, che i consumatori cercano e che i supermercati non possono non offrire.
E aggiunge: sui prodotti che non sono protetti dalla politica agricola svizzera o che non hanno una forte connotazione di “brand” le differenze di prezzo con l’Italia sono minime, anche se in Svizzera salari e costi generali sono nettamente superiori a quelli italiani.
“Le imposte le paghiamo, e in Ticino”
Per quanto riguarda le imposte, il direttore di Migros Ticino dice: “Mediamente su 100 franchi di cifra d’affari Migros realizza un utile tra uno e quattro franchi a dipendenza degli anni. Utili decisamente modesti, dunque. E su questi utili paghiamo le imposte come ogni azienda”. Tra l’altro, precisa, Migros Ticino, è totalmente assoggettata fiscalmente al Cantone.
Nel 2012, spiega, abbiamo fatto un fatturato di circa 520 milioni di franchi, con un calo della cifra d’affari dell’1,5% circa rispetto all’anno prima. Calo sostanzialmente determinato dalla decisione di contenere i prezzi. “Stiamo facendo di tutto per contenere i prezzi. Oggi compriamo in euro i prodotti sul mercato europeo e di certo non facciamo speculazioni sul cambio”.
Il turismo degli acquisti non tocca solo il commercio
Infine, per quanto riguarda il turismo degli acquisti, Emma ricorda che l’ultimo studio realizzato dall’Associazione delle consumatrici (Asci) su un paniere di una cinquantina di articoli ha concluso che la differenza di prezzo tra i negozi ticinesi e quelli di oltre confine si situa attorno al 6%.
Eppure molti ticinesi continuano a far spesa in Italia. Complici anche gli orari di apertura nettamente più elastici.
“Un recente studio nazionale ha stabilito che il turismo degli acquisti fa perdere ai commerci ticinesi, piccoli e grandi, circa il 15% di fatturato, cifra che equivale a un migliaio di posti di lavoro. Ma non si considera l’impatto che il fenomeno ha sull’intera economia: sul mondo agricolo e sull’industria alimentare ticinese e svizzera. L’impatto sull’economia del turismo degli acquisti è dunque molto più importante e non tocca soltanto il solo commercio”.