La consulente in sessuologia Kathya Bonatti commenta il caso della Faina: “Fondamentale ribadire la propria libertà sessuale, ma bisogna anche capire quali sono gli ambiti in cui questo è un diritto, e al lavoro non lo è”

LUGANO – Il sexy scandalo della ‘pornosegretaria’ di Palazzo Federale è al centro dei media svizzeri ormai da qualche giorno. Alle foto, alcune scattate anche sul luogo di lavoro, e ai video hard, fanno da contraltare le dichiarazioni della donna rilasciate in una sorta di intervista che liberatv ha scovato nel web (vedi suggeriti). Intervista in cui Adeline, questo il nome, si descrive innanzitutto come una moglie e madre che ama la propria famiglia e il proprio lavoro: frasi, apparentemente, contrastanti con l’identità de La Faina. Abbiamo contattato Kathya Bonatti, consulente in sessuologia e docente di sessuologia forense alla Sapienza, per una panoramica sul caso e le reazioni che ha suscitato.
Bonatti, cominciamo proprio da qui: qual è il suo punto di vista da sessuologa sulla vicenda?
“La storia della Faina solleva un argomento delicatissimo, sul filo del rasoio, perché se è vero che bisogna sempre ribadire il diritto alla propria liberta sessuale, come espressione di se stessi, è vero anche che questo diritto non può prevaricare e andare a ledere altre sfere, come quella lavorativa. O meglio, questa può essere una scelta, ma deve essere consapevole, assumendosene quindi le conseguenze del caso. Fra adulti consenzienti si è liberi di fare quello che si vuole nella vita privata. Il problema è che lei ha invaso la sfera professionale. Ha mischiato due ambiti che vanno distinti. Se invece fosse rimasta nella sfera privata, si poteva parlare di diritto a vivere la propria sessualità. Nel caso specifico quindi c’è senza dubbio al primo posto una scorrettezza della donna, legata proprio al compiere azioni contrarie alle finalità per cui è stata assunta”.
I commenti sul caso si distinguono però in due filoni: chi, come lei, vede il vero problema proprio nell’aver scattato foto osé sul posto di lavoro e chi invece lo vede a monte, nell’aver mostrato il proprio volto. Insomma, tempo di lavoro o meno, la donna si è resa riconoscibile cosa che in ogni caso rappresenta un danno di immagine per il suo datore, la Confederazione per di più in questo caso.
“La sfera sessuale è sempre molto sfumata ed è fondamentale ribadire la propria libertà sessuale, ma bisogna anche capire quali sono gli ambiti in cui questo è un diritto, e al lavoro non lo è. Per quanto riguarda l’aver mostrato il volto, bisognerebbe vedere cosa prevedono i regolamenti della pubblica amministrazione, che non conosco. Quel che è certo è che se in questi non vi è una clausola che richieda un comportamento che non leda la morale pubblica, allora il semplice fatto di aver mostrato il volto non è un problema, non è sanzionabile, proprio in virtù di quel diritto nella sfera privata alla propria libertà sessuale”.
Nell’intervista che ha rilasciato sul web la Faina dà di sé la descrizione di una donna normale, che ama la propria figlia e il partner, e che ha passione per il proprio lavoro. Un aspetto forse questo fra quelli che più posson lasciare perplessi.
“Le sue dichiarazioni e l’apparente controsenso dato dai suoi comportamenti effettivi mostrano un altro aspetto importante: le fantasie o gli orientamenti sessuali ‘diversi’, anche spinti, sono molto più comuni di quel che si possa pensare. Il problema sorge quando questi diventano delle vere e proprie perversioni, ossia una compulsione a cui si è incapaci di resistere. Si parla di perversione, in gergo tecnico, proprio quando le pulsioni vanno a compromettere l’area sociale e lavorativa. Nel caso specifico, il non riuscire a separare gli ambiti, sembrerebbe proprio indicare che si è di fronte a una problematica di questo tipo, che può richiedere anche l’intervento di esperti. E si torna quindi a un concetto che tengo spesso a sottolineare: le perversioni, per quanto diano piacere, perché è proprio questa la loro caratteristica, sono spesso dettate da traumi passati, magari anche inconsapevoli. Il nodo allora è sempre lo stesso: finché c’è una consapevolezza nelle proprie azioni, il diritto alla libertà sessuale è garantito. Altrimenti si è schiavi di pulsioni che non si riescono a controllare. Ma vorrei aggiungere dell’altro”.
Prego.
“Nelle sue dichiarazioni ribadisce molto il suo ruolo di madre. Qui si arriva a un altro scontro fra sfere che dovrebbero rimanere distinte. La sessualità dei genitori, per un figlio, dovrebbe rimanere qualcosa di privato. Venirne a conoscenza, soprattutto in questa maniera mediatica, può creare imbarazzo, disagio e sofferenza perché potrà venir additata o subire situazioni di mobbing da parte degli amici, della scuola o della società. È lo stesso disagio che vivono i figli dei pornoattori, ma questi sono in qualche modo più preparati psicologicamente. Insomma, se vi è il diritto alla propria libertà sessuale, vi è anche il diritto dei figli al loro benessere. E attenzione, qui il problema non è il vivere una sessualità spinta, ma il palesarlo senza prender le misure necessarie per tutelare la propria figlia, o il proprio posto di lavoro. Non è quindi un discorso legato alla morale, ma al disagio che si può creare in un figlio, per di più adolescente”.
Torniamo alle reazioni, il materiale per lo “scandalo” c’è e ad aggiungervi il carico da 90 è il fatto che la donna lavori a Palazzo Federale.
“La sessualità è un mondo sommerso e di cui le persone spesso non conoscono la vastità e lei, scoprendo il volto, l’ha letteralmente svelato. Ma avrebbe fatto scandalo comunque, proprio per il fatto di aver portato la sessualità, che è qualcosa di intimo e personale, alla luce. Bisogna pensare che la sessualità è il giardino più segreto all’interno dell’uomo e le fantasie ne sono il segreto all’interno del segreto, perciò quando queste vengono alla luce suscitano sempre forti reazioni. Ma è un aspetto che esiste: ci sono tantissime persone note o meno che vivono una sessualità sottobosco molto diversa dalle apparenze rassicuranti. Questa casomai è solo la punta dell’iceberg”.