Lo psichiatra: "Quell'uomo era una bomba innescata e si poteva fermare". L'ex direttore del carcere: "La polizia può intervenire se hai superato gli atti preparatori e non se li stai minacciando"

BELLINZONA - Tra le pieghe del dramma c'è sempre qualche spiegazione, molti sentimenti, un po' di ipotesi e quasi mai una risposta. Almeno se per risposta intendiamo una conclusione logica, o anche solo razionale, per "risolvere" un evento tragico. Il caso di Würenlingen non fa astrazione da questa regola.
In breve: Semun A. sabato sera uccide a colpi di pistola quattro persone . Le vittime sono i suoceri, il cognato e un vicino di casa. L'uomo, 36 anni, dopo gli omicidi si toglie la vita. Recentemente si era separato dalla moglie. La donna e i figli vivevano protetti dall'uomo che in passato aveva già mostrato atteggiamenti aggressivi: nel 2007 era stato inquisito per lesioni, nel 2012 per minacce. Il 2 aprile la polizia aveva perquisito l'abitazione di Semun a Reichenburg senza però trovare armi. I vicini hanno descritto l'uomo come si descrive un cattivo: vivevamo nella paura, hanno raccontato al Blick, per le continue minacce e intemperanze del 36enne. Tanto da rivolgersi all'amministrazione dell'immobile dove viveva Semun, turco naturalizzato svizzero, che tuttavia avrebbe respinto i reclami affermando che ingiurie e parolacce non fossero sufficienti a uno sfratto.
Molti particolari sulla vicenda emergeranno nelle prossime settimane. La pista più concreta che stanno seguendo gli inquirenti è quella evidente del delitto passionale. Ma al di là del caso specifico ce ne è abbastanza per una riflessione generale e per interrogarsi su alcuni quesiti che il caso solleva. Ne abbiamo discusso con Alex Pedrazzini e Orlando Del Don.
La prima domanda è quella più banale. A diversi di noi è capitato di avere a che fare con un vicino, probabilmente non minaccioso come Semun, ma che poteva lasciar presagire o annunciava comportamenti violenti. Che fare in questi casi? "Sa – risponde Pedrazzini – i vicini che strillano sono tanti, quelli che poi passano alle vie di fatto sono pochissimi. Segnalare alle forze dell'ordine è cosa buona e giusta ma bisogna trovare, e non è facile, una via di mezzo per fare in modo che la polizia non sia sollecitata ogni tre per due su litigi che nella stragrande maggioranza dei casi si risolvono in nulla. E per fortuna".
Un altro nodo che ci propone il caso di Würenlingen è quello appunto della segnalazione: possibile che non si sia riusciti a fermare in tempo un uomo che aveva ripetutamente mostrato attitudini violente? "È chiaro che la mia mamma che per me è il termometro di riferimento per la democrazia – risponde Pedrazzini – mi dice "sa düveva fa quaicoss prima". E lo capisco. Ma in realtà la polizia può intervenire, salvo qualche reato tipo il terrorismo, se hai superato gli atti preparatori e non se li stai minacciando. Non si può mettere dietro le sbarre uno perché ti dice "t'ammazzo". Certo, va tenuto sotto controllo, tanto è vero che nel caso specifico la polizia gli aveva perquisito l'appartamento senza però trovare nulla. E quindi avevano un po' le mani legate, almeno per i fatti che fin qui abbiamo appreso dai media. Poi se c'è dell'altro bisognerà valutare".
"Non è bello da dire – conclude Pedrazzini nel suo ragionamento – ma casi come questi sono pressoché imprevedibili. Purtroppo del senno di poi sono piene le fosse, ma sia tecnicamente che giuridicamente era molto difficile evitare ciò che è accaduto. In questo senso va valutata anche l'eccezionalità dell'omicidio-suicidio multiplo".
A Orlando Del Don abbiamo invece chiesto un'analisti di tipo psichiatrico e sociale. "Siamo di fronte – ci spiega – al classico caso di una persona finita in un vicolo cieco a causa di un trauma affettivo. Ovviamente non si giustifica il gesto compiuto in nessuna maniera. Ma a mio avviso gli elementi fin qui emersi era sufficienti per poter intervenire".
Secondo lo psichiatra la chiave è tutta nella separazione famigliare. "In questo caso le soluzioni erano due. Se c'era margine bisognava in ogni modo tentare di ricomporre, con gli adeguati controlli e con il supporto di specialisti, un percorso per non sfaldare il nucleo familiare. Diversamente, se la strada della separazione dell'uomo dai figli e dalla moglie era inevitabile, bisognava farsi carico adeguatamente anche di lui. Anche quest'uomo andava messo al sicuro".
"Quando qualcuno è minaccioso – prosegue nel suo ragionamento Del Don - questo comportamento è quasi sempre dovuto all'esasperazione. Violenza è impotenza. Quando la si usa è perché non si hanno più altri strumenti. Se ci troviamo confrontati con questo tipo di situazioni bisogna segnalarle subito affinché ci sia qualcuno che si occupi della persona. Un'autorità di vigilanza, ad esempio, ma anche un medico".
"È fondamentale – aggiunge lo psichiatra – che si prendano a carico entrambe le persone protagoniste di una relazione finita male. Altrimenti è come innescare una bomba, come mi sembra sia accaduto nel caso di Würenlingen. E quando la bomba è innescata prima o poi esplode, più frequentemente attraverso un suicidio, anche lento, come per esempio l'abuso di alcol; più raramente come accaduto a Semun. Bisogna insomma occuparsi anche del cattivo per evitare il peggio. Ma ricordiamoci sempre che i "cattivi veri" non sono poi così tanti".
E da questo punto parte l'ultima riflessione di Del Don: i cattivi veri sono pochi, gli altri siamo tutti noi? "Sì, può succedere a ognuno di noi di perdere completamente la bussola quando veniamo stigmatizzati a livello pubblico e non abbiamo più possibilità di riabilitarci. La possibilità di un riscatto quando ogni affetto è compromesso non esiste più ed è quello il pericolo più grande. La gestione delle emozioni non passa da un ragionamento logico. Sono pochissimi i malati di mente".
Andrea Leoni