Claudio Mésoniat: "Vacanze agostane alle spalle, torno su un commento di Maurizio Binaghi pubblicato dal “Corriere” lo scorso 5 agosto. Non si tratta infatti di un tema effimero"

Claudio Mésoniat - Da Il Federalista
Puntualmente, ogni mese d’agosto, si riaccende il dibattito attorno alle origini della Confederazione. Vi proponiamo un articolo firmato dal direttore del Federalista Claudio Mésoniat a commento di una riflessione del professor Maurizio Binaghi apparsa in precedenza sul “Corriere del Ticino” (titolo: "Auguri di buon 8 novembre"). Binaghi, docente liceale, è l’esperto cantonale per l'insegnamento della storia nelle scuole dell'obbligo. A seguire, la replica di Binaghi annotata da Mésoniat.
Festa nazionale e vacanze agostane alle spalle, torno su un commento di Maurizio Binaghi pubblicato dal “Corriere del Ticino” lo scorso 5 agosto. Non si tratta infatti di un tema effimero. “Dal punto di vista storico -affermava tra l’altro l’autore- è oggi accertato che il cosiddetto patto federale è solo una bozza retrodatata, scritta in un latino un po’ sconnesso, frutto di un affrettato copia-incolla. Non tratta perdipiù nessuna fondazione di uno Stato, ma è il memorandum di una pace territoriale che ha probabilmente lo stesso valore, per capirci, dei trattati firmati oggi da Donald Trump”.
Non è la prima volta che da una cattedra della cultura locale piove una secchiata di acqua fredda sul primo d’agosto e su chi celebra la festa nazionale con troppo candida riconoscenza. Ricordo di aver reagito anni fa a una piazzata dell’allora consigliere nazionale Fulvio Pelli secondo il quale il 1° d’agosto non sarebbe altro che “la data di sostituzione fittizia del 12 settembre 1848, giorno in cui fu adottata la prima Costituzione federale che segna l’inizio della Svizzera moderna”.
In realtà non c’è nulla di fittizio nel Patto del 1291. Si tratta di un documento scoperto nell’archivio di Svitto nel 1758. Anche se una cronaca cinquecentesca ne posticipò la stipula al 1307 ambientandola nella cornice -quella sì fittizia- di una congiura di mezza estate su un praticello in riva al Lago dei Quattro Cantoni.
Per completare il gioco di prestigio, vi sono poi oratori del 1° d’agosto che incartano il Patto storico insieme ad alcune note leggende patriottiche e servono all’uditorio -come ha fatto quest’anno a Massagno l’ottimo collega televisivo Jonas Marti- un piatto di alto tenore etico: “Tell, il Grütli e Winkelried sono la nostra Odissea. (…) Oggi il rischio più grande non è scoprire che i nostri miti non siano mai accaduti. Il rischio più grande è che non accadano più”.
E invece no: i miti sono miti, i fatti sono fatti. L’Odissea è letteratura, ma la Storia svizzera non è un film.
Quel Patto è storia, non leggenda
Tornando alle affermazioni di Binaghi, buona parte della storiografia svizzera non considera affatto il documento del 1291 retrodatato bensì compatibile dal punto di vista paleografico e sigillografico con una datazione di fine XIII secolo (persino l’analisi al radiocarbonio non può smentirla); non si tratta affatto di una “bozza” bensì di una pergamena sigillata (originale o copia coeva che sia); il testo riprende una formula standard dai Landfrieden imperiali del tempo, che l’anacronismo copia-incolla svaluta gratuitamente.
Il nodo della faccenda sta tuttavia in un’altra forma di anacronismo. Il “cosiddetto patto federale”, rassicura Binaghi, “non tratta perdipiù nessuna fondazione di uno Stato”. E ci mancherebbe… Non sussistevano allora nemmeno i presupposti concettuali per pensare alla fondazione di uno Stato sovrano.
Il patto del 1291 rientra nella tipologia delle varie forme di autonomie e alleanze comunali, cittadine e rurali, che non rivendicano affatto l’indipendenza dall’Impero, bensì l’autonomia rispetto ai signori feudali, nel campo fiscale, dell’amministrazione della giustizia (niente giudici stranieri, ehm ehm… bilaterali III…), della pace sul proprio territorio.
Alleanze che, nel vasto Impero romano-germanico, si formavano, variavano nella loro composizione, si disfacevano e si ricomponevano con qualche modifica, abbastanza rapidamente. In quello del 1291 spicca un elemento: la durata perpetua (“a Dio piacendo”).
Quando gli americani "copiarono" la Svizzera che... non esisteva
Nasce di fatto una realtà che nel tempo si rivela meno effimera di altre, resiste alle guerre e agli scontri interni (persino alla spaccatura della Riforma), si amplia e gradualmente vede maturare un’esperienza comune che si riflette e cresce nei successivi Patti e nello sviluppo di una certa organizzazione della Confederazione. Una consapevolezza di patrimonio e responsabilità comuni che cresce attraversando quattro secoli fra tardo medioevo ed età moderna prima di entrare nei mitici Lumi sette-ottocenteschi.
Tra le molteplici tracce storiche di questo percorso ve n’è una che, in particolare, ci ricollega alla boutade di Binaghi sul Patto del 1291 paragonato ai “trattati firmati oggi da Donald Trump”.
I Padri fondatori degli Stati Uniti (tra i quali in particolare John Witherspoon e James Madison) studiarono approfonditamente la natura e la storia dei Cantoni elvetici per trarne ispirazione in vista della Costituzione USA del 1787. Costoro si ispirarono dunque a una Svizzera ancora immersa nei miti e nelle leggende, sempre in attesa di nascere, “storicamente”, in quel benedetto 1848?
Claudio Mésoniat
Il Patto del 1291, tra storia e anacronismi
Apprezzo l’attenzione riservata al mio commento. La replica [qui intesa come l’intervento di Mésoniat] dimostra quanto questi temi siano ancora vivi nella nostra società. Questo è certamente un bene. Meno apprezzabile è invece isolare una parte del discorso, perdendo di vista il senso dell’argomentazione complessiva. 1
«I fatti sono fatti, i miti sono miti», si ammonisce. Bisognerebbe però saper distinguere la storia dal mito, il patto scritto dal leggendario giuramento orale del Grütli. Senza questa distinzione basilare, suona anacronistica l’affermazione secondo cui una cronaca cinquecentesca avrebbe posticipato al 1307 la firma del patto. Nella sua cronaca Tschudi colloca nel 1307 il giuramento e non il patto, allora sconosciuto. Distinguere fra un documento, la sua funzione originaria e il mito costruito intorno ad esso non è un «gioco di prestigio», ma il lavoro della storiografia. 2
La possibile retrodatazione del patto è una tesi molto autorevole, sostenuta – fra gli altri – dagli storici Roger Sablonier e Thomas Maissen. Non si tratta di una posizione marginale, come è lasciato intendere. Sul blog del Museo nazionale si legge anzi che la comunità degli storici ammette che il patto è stato redatto nel 1309 e poi retrodatato. 3
Le argomentazioni volte a ribadire la validità dell’interpretazione tradizionale perdono peraltro di rigore storico quando il richiamo ai «giudici stranieri» è collegato agli Accordi bilaterali III. La tematica è così sottratta al suo contesto medievale e piegata alle esigenze di una polemica politica contemporanea. 4 Nel tentativo di confutare il mio ragionamento, si finisce per dimostrarne la fondatezza: il patto continua a essere interpretato e utilizzato secondo le esigenze del presente. È precisamente così che si costruisce la memoria collettiva.
Questo era l’obiettivo del mio scritto, ossia distinguere tra storia e memoria, non certo sminuire chi festeggia il 1° agosto o negare il valore della festa nazionale, di cui ho esplicitamente riconosciuto il profondo significato civico.
Maurizio Binaghi
(docente di Storia e Civica al Liceo Cantonale di Lugano 1; esperto per l'insegnamento della Storia nelle Scuole dell'obbligo del Canton Ticino).
NOTE di C.M.
1. Anch’io, caro professore, apprezzo l’attenzione riservata al mio articoletto, tale da spingere il vicedirettore del "Corriere del Ticino" a pubblicarlo già corredato della sua pronta replica. Anch’io -pensi- avverto tuttavia come “meno apprezzabile” la riduzione del mio contributo (come vedremo) a una frase e a una parentesi.
2. “Distinguere la storia dal mito”, è appunto ciò che ho tentato di fare, scrivendo che “il documento del 1291 fu scoperto nell’archivio di Svitto nel 1758” e aggiungendo che “una cronaca cinquecentesca [quella di Tschudi] ne posticipò la stipula [intendendo l’atto di nascita dell’alleanza] al 1307, ambientandola nella cornice -quella sì fittizia- di una congiura di mezza estate su un praticello in riva al Lago dei Quattro Cantoni”. Anche lei scrive, due righe appresso, che “distinguere fra un documento, la sua funzione originaria e il mito costruito intorno ad esso” è “il lavoro della storiografia”. Ma il mito -appunto- non è stato costruito sul “documento”, bensì sul giuramento fasullo del Grütli.
3. È un sollievo che la perentoria affermazione del suo articolo, secondo cui il Patto del 1291 sarebbe “solo una bozza retrodatata, scritta in un latino un po’ sconnesso, frutto di un affrettato copia-incolla”, venga ora sfumata: “La possibile retrodatazione del patto è una tesi molto autorevole…”. In realtà, ai Sablonier e ai Maissen si oppone una maggioranza di storici, tra i quali Bernhard Stettler e Josef Wiget. Tuttavia, anche qualora vi fosse un consenso disciplinare sulla data del 1309, cosa cambierebbero questi 18 anni di retrodatazione? Quanto al latino “un po’ sconnesso”: attendersi, a cavallo fra XIII e XIV secolo, il latino di Cicerone o degli umanisti del 400 non sarebbe forse un altro anacronismo?
4. Una parentesi di 51 caratteri, che allude in termini scherzosi a un dibattito di attualità [(niente giudici stranieri, ehm ehm… bilaterali III…)], diventa la chiave di lettura di un testo di 4500 caratteri, annullandone ipso facto il “rigore storico”. Che dire, professore, del suo paragone del Patto del ’91 con i “trattati di Trump”? Forse sì, mi sono lasciato indurre dal suo esempio a sconfinare dalla storia alla memoria, “secondo le esigenze del presente”.