Per il movimento si tratta di un progetto ad esclusivo vantaggio del settore privato e inoltre “il centro donna-mamma-bambino deve nascere in una struttura sanitaria che abbia al centro del proprio mandato l’interesse pubblico e non il profitto"

BELLINZONA – Il primo ad esprimersi sulla decisione del gruppo Genolier e dell’Ente Ospedaliero Cantonale, che prevedono di sviluppare una collaborazione nei settori dell’ostetricia e neonatologia sulla base dei rispettivi mandati di prestazione, è il Movimento per il socialismo. E lo fa dando un giudizio complessivamente negativo sul progetto, promettendo di combatterlo “con tutte le sue forze”.
Avversione, quella del MPS, dovuta a più fattori: Innanzitutto l’odierna decisone “non fa che confermare che nell’ambito dei lavori preliminari della pianificazione ospedaliera si stanno mettendo in atto processi di riorganizzazione tra il settore pubblico e privato con un ulteriore rafforzamento di quest’ultimo”. Con trattative “avvenute in una totale mancanza di trasparenza e di un dibattito pubblico”. Tornando al progetto in discussione quindi “anche se il Gran Consiglio dovrà pronunciarsi definitivamente su tutte le ipotesi alla base del progetto di pianificazione, appare evidente che esso, visti gli accordi in atto, si troverà nella condizione di doverle ratificare. Si tratta quindi di un processo antidemocratico, non trasparente e condizionato dalla difesa di interessi specifici, in modo particolare della potente lobby delle cliniche private”.
A riprova, l’MPS fa notare che “una prima versione delle proposte pianificatorie tendeva di fatto ad escludere il settore pubblico (l’Ospedale regionale di Lugano) dalle specialità legate all’ostetricia. Consiglieremmo quindi di evitare toni ed interpretazioni trionfalistiche da parte dei responsabili dell’EOC. Diciamo piuttosto che l’EOC sta, a malapena, “salvando i mobili” per quel che riguarda l’ostetricia nel Luganese!”.
Per il movimento questa collaborazione rappresenta infatti un rafforzamento del settore privato in materia di ostetrica e di neonatologia a tutto vantaggio, appunto, del solo privato: l’attuale capacità di intervento della clinica St.Anna, motivano, è limitata ad una ostetricia di base ed è praticamente nulla per quel che riguarda la neonatologia. “Questa nuova collaborazione permetterebbe dunque al settore privato di “mettere i piedi” in ambiti finora di competenza del settore pubblico; ambiti nei quali si necessitano risorse materiali e di personale importanti. Se poi questa collaborazione dovesse, come appare probabile, tradursi in una presa a carico della parte pubblica delle problematiche più complesse ed onerose finanziariamente (neonatologica, ostetricia complessa, ecc.) lasciando alla parte privata la gestione (crescente) dell’ostetricia di base e non complessa, sarebbe allora evidente l’interesse finanziario di tutta l’operazione per l’attore privato coinvolto nel progetto”.
Settore privato che per giunta, attacca il movimento, “non ha nessuna intenzione, e ci viene detto chiaramente nel comunicato, di adeguare le proprie condizioni in materia di personale a quelle in vigore nel settore pubblico. È noto che nelle cliniche private vi siano livelli salariali e condizioni di lavoro peggiori a quelle vigenti in seno all’EOC. Il fatto che ci si impegni a continuare l’attività garantendo al personale “condizioni equivalenti a quelle attuali” conferma che il settore privato voglia mantenere il proprio vantaggio competitivo nei confronti di quelli pubblico. Una posizione assolutamente inaccettabile”.
Quindi, “fermo restando la necessità di approfondire ulteriormente le proposte concrete, l’MPS dà un giudizio complessivamente negativo sul progetto di collaborazione e annuncia che lo combatterà con tutte le sue forze” considerandolo “un’ulteriore concessione al settore privato in ambiti delicati quali l’ostetricia e la neonatologia. Settori che dovrebbero invece tendenzialmente essere appannaggio esclusivo del settore pubblico”.
È nell’ambito pubblico, concludono, “che dovrebbe essere pensato e realizzato il centro donna-mamma-bambino. Per ragioni di efficienza, per ragioni finanziarie, per ragioni etiche: almeno nei confronti dell’accesso alla vita ogni cittadino dovrebbe godere di una parità di trattamento, che può essere garantito solo da una struttura sanitaria che abbia al centro del proprio mandato l’interesse pubblico e non la necessità di realizzare profitti”.