È il dubbio delle associazioni economiche ticinesi, per cui dietro l’immobilità si cela una strategia ben definita: con la ratifica dell'accordo multilaterale, una soluzione bilaterale non sarebbe più conveniente e invitano il Parlamento a non accettarlo

LUGANO – “Prendiamo atto dalla conferenza stampa tenutasi ieri a Berna che, a circa due anni dall’inizio formale dei negoziati tra Svizzera ed Italia, le parti non sono in grado di comunicare il raggiungimento di risultati sostanziali e concreti in nessuno degli ambiti oggetto di trattativa”, comincia così la nota congiunta con cui le cinque associazioni economiche ticinesi testimoniano la loro preoccupazione per lo stato delle trattative italo-svizzere.
ABT (Associazione Bancaria Ticinese), AITI (Associazione Industrie Ticinesi), Cc-Ti (Camera di Commercio Cantone Ticino), CATEF (Camera Ticinese dell’Economia Fondiaria) e SSIC (Società Svizzera Impresari e Costruttori, sezione Ticino) giudicano infatti la situazione “allarmante e unica nel suo genere”. La Svizzera, fanno notare, è riuscita a negoziare e concludere una cinquantina di accordi sulla doppia imposizione con molti stati e senza incontrare complicazioni di sorta, mentre con l’Italia “persiste una preoccupante situazione di stallo”.
Preoccupante “in particolare perché genera inutili incertezze sulla piazza finanziaria, in un momento già di per sé difficile e complicato. Inoltre, come più volte sottolineato nel recente passato, l’incapacità di progredire nei negoziati implica il mantenimento della Svizzera sulle black list italiane, che causano importanti disagi all’economia svizzera e rischiano di provocare danni irreversibili alla nostra piazza economica”.
Ma nelle associazioni si insinua il dubbio: che sia forse una situazione voluta? Scrivono infatti: “Tenuto conto dei recenti sviluppi politici, non è però escluso che dietro l’apparente situazione di stallo negoziale si celi invece una strategia ben definita dei negoziatori italiani”. Il riferimento è alla recente normativa approvata in Italia, la “voluntary disclosure”, volta a far riemergere patrimoni non dichiarati fiscalmente, premiando oltretutto quei soggetti fiscali che faranno rientrare fisicamente i capitali presso istituti italiani, e alle implicazioni che per questa avrebbe la ratifica da parte del Parlamento elvetico della Convenzione OCSE, firmata in ottobre dal Consiglio federale.
“L’Italia figura tra i paesi firmatari di questo accordo multilaterale – spiegano –. Roma sa quindi che esiste una base giuridica, ora ufficialmente riconosciuta anche dal Consiglio federale, che le permetterà, se il Parlamento svizzero ratificherà la Convenzione OCSE, di accedere a determinate condizioni ai dati dei propri soggetti fiscali. In altre parole, l’Italia è verosimilmente consapevole di disporre già dello strumento da utilizzare quale leva per attuare la propria voluntary disclosure, senza più dover dipendere da una soluzione concordata bilateralmente con la Svizzera”.
Le associazioni economiche ticinesi ritengono quindi che “la firma della Convenzione OCSE da parte del Consiglio federale abbia evidentemente disincentivato l’Italia a proseguire costruttivamente le trattative bilaterali con la Svizzera” e sottolineano poi come in questa situazione sia “pertanto assolutamente necessario che il Parlamento svizzero, come ha recentemente dimostrato di saper fare in situazioni analoghe, si opponga compattamente alla ratifica di tale Convenzione, correggendo l’incomprensibile e dannoso approccio messo in atto dal Consiglio federale nel mese di ottobre”.