POLITICA E POTERE
Albertoni scende in campo sul 'label etico': "Il marchio Ticino? Una finta buona idea. È arbitrario e non dà indicazioni sul valore di un'azienda"
Il direttore della Camera di commercio:"La sostituzione di personale ticinese e svizzero non piace nemmeno a me. Ma per coerenza, sarebbe opportuno mettere una vignetta sulle auto ticinesi che la domenica vanno nei supermercati italiani"

di Luca Albertoni *

“Une fausse bonne idée” direbbero i francofoni. A cosa mi riferisco? Alla moltitudine di iniziative volte ad affibbiare label di vario genere alle aziende considerate virtuose, secondo ovviamente i canoni della politica o dello Stato, per definizione giusto, buono e neutrale.

In concreto, secondo alcune proposte, la patente di bravo imprenditore verrebbe concessa solo a chi ha un organico composto da almeno l’80% di personale residente. Perché l’80% e non il 100%, che garantirebbe un’assoluta (ma forse un po’ sinistra) purezza? Mistero! Visto però che, con altre associazioni economiche, come Camera di commercio siamo stati tirati in ballo, ritengo doveroso puntualizzare alcuni elementi.

Avantutto, contrariamente a quanto affermato da alcuni, non ci siamo mai disimpegnati sul tema né abbiamo chiesto di delegare tutto allo Stato. Questa è una pura invenzione oppure frutto dell’ignoranza (nel senso etimologico di mancanza di conoscenza). Non so cosa sia peggio, ma tant’è. La preoccupazione di dare impiego al personale residente è ampiamente condivisa da gran parte del mondo economico che fa capo alle associazioni ed è giustamente una preoccupazione che deve essere presa in considerazione. In particolare, la sostituzione di personale ticinese e svizzero non piace nemmeno a me e non ho alcun problema a dirlo né a confrontarmi in maniera decisa su questo punto con chi sono chiamato a rappresentare. Perché quindi sono molto negativo sulle prospettate patenti di virtù attribuite dallo Stato o, come alcuni paventano, dalle associazioni di categoria?

I motivi sono tutto sommato semplici. Un imprimatur statale dà un’ufficialità e un’aura di grandezza totalmente ingiustificate, che automaticamente escludono dalla cerchia dei virtuosi le moltissime aziende ticinesi radicate nel territorio che non raggiungeranno mai il menzionato 80% di personale residente semplicemente perché non vi sono così tanti ticinesi, svizzeri o residenti (non dimentichiamo questi ultimi altrimenti sarebbe politicamente scorretto) atti o disposti a contribuire al raggiungimento dell’agognato limite. Questa è la realtà. La stigmatizzazione pubblica che deriverebbe dal mancato diritto al titolo nobiliare sarebbe profondamente ingiusta anche perché di fatto penalizzerebbe le numerose aziende storiche dell’economia ticinese e assolutamente in regola con livelli salariali, etica imprenditoriale ecc. che non per scelta ma per necessità operativa non potranno mai raggiungere la soglia dell’80%

Addirittura interi settori come l’industria, l’edilizia, la ristorazione, la sanità ecc. sarebbero automaticamente fuori dalla cerchia dei virtuosi. Inoltre, occorre sottolineare che non corrisponde al vero che chi impiega prevalentemente personale residente è automaticamente virtuoso e chi invece ha più personale frontaliere (perché di questo si tratta) è un pericoloso criminale. Ragionamento troppo semplicistico. Paradossalmente avrebbe ad esempio diritto al marchio l’esposizione di cucine italiane con sede in Ticino ma con attività completamente svolta in Italia. Un solo impiegato residente che mostra i cataloghi rappresenterebbe il 100% di personale indigeno. Complimenti, squilli di tromba, consegna del label di azienda virtuosa con baci e abbracci delle autorità comunali, cantonali e magari anche federali (quelle europee non mi sembra il caso…).

La realtà è purtroppo o per fortuna molto complessa e chi opera quotidianamente sul terreno sa che i criteri che rendono valida un’azienda sono molti e non dipendono solo ed esclusivamente dal numero di residenti che essa impiega.

Ci possono essere la tempestività nel pagamento delle assicurazioni sociali e nel versamento degli stipendi, la morale di pagamento, le condizioni di lavoro ecc. Anche per questo sarebbe assurdo obbligare le associazioni private di categoria ad attribuire questo fantomatico nuovo logo etico cantonale.

Si richiede il nostro coinvolgimento? L’opinione l’abbiamo data alla Commissione della gestione del Gran Consiglio, non si tratta di non essere collaborativi, ma il marchio così come concepito non ha alcun senso perché è arbitrario e non dà alcuna indicazione reale sul valore di un’azienda. E’ giusto dire che è assolutamente legittimo e auspicabile che, in un mercato liberale, ognuno possa esporre le proprie virtù, evidenziando nei modi che crede quanto sia sensibile alle esigenze del territorio. Lo possono fare tutti, senza alcun limite. Se qualcuno vuole evidenziare che assume solo personale indigeno, benissimo, può riempire le facciate dell’azienda di autocollanti. In questo senso sono senz’altro da sostenere valide iniziative private come SosTieni l’economia ticinese, che, lontana da logiche partitiche ed elettorali, sottolinea la necessità di attenzione verso l’economia locale. Come del resto si possono ottenere molti certificati di qualità attestanti competenze oggettive dell’azienda.

Ma, come detto, l’auto-promozione ha una valenza ben diversa da una patente in odore di ufficialità. Alcuni dicono che così si vuole dare la possibilità a consumatrici e consumatori di effettuare scelte più consapevoli. Sarà. A parte il fatto che vi sono moltissime aziende che forniscono altre aziende e non si rivolgono quindi al cliente finale, probabilmente consumatrici e consumatori decidono anche sulla base di altri elementi. Altrimenti non si spiegherebbe perché un numero consistente di ticinesi (pardon, residenti) si reca regolarmente in Italia per fare acquisti, dove manifestamente non è così irritante essere serviti da personale con accento non ticinese. Mi resta il dubbio che, a parte la necessità, in molti casi questo esodo sia dovuto più a motivi egoistici (non inteso in senso spregiativo, ma economico) che a vero rigetto verso un comportamento poco etico delle imprese ticinesi. Tuttavia, per coerenza, sarebbe opportuno mettere una vignetta (gratis per carità) su tutte le auto ticinesi che la domenica vanno nei supermercati italiani, visto che non si tratta di un comportamento particolarmente virtuoso, se si applica lo stesso schema che si vuole utilizzare per il marchio etico per le aziende.

Non si può generalizzare, obietteranno i paladini della libera scelta del paniere. Appunto, concordo, ma allora questo deve valere nelle due direzioni. Comprendo che sia delicato chiamare alla “responsabilità dei consumi” invocando il dovere morale di lavorare con aziende ticinesi, se queste non sono sensibili alle esigenze del territorio. E su questo il mondo imprenditoriale deve fare una certa auto-critica. Ma allora si potrebbe dire che è altrettanto poco etico guadagnare i soldi in Svizzera e spenderli altrove. E qui la cosa si fa ingarbugliata, per cui è forse meglio lasciar perdere senza lanciarsi in dubbi giudizi morali ed etici, espressi da chi probabilmente non ha titoli particolari per farlo. Infatti si parla sempre di aziende, ma siamo sicuri che tutti, ma proprio tutti i settori dell’ente pubblico avrebbero diritto al label per impiego limpido e incontaminato di personale indigeno? E la politica in generale? E i sindacati? Giudichino le lettrici e i lettori.

* direttore Camera di commercio

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