All'Impero va contrapposto un progetto antitetico. Alla competitività economica va anteposto il benessere delle persone e del loro diritto inalienabile a vivere senza essere schiacciate e spremute dalla catena di montaggio (o dalla sua assenza). C'è bisogno di una nuova spinta politica che investa in piccoli e semplici progetti che però siano in grado di portare un po' di sollievo e di sicurezza nella vita delle persone. Un benessere che si possa toccare con mano

di Andrea Leoni
Non si può curare la rabbia con la rabbia. Il malessere con prospettive infelici. La dignità ferita con un percorso umiliante. L'assenza di tempo con nuovi impegni. L'ansia con la concorrenza. L'egoismo e la paura con divisioni sempre più laceranti. Le ferite dell'emarginazione e della solitudine con il sale dell'ingiustizia sociale.
Qualche giorno fa mi è capitato di osservare un lavoratore più vicino ai 60 che ai 50, mendicare lavoro. Un uomo piegato, offeso nei sentimenti e nell'espressione del volto, buttato per strada come un ferro vecchio dopo una vita consumata dall'impegno e dal sacrificio. Una vittima esemplare di questo modello economico, feroce e cattivo, prodotto dalla globalizzazione. Per quanto ancora saremo disposti a sopportare con sostanziale indifferenza individuale ciò che ci circonda?
I disoccupati del Michigan e quelli ticinesi usano ormai le stesse parole d'ordine. Sono uguali gli occhi, le movenze, i conati di frustrazione. E molto simili, in qualche caso identiche, sono le risposte che scelgono per cercare una via di fuga disperata da questa tenaglia oppressiva che è diventata la quotidianità.
Persone sempre più ammalate delle malattie della testa e dello spirito. Di depressione, di ansia, di abbandono, di sconfitte. Il popolo dei perdenti, che in parte si rivolta nell'urna, e in parte tace e soffre nel buio del dimenticatoio dove sono stati scaricati.
Le correzioni all'attuale modello socio-economico si sono dimostrate fallimentari. La globalizzazione ci è cresciuta dentro lentamente fino a modificare il corpo e lo spirito della nostra convivenza. Ora è un'altra cosa e non si può più curare, non si può tornare indietro. Occorre ricominciare daccapo.
All'Impero va contrapposto un progetto antitetico. Alla competitività economica va anteposto il benessere delle persone e del loro diritto inalienabile a vivere senza essere schiacciate e spremute dalla catena di montaggio (o dalla sua assenza). Al doppio o al triplo lavoro, il tempo libero (da poter dedicare anche agli altri). All'angoscia del futuro un'idea di presente diversa. Alla velocità, la lentezza (anche quando si tratta di treni super veloci per far lavorare le persone più lontane da casa). Al consumismo, la riscoperta del valore delle cose. Al profitto individuale, la ricchezza di una comunità unita. Alla disumanizzazione tecnologica, il calore dei rapporti umani.
C'è bisogno di una nuova spinta politica che investa in piccoli e semplici progetti che però siano in grado di portare un po' di sollievo e di sicurezza nella vita delle persone. Un benessere che si possa toccare con mano.
Perché questo è il punto: bisogna cercare di far stare un pochino meglio le persone, di farle sentire meno sole sotto i tuoni della tempesta. È questa la cura contro i fenomeni che più ci inquietano. Altrimenti hai voglia ad agitare lo spettro di Trump e delle sue possibili derive: vincerà sempre.
La quarta rivoluzione industriale stravolgerà nei prossimi decenni il principio del lavoro fondato sul reddito. L'economia crescerà ma non i posti di lavoro adeguatamente remunerati. Avremo di conseguenza migliaia di persone che non avranno, e non potranno avere, un'occupazione in grado di sostenerle economicamente. È inutile quindi insistere sulla strada della "produzione" dei posti di lavoro, dei salari dignitosi (che non torneranno mai più come li abbiamo conosciuti), della competitività, della crescita, con promesse che non potranno essere mantenute, a meno che il punto di arrivo non sia la schiavitù.
Serve una svolta totale. Bisogna stravolgere tutti gli schemi mentali e politici con cui siamo cresciuti. Ma dobbiamo farlo noi per primi, smettendola di pensare che senza un impegno personale e concreto, che non contempla la semplice delega del voto, la manna scenderà dal cielo.