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20.04.2024 - 07:250
Aggiornamento: 25.04.2024 - 16:03

Nicoletta della Valle: “Armi spuntate contro la mafia”. Tre domande a Jacques Ducry

L’ex giudice istruttore federale commenta l’allarme lanciato dalla direttrice della Fedpol: “Spero e penso che non sia un approccio arrendevole, altrimenti chi di dovere sarebbe fuori posto”

A Jacques Ducry, già procuratore pubblico e giudice istruttore federale, abbiamo posto tre domande sull’intervista rilasciata alla NZZ dalla direttrice della Polizia federale Nicoletta Della Valle. Parole, le sue, che hanno suscitato sorpresa e inquietudine.

Ducry, lei cosa ne pensa? 
"Nessuna sorpresa, dunque nessun’altra inquietudine rispetto a quanto si sa da lustri: mi sembra che, sia il responsabile del Ministero pubblico federale sia la signora Della Valle, rilascino interviste un po’ superficiali. Nel senso che è vero che manca personale inquirente - sia magistrati sia funzionari di polizia federali -, è vero che le tecniche dei criminali sono cambiate, sfruttando le presunte modernità tecniche che si stanno rivolgendo contro le democrazie, ma… Ma bisogna avere il coraggio di dire a chi ha promulgato il Codice di procedura penale federale del 2011, dunque alla politica tutta, e in particolare a una certa sinistra, che il garantismo da loro auspicato e codificato non permette (più) agli inquirenti di essere efficaci non solo nella prevenzione ma soprattutto nella guerra al crimine organizzato".

Ma la direttrice della Fedpol denuncia, appunto, una grave carenza di personale, tanto da non riuscire a scandagliare le prove raccolte o a presidiare efficacemente il territorio. Il tutto lascia un senso di arrendevolezza, se non di impunità. C'è chi però obbietta che non sia un problema di mancanza di personale ma di organizzazione del Fedpol. Lei che ne pensa?
"Spero e penso che non sia un approccio arrendevole, altrimenti chi di dovere sarebbe fuori posto. Ma l’impossibilità di essere efficaci nella raccolta di informazioni, oltre a indizi e prove, non permette alla magistratura di aprire inchieste e di portare in aula penale i presunti autori dei crimini in questione, riciclaggio incluso. Non penso neppure che sia un problema organizzativo della Fedpol o del Ministero pubblico della Confederazione (all’istituzione del quale avevo collaborato a cavallo del millennio). Penso piuttosto che sia un problema di coraggio - e mi riferisco soprattutto alla Magistratura - nell’aprire, anche con pochi elementi, degli incarti, così da stimolare la Polizia federale nella sua azione a beneficio delle inchieste. Forse in Svizzera, contrariamente ad altri paesi europei vi è eccessiva prudenza, con la scusa del garantismo, nell’affrontare di petto quelle realtà. Sappiamo da decenni che la Svizzera è terra di conquista da parte delle organizzazioni criminali, lo è stato anche il Ticino negli anni Ottanta, con riferimento alle rogatorie del giudice Falcone, e lo è stato anche dopo, come lo sono state la Romandia, in particolare Ginevra, e la Svizzera tedesca, in particolare Zurigo, ma non solo. In quegli anni la Magistratura riusciva a portare a processo diverse persone, sia straniere che svizzere, che collaboravano al crimine organizzato. Anche se questo reato non era ancora codificato, e neppure quello di riciclaggio di denaro. Considero quindi che molto dipende dalle persone che hanno determinate competenze di polizia o giudiziarie e non tanto dalle strutture formali".

Molti ritengono che il passaggio di competenza del contrasto della criminalità organizzata dagli inquirenti cantonali, come era ai tempi in cui lei era procuratore a Lugano, a quelli federali, sia stato un errore. Un'altra critica concerne il fatto che si lanciano spesso allarmi roboanti sulla presenza mafiosa in Svizzera, ma poi a livello di condanne si conclude poco o nulla. È un problema di leggi, di risorse o di competenze nel fare le indagini?
"Guardi, quando abbiamo istituito il Ministero pubblico della Confederazione, con le nuove competenze, eravamo entusiasti e speranzosi che anche la Svizzera, finalmente, potesse entrare nel novero di quegli Stati che, malgrado tutto, devono affrontare da decenni il crimine organizzato, penso in particolare all’Italia. Dal Ticino, anche quando ero giudice istruttore federale, con gli inquirenti italiani abbiamo sempre lavorato benissimo, e c’era un’ottima collaborazione tra polizia cantonale, federale, e le forze di polizia italiane. E i frutti li raccoglievamo nelle rispettive aule penali. Ma il tutto implicava anche dei rapporti personali di fiducia, non limitandosi alla mera forma di trasmissione di richieste e di informazioni. La criminalità è sempre più globalizzata e io auspico ancora una volta un ruolo maggiore della Procura europea, ma ovviamente il tutto deve partire dalle procure locali, passando per quelle nazionali, e come ho detto poc’anzi, tutto dipende dalle persone e dalla volontà politica di dare a quelle persone i mezzi necessari per agire".

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