Secondo l’esponente dei Verdi Liberali del Ticino, il progetto non è più "sulla carta” ma è già in fase avanzata di attuazione, con obblighi contrattuali assunti e risorse pubbliche già investite

di Stefano Dias *
La Svizzera ha già deciso. Con voto popolare, cittadini e Cantoni avevano approvato il credito di sei miliardi, destinato al rinnovo della difesa aerea e quindi all’acquisto dei nuovi aerei da combattimento. In seguito, la Confederazione ha firmato il contratto, nel frattempo il Consiglio federale ha annunciato un adeguamento del numero di velivoli, con una riduzione degli esemplari per rimanere nel quadro finanziario approvato dal popolo. Non siamo dunque più nella fase della scelta politica iniziale, ma in quella dell’attuazione concreta di una decisione già presa democraticamente. Per questo sorprende la nuova iniziativa popolare che mira a: "La Confederazione non acquista aviogetti da combattimento del tipo F-35". Tale divieto viene inserito direttamente nella Costituzione federale fino al 2040. Si tratta di una proposta che, al di là del suo contenuto politico, arriva con tempi oggettivamente tardivi. Anche ipotizzando una raccolta firme rapida e un iter senza rallentamenti, una votazione nazionale difficilmente potrebbe tenersi prima di circa diciotto mesi. Ciò significa verosimilmente tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028, quando i primi apparecchi saranno già consegnati e operativi, la formazione di piloti e tecnici sarà conclusa e le infrastrutture necessarie saranno ormai in fase avanzata o concluse.
Il punto centrale è proprio questo: il progetto F-35 non è più un progetto sulla carta. È un programma già avviato, con obblighi contrattuali assunti, pianificazione militare definita e importanti risorse pubbliche già investite. I primi 8 aerei sono già nel cosiddetto "Lot 19" presentato nel Settembre 2025 da Lockheed Martin e con consegne previste a partire dal 2027 per la Svizzera di questi esemplari. Le cifre pubblicamente disponibili indicano che tra pagamenti effettuati, preparazione logistica, formazione e lavori infrastrutturali, la Svizzera avrà entro quella data impegnato importi molto consistenti, nell’ordine di miliardi di franchi. Pensare di fermare tutto come se nulla fosse significa ignorare la realtà amministrativa e finanziaria dei fatti. Vi è poi la questione giuridica, spesso trascurata nel dibattito politico. Nel diritto svizzero il principio della certezza del diritto, la tutela della buona fede e la prudenza nei confronti di effetti retroattivi hanno un peso rilevante. È quindi tutt’altro che evidente che una nuova norma costituzionale possa semplicemente cancellare un ordine già approvato dal popolo, formalizzato dallo Stato e in fase di esecuzione. Una simile disposizione verrebbe con ogni probabilità interpretata soprattutto in chiave prospettica, ossia come divieto di eventuali futuri acquisti supplementari, non come annullamento automatico di quanto già deciso e messo in atto.
Del resto, più il tempo passa, più questa interpretazione appare solida. Se al momento del voto gli aerei saranno già qui, fermare il programma significherebbe aprire un fronte di incertezza giuridica, costi aggiuntivi e possibili contenziosi internazionali. A ciò si sommerebbero ritardi nella sostituzione della flotta attuale e la necessità di ricominciare da capo con nuove procedure, in una fase storica segnata dalla guerra in Europa, da crescenti tensioni geopolitiche e da un contesto internazionale sempre più instabile, non sembra il momento più saggio per indebolire la capacità decisionale del Paese in materia di sicurezza. Esiste inoltre uno scenario che raramente viene evocato con sufficiente chiarezza: se nel peggiore dei casi la Svizzera dovesse annullare il programma senza avere nel frattempo una flotta sostitutiva operativa e con gli attuali F/A-18 Hornet giunti al termine della loro vita utile dopo 26 anni, dunque il nostro Paese potrebbe trovarsi costretto a delegare la sorveglianza dello spazio aereo a forze aeree straniere. In concreto, Stati confinanti come Italia, che dispongono anch’essi di Lockheed Martin F-35, potrebbero garantire determinati servizi su base contrattuale. Ciò significherebbe pagare milioni di franchi all’estero per una funzione sovrana essenziale, perdendo margini di indipendenza strategica proprio nel settore in cui uno Stato neutrale dovrebbe poter decidere autonomamente.
Questa vicenda solleva però anche una riflessione più ampia sul funzionamento della nostra democrazia diretta. Essa rappresenta uno dei grandi punti di forza della Svizzera, ma proprio per questo richiede senso della misura. Da tempo si osserva la tendenza di alcune minoranze politiche a riproporre gli stessi temi alle urne fino a quando il risultato non coincide con le proprie aspettative. Non si tratta più di utilizzare gli strumenti democratici per affrontare nuove questioni, bensì di contestare sistematicamente decisioni già prese. Se questo approccio dovesse consolidarsi, il rischio sarebbe quello di una paralisi crescente. Oggi si vota una riforma, domani si raccolgono firme per cancellarla, dopodomani si rilancia una contro-iniziativa. Lo stesso ragionamento potrebbe valere per qualsiasi altro dossier sensibile. Sarebbe come se in Canton Ticino, dopo il voto popolare sui sussidi di cassa malati dello scorso settembre, qualcuno lanciasse immediatamente una nuova iniziativa per annullare quella decisione solo perché non ne condivide l’esito. Un sistema simile finirebbe per trasformare la democrazia diretta in una campagna elettorale permanente.
Si può essere favorevoli o contrari agli F-35, e il dibattito resta legittimo. Ma vi è un momento in cui bisogna riconoscere che una decisione democratica è stata presa e che il tempo utile per rimetterla in discussione è trascorso. Oggi una nuova votazione potrebbe forse impedire acquisti futuri. Annullare l’ordine attuale, invece, appare ormai giuridicamente incerto, finanziariamente dannoso, politicamente problematico e, molto semplicemente, fuori tempo massimo.
* Verdi Liberali Ticino