Il presidente cantonale dell’Associazione Svizzera Israele: "Trovo molto pericoloso il modo in cui alcuni politici e giornalisti utilizzano ogni sua dichiarazione estrema per delegittimare non un singolo ministro, ma un intero Paese"

Dottor Adrian Weiss, in veste di presidente cantonale dell’Associazione Svizzera Israele, cosa pensa di Itamar Ben-Gvir e del suo video tra gli attivisti della flottiglia arrestati?
L’Associazione Svizzera Israele ha sempre espresso con chiarezza la propria posizione: sosteniamo qualsiasi serio processo di pace che permetta a tutti i popoli, inclusi i palestinesi, e agli Stati della regione di vivere in pace, sicurezza, riconoscimento reciproco e democrazia — anche se, purtroppo, quest’ultima parola resta ancora largamente sconosciuta in molte realtà del Medio Oriente.
Per quanto riguarda Itamar Ben-Gvir, è importante ricordare che rappresenta una componente minoritaria della politica israeliana. Il suo partito dispone di soli 4 deputati rispetto all’intera Knesset e le sue posizioni sono spesso contestate da una parte importante della società israeliana, dai media, dall’opposizione e persino da membri del governo. Personalmente ho criticato il tono e certe provocazioni pubbliche, incluso il recente video relativo agli attivisti della flottiglia.
Detto questo, trovo molto pericoloso il modo in cui alcuni politici e giornalisti utilizzano ogni dichiarazione estrema di Ben-Gvir per delegittimare non un singolo ministro, ma un intero Paese e persino un intero popolo. È una deriva grave. Israele è una democrazia complessa, pluralista, non un blocco monolitico identificabile con una singola figura politica.
Non dobbiamo inoltre ignorare l’uso sempre più ideologico e irresponsabile della parola “genocidio” da parte di certi ambienti politici e mediatici. Ad oggi non esiste alcuna sentenza di un tribunale internazionale che abbia stabilito che Israele stia commettendo un genocidio. Anche il procuratore della corte penale internazionale Karim Khan si è dissociato da questo termine mettendo in chiaro che non c'é nessuna prova per una sentenza simile e ha aggiunto che sarebbe stato "irresponsabile" agire solo per pressione politiche e mediatiche. Trasformare accuse giuridicamente e storicamente enormi in slogan politici alimenta odio, demonizzazione e radicalizzazione.
La storia europea dovrebbe insegnarci prudenza. Le grandi campagne di odio contro gli ebrei, e non solo, sono spesso state costruite attraverso menzogne, propaganda e accuse collettive. Dall’Affare Dreyfus alle falsità diffuse dalla propaganda nazista, la disumanizzazione sistematica di un popolo ha contribuito a creare il clima che portò non solo all’antisemitismo moderno, ma anche a milioni di morti.
Pensa che Benjamin Netanyahu dovrebbe estrometterlo dall’Esecutivo, anche a costo di far cadere il Governo? In caso contrario, nonostante si sia distanziato dal suo ministro, non sarebbe complice?
"Criticare il governo israeliano è legittimo, come lo è criticare qualsiasi governo democratico. In Israele le critiche sono quotidiane e spesso molto dure. Ma quando la critica si trasforma nella demonizzazione sistematica di Israele, nell’applicazione di doppi standard o nella criminalizzazione collettiva degli ebrei e dei sostenitori di Israele, allora si entra in un terreno estremamente pericoloso che l’Europa dovrebbe conoscere molto bene.
Israele resta una vera democrazia pluralista, dove convivono e partecipano alle elezioni partiti di destra, centro, sinistra, partiti arabi, islamisti vicini ai Fratelli Musulmani, partiti comunisti e formazioni che criticano apertamente il governo. Deputati arabi siedono in Parlamento, giudici arabi siedono nella Corte Suprema, giornalisti e oppositori criticano quotidianamente il governo senza rischiare il carcere. Questo livello di pluralismo politico e libertà di espressione è praticamente unico nella regione. Non esiste al mondo un altro Paese coinvolto in un conflitto armato che mantenga un livello così elevato di pluralismo democratico. Anche l’Ucraina, altro Paese aggredito militarmente, ha sospeso o vietato 11 partiti dell’opposizione durante la guerra.
Trovo inoltre significativo ricordare che Carlo Sommaruga, esponente di un partito svizzero ben più importante e rappresentativo rispetto alla piccola formazione di Ben-Gvir, dichiarò nel 2023 che vietare Hamas sarebbe stato “un errore strategico”, sostenendo che “in una trattativa bisogna includere tutti gli attori”.
Queste affermazioni meritano almeno lo stesso livello di attenzione e indignazione pubblica che si pretende nei confronti di Ben-Gvir, soprattutto dopo il massacro del 7 ottobre perpetrato da Hamas contro civili israeliani".
Cosa pensa delle flottiglie pro Gaza abbordate da Israele in acque internazionali? È corretto bollare questi attivisti come “sostenitori di Hamas” come fa il Governo israeliano?
Per quanto riguarda le flottiglie pro-Gaza, non credo sia corretto definire automaticamente tutti gli attivisti “sostenitori di Hamas”. Alcuni sono certamente mossi da convinzioni umanitarie sincere. Tuttavia è legittimo interrogarsi sul profondo squilibrio morale e politico di queste iniziative. È difficile non notare che molti di questi movimenti non abbiano mai organizzato flottiglie contro l’Iran per denunciare impiccagioni, repressione delle donne e persecuzioni degli oppositori; né contro la Turchia per la repressione di giornalisti e curdi; né contro la Cina, dove oltre un milione di uiguri sarebbero stati internati in campi di “rieducazione”; né contro regimi socialisti e autoritari come Cuba o il Venezuela, dove dissidenti, oppositori politici e manifestanti finiscono regolarmente in carcere; né contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, la repressione degli oppositori politici e la deportazione o sparizione di migliaia di bambini ucraini, stimati da diverse fonti internazionali in oltre 20’000 casi.
E diciamolo chiaramente: in alcuni di questi Paesi gli stessi attivisti probabilmente sarebbero stati arrestati brutalmente, fatti sparire o persino uccisi senza alcuna garanzia giuridica o copertura mediatica internazionale.
Per quanto riguarda l’intervento contro la flottiglia in acque internazionali, bisogna evitare slogan semplicistici. Israele sostiene da anni che il blocco navale di Gaza sia una misura di sicurezza legata al conflitto con Hamas e al tentativo di impedire il traffico di armi verso un’organizzazione terroristica responsabile del massacro del 7 ottobre e del lancio, negli anni, di migliaia di razzi contro civili israeliani.
Sul piano giuridico internazionale, la Commissione Palmer delle Nazioni Unite, nel 2011, concluse che il blocco navale israeliano costituiva una misura di sicurezza legittima nel contesto del conflitto armato e che i controlli potevano estendersi anche oltre le acque territoriali.
Trovo inoltre grave che molti di questi movimenti non abbiano preso una distanza netta e inequivocabile da Hamas dopo il 7 ottobre. La solidarietà verso la popolazione civile palestinese è legittima e necessaria. Ma ignorare Hamas, il terrorismo, gli ostaggi israeliani e l’uso sistematico dei civili come scudi umani significa non aiutare né la pace né il popolo palestinese stesso. Non ho mai sentito da questi movimenti un richiamo chiaro a una soluzione pacifica basata su “due popoli, due Stati”, ma piuttosto slogan come “Dal fiume al mare”, che molti interpretano come una negazione dell’esistenza stessa dello Stato d’Israele.
Il vero obiettivo dovrebbe essere lavorare per una pace giusta, per la fine del terrorismo, per la smilitarizzazione di Gaza e per una soluzione politica che possa rappresentare un primo passo concreto affinché israeliani e palestinesi possano finalmente vivere in pace e sicurezza reciproca".