POLITICA E POTERE
Filippo Gianoni bacchetta il CdM: "Deve vigilare sui magistrati o difenderli?"
L’avvocato interviene dopo il comunicato contro le critiche rivolte al Ministero pubblico: “Il Consiglio non è il suo portavoce né il suo difensore. Deve poter controllare domani senza essere prigioniero delle dichiarazioni rese oggi”
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52enne annegata, la Magistratura reagisce: “Attacco ingiustificato”

27 AGOSTO 2026
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52enne annegata, la Magistratura reagisce: “Attacco ingiustificato”

27 AGOSTO 2026

BELLINZONA – Il comunicato con cui il Consiglio della magistratura è intervenuto nei giorni scorsi a difesa dell’operato del Ministero pubblico continua a far discutere. Dopo le critiche sollevate da Daniel Ritzer su laRegione, alle quali l’organo di vigilanza aveva reagito parlando tra l’altro di un “ingiustificato attacco nei confronti della Magistratura”, sullo stesso quotidiano è intervenuto sabato l’avvocato Filippo Gianoni. E lo ha fatto ponendo una questione che, a suo giudizio, va ben oltre la singola vicenda giudiziaria: quella del ruolo e della terzietà del Consiglio della magistratura.

“La domanda è semplice: il Consiglio della magistratura deve vigilare sui magistrati o difenderli pubblicamente? Le due funzioni non sono la stessa cosa. E confonderle è pericoloso”, scrive Gianoni.

L’avvocato non contesta il diritto-dovere del Consiglio di intervenire quando è in gioco l’indipendenza della magistratura. Se un magistrato subisce pressioni o viene minacciata l’autonomia della giustizia, osserva, è corretto che l’organo di vigilanza prenda posizione. Così come è legittimo ricordare che un’inchiesta penale non si conduce sui giornali e che il segreto istruttorio può impedire al Ministero pubblico di rispondere alle domande della stampa.

Il punto critico, secondo Gianoni, è però un altro. Nel suo comunicato il Consiglio della magistratura ha affermato che il Ministero pubblico “ha svolto e sta svolgendo le attività istruttorie che le vicende evocate richiedono”.

Per l’avvocato, con questa frase si supera la difesa di un principio e si entra direttamente nella valutazione dell’operato concreto degli inquirenti: “Il Consiglio della magistratura non è il portavoce del Ministero pubblico. Non è il suo difensore. È l’autorità chiamata a vigilarne l’operato”.

Ed è proprio qui che Gianoni individua quello che considera il nodo istituzionale della vicenda. Un’autorità di vigilanza, sostiene, deve mantenere una particolare distanza dai soggetti sui quali esercita il proprio controllo, anche per conservare intatta la possibilità di intervenire successivamente.

Gianoni propone quindi un caso concreto: cosa accadrebbe se domani qualcuno presentasse al Consiglio della magistratura una segnalazione sostenendo che proprio nell’inchiesta oggetto delle polemiche vi siano state omissioni, ritardi o insufficienze?

Il Consiglio dovrebbe valutare con imparzialità se l’attività istruttoria sia stata adeguata. Ma, sottolinea l’avvocato, avrebbe già affermato pubblicamente che le attività richieste dalla vicenda sono state e vengono svolte.

“Il controllore ha quindi espresso un giudizio sul controllato prima ancora di essere eventualmente chiamato a controllarlo”, osserva Gianoni. E il problema, aggiunge, non è neppure stabilire se il Consiglio abbia formalmente oltrepassato le proprie competenze, quanto preservarne la necessaria terzietà: “Chi vigila deve essere libero. Libero anche dalla necessità di smentire domani ciò che ha affermato oggi”.

“La stampa può porre domande, anche scomode”
Gianoni contesta anche un altro passaggio del comunicato: la definizione delle domande della stampa come “ingiustificato attacco nei confronti della Magistratura”.

Il rischio, sostiene, è quello di far coincidere la critica all’operato di un’autorità con un attacco all’intera istituzione. Due cose profondamente diverse.

“La magistratura deve essere difesa da intimidazioni, pressioni e campagne di delegittimazione”, scrive. Ma questo non significa sottrarla al controllo critico dell'opinione pubblica. La stampa, ricorda Gianoni richiamando il concetto di watchdog journalism riconosciuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, deve poter porre domande. “Anche domande scomode. Anche domande alle quali, per ragioni perfettamente legittime legate al segreto istruttorio, il Ministero pubblico non può rispondere”.

E sintetizza la distinzione in maniera netta: “Non poter rispondere è una cosa. Sostenere che non si dovrebbe domandare è tutt’altra”.

Secondo Gianoni, proprio nei casi più delicati le istituzioni dovrebbero quindi evitare la tentazione di “fare quadrato”. L’indipendenza della magistratura, sostiene, “non significa immunità dalla critica” e la solidarietà istituzionale non può prendere il posto della vigilanza.

Anzi, più delicata è la vicenda, maggiore dovrebbe essere la distanza mantenuta dall’autorità di controllo. Perché il Consiglio della magistratura, scrive Gianoni, svolge un ruolo troppo importante “perché possa essere percepito come l’organo che interviene automaticamente in difesa dei magistrati quando il loro operato viene pubblicamente discusso”.

Ed è nella conclusione che l’avvocato concentra la sua critica più incisiva, distinguendo fra la protezione di un magistrato da pressioni indebite e l’attestazione pubblica della correttezza dell’operato di un’autorità sottoposta a vigilanza. La prima, sostiene, rientra pienamente nella tutela dell’indipendenza della giustizia. La seconda rischia invece di compromettere la credibilità di chi potrebbe essere chiamato, un domani, proprio a verificarne l’operato.

Da qui la domanda finale:

“Chi deve vigilare sul magistrato può contemporaneamente diventarne il difensore? A mio avviso no. Perché quando il vigilante comincia a difendere il vigilato, il problema non riguarda più soltanto chi è sottoposto alla vigilanza. Riguarda il vigilante stesso”.
 
 
 
 

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