"Il 27 settembre non voteremo per Putin, per l’UDC, per la sinistra o per la destra, ma per un principio vincolante. E io voterò SI"

di Oliviero Pesenti*
C’è qualcosa che in questa campagna dovrebbe preoccuparci quanto il merito della votazione: il linguaggio utilizzato da una parte del fronte contrario. «Iniziativa pro-Putin». «La Svizzera si rinchiuderà su se stessa». «Ridicola». «Una grossolana forzatura». «Ci vuole ammutoliti». «Ci vuole dipendenti dalle decisioni degli altri». Si può essere contrari a un’iniziativa. Si possono contestare le sue conseguenze. Ma trasformare chi sostiene una diversa concezione della neutralità in un ingenuo, un esaltato o addirittura in un sostenitore di Putin non solo è offensivo: significa evitare il confronto sul merito. E il merito è enorme.
Il 27 settembre non saremo chiamati a scegliere tra Russia e Occidente, tra guerra e resa, tra apertura e isolamento. Saremo chiamati a decidere che cosa significa, per la Svizzera, essere neutrali. La neutralità è parte della nostra storia, della nostra identità e della nostra credibilità internazionale. Ma possiamo ancora chiamarla neutralità se, di fronte ai conflitti, il nostro Paese decide di volta in volta quali misure coercitive adottare contro una delle parti? Nel 2022 la Svizzera ha adottato la maggior parte delle sanzioni dell’Unione europea contro la Russia. Una decisione politicamente legittima, ma che ha inevitabilmente modificato la percezione internazionale della nostra neutralità.
La domanda non è qui stabilire chi abbia ragione o torto. La domanda è se la neutralità possa dipendere dalle circostanze, dalle pressioni internazionali o dalla maggioranza politica che governa in quel momento. Io credo di no. Ed è qui che l’iniziativa assume il suo significato più importante: ancorare nella Costituzione una neutralità chiara e stabile, sottraendola alla discrezionalità politica del momento. Due pesi e due misure
C’è poi una questione che non possiamo eludere. La Svizzera ha adottato ampie sanzioni contro la Russia. Di fronte alla tragedia di Gaza, invece, ha condannato Hamas, ha adottato misure contro Hamas e la Jihad islamica palestinese e chiede il rispetto del diritto internazionale umanitario, ma non ha adottato contro Israele un regime sanzionatorio paragonabile a quello applicato alla Russia. Qualcuno dirà che i due conflitti sono diversi. Certamente lo sono. Ogni conflitto ha la propria storia, il proprio contesto e le proprie responsabilità. Ma una domanda deve poter essere posta senza essere accusati di estremismo o di parte: se il principio è il rispetto del diritto internazionale e la tutela della popolazione civile, perché la risposta della Svizzera può essere così diversa da un conflitto all’altro?
Non esistono vite umane che valgono di più in funzione della bandiera, dell’area geopolitica o degli interessi economici. I principi valgono per tutti, oppure diventano strumenti politici. Ed è proprio questo il rischio del «caso per caso»: oggi la Russia, domani un altro Paese, dopodomani un altro ancora. Una neutralità definita ogni volta dalle circostanze rischia di non essere più neutralità, ma una politica estera discrezionale alla quale continuiamo ad attribuire quel nome. C’è poi un altro equivoco: sanzionare non significa necessariamente fare la pace. Le sanzioni possono essere uno strumento legittimo, ma non sono automaticamente efficaci e la loro efficacia politica è difficile da misurare. Possono produrre conseguenze economiche e sociali rilevanti senza necessariamente modificare le decisioni di chi conduce una guerra. Perciò non possiamo accettare l’equazione semplicistica secondo cui più sanzioni significhino automaticamente più pace.
La domanda vera dovrebbe essere: che cosa può fare la Svizzera per avvicinare la fine di una guerra? Perché l’obiettivo della politica estera non può essere soltanto punire chi ha iniziato un conflitto. Deve essere creare le condizioni perché quel conflitto finisca. Ed è qui che la neutralità diventa uno strumento concreto di pace: una Svizzera credibile e non coinvolta nei conflitti può parlare con tutti, offrire buoni uffici e costruire ponti quando gli altri li hanno già bruciati.
Il Consiglio federale sostiene che la neutralità deve conservare un ampio margine di manovra per poter reagire alle circostanze e tutelare gli interessi svizzeri. È un argomento serio. Ma proprio qui sta la ragione per cui voterò Sì. Possiamo davvero lasciare che siano i governi del momento, le maggioranze politiche che cambiano e gli equilibri internazionali contingenti a decidere quale debba essere la neutralità della Svizzera? Oggi governa una maggioranza. Domani potrebbe governarne un’altra. Oggi le pressioni arrivano da una parte; domani potrebbero arrivare dall’altra. La neutralità della Svizzera non può cambiare ogni volta insieme alla maggioranza del colore politico del Governo.
Se è davvero parte della nostra identità nazionale, deve essere più forte dei governi che passano e delle maggioranze che cambiano. Questo è il ruolo di una Costituzione: proteggere alcuni principi fondamentali dalla contingenza politica. E allora smettiamola con gli slogan. «È un’iniziativa pro-Putin». No. È un’iniziativa sulla neutralità svizzera. «La Svizzera si isolerà». No. Neutralità non significa isolamento. Significa non diventare parte dei conflitti altrui e utilizzare la propria posizione per la mediazione e la pace. «Dobbiamo poter decidere caso per caso». È proprio questo il problema: un principio nazionale non può cambiare con il Governo in carica e con le pressioni esterne.
«L’iniziativa ci rende deboli». È un falso dilemma. Neutralità e forza non sono contraddizioni: sono due facce della stessa sicurezza. Il Sì non significa disarmare la Svizzera. Al contrario: una Svizzera neutrale deve essere militarmente credibile, modernizzare il proprio esercito e sviluppare le proprie capacità di difesa. Significa anche poter mantenere forme di cooperazione internazionale compatibili con la neutralità, senza trasformarle in appartenenza o subordinazione a un'alleanza militare. Essere neutrali non significa essere indifesi. Significa essere abbastanza forti da difendere il nostro Paese senza diventare parte di una guerra che non è la nostra.
E poi ci sono gli interessi. Certo che la Svizzera deve difendere i propri interessi economici e finanziari. Ma gli interessi non possono diventare il metro con cui misuriamo i nostri principi. La Svizzera deve avere partner, non deve avere tutori. La neutralità non è soltanto una tradizione. È un capitale politico e diplomatico. In un mondo sempre più diviso, riarmato e attraversato da guerre, la possibilità di parlare con tutti vale moltissimo. Perdere credibilità come Paese neutrale significherebbe perdere uno degli strumenti strategici più preziosi che possediamo.
Per questo il 27 settembre non voterò contro qualcuno. Voterò per una Svizzera che decide autonomamente. Per una Svizzera forte nella difesa, indipendente nelle decisioni, coerente nei principi e capace di parlare con tutti. La neutralità non è una partita di scacchi. Non è uno strumento da utilizzare quando conviene. Non è una concessione diplomatica. È parte della nostra identità. È una scelta di sovranità. È una responsabilità verso le generazioni future. Perché i governi passano. Le maggioranze cambiano. Le alleanze internazionali si trasformano. Gli interessi economici si spostano. LA SVIZZERA RESTA. E se vogliamo che resti libera, indipendente e credibile, dobbiamo avere il coraggio di proteggere ciò che la rende diversa. Il 27 settembre non difendiamo una parte politica. Difendiamo la Svizzera.
*imprenditore