SALUTE E SANITÀ
Cambia la società, cambia la medicina. Breve ‘ritratto’ di un reparto chiave: le cure intense. “La speranza di vita è aumentata e lo è anche la complessità degli interventi chirurgici, e così...”
Parte dell’Area Critica, è il reparto in cui vengono curati i pazienti più complessi. A spiegarne nascita e ruolo è il dottor Romano Mauri della Clinica Luganese

LUGANO – La nostra società ha attraversato molti mutamenti negli ultimi decenni e con loro a cambiare è stata anche la nostra vita. In salute e in malattia. L’evoluzione della medicina e la migliore qualità di vita di questi ultimi decenni ci permettono di vivere più a lungo. Ed è questa una conquista, certo, ma anche una sfida a cui la medicina deve saper oggi rispondere.

Si sviluppano così nuove cure che cambiano anche la fisiologia di luoghi chiave in fatto di salute, come gli ospedali. Nascono, o si potenziano, quindi nuovi reparti, il cui scopo spesso è però difficile da capire realmente per i non addetti ai lavori. Eppure, sono di fondamentale importanza. È il caso, ad esempio, delle cure intense. Ma di cosa si tratta?

Per rispondere a questa domanda ci siamo rivolti a chi uno di questi reparti lo dirige, il dottor Romano Mauri, specialista in anestesia e medicina intensiva, responsabile delle Cure intense della Clinica Luganese. Il nosocomio di Moncucco ha visto ufficializzato di recente il riconoscimento da parte della Società Svizzera di Medicina Intensiva. Un riconoscimento di cui si è sottolineato il carattere unico. “A parte il Cardiocentro, che fin dall’inizio visto la patologia trattata ha dovuto dotarsi di quest’unità, la Clinica Luganese è infatti la sola a offrire questa prestazione altamente specialistica in ambito privato”, commenta Mauri.

Le cure intense, spiega, fanno parte di quella che viene chiamata l’Area Critica in cui rientrano anche l’anestesia e il pronto soccorso. Questa, aggiunge, “è una particolarità unica in Ticino: qui le tre specialità, che si occupano del paziente urgente, sono state raggruppate in una sola realtà che ne garantisce il coordinamento e soprattutto facilita il passaggio d’informazioni ed accelera la presa a carico del malato fra i tre domini, senza interruzioni”.

Una vicinanza che è anche fisica. Nel concreto, alla Clinica Luganese, si tratta di un reparto di sei posti letto, costruito ex novo sopra le sale operatorie e vicino al Pronto Soccorso. Aree in cui si trova per definizione il paziente critico. Il reparto è il frutto di una riflessione avviata attorno agli anni Novanta, quando i casi più complessi erano presi a carico in camere di degenza nel reparto di chirurgia. “In quel periodo ci si rese conto che l’evoluzione dei pazienti e la complessità crescente degli interventi chirurgici eseguiti rendeva necessaria la creazione di un’unità in cui concentrare le cure”. Il reparto ha quindi cominciato a svilupparsi e crescere. L’impostazione assunta poi in questi ultimi anni dalla Clinica Luganese, “ha domandato chiaramente il potenziamento di quella parte dell’Area Critica che accoglie i malati più gravi, offrendo loro competenza medica e continuità terapeutica in un momento molto delicato della malattia”.

In un reparto di cure intense, i segni vitali dei pazienti vengono costantemente monitorati e devono poter essere sostenuti in ogni momento. La necessità di creare una struttura simile è infatti dettata proprio dal tipo di malati che si devono curare. “L’evoluzione della medicina e la migliore qualità di vita – riflette Mauri – hanno portato all’aumento della speranza di vita. Se questa, da un punto di vista sociale, è sicuramente stata una conquista, dal punto di vista medico ci si è trovati a dover curare persone con polipatologie in un ambito di ridotte riserve fisiologiche”. In altre parole, occuparsi di un malato ultraottantenne con una frattura del collo del femore è molto diverso che curare la stessa persona all’età di sessant’anni.

Inoltre, prosegue, la presenza di un pronto soccorso sempre più apprezzato sia dalla popolazione sia dai servizi di emergenza apre la porta all’arrivo di patologie sempre più impegnative. “Questo reparto ci permette quindi di garantire una continuità delle cure senza dover trasferire i nostri malati più gravi e più sensibili in altre realtà sanitarie che non li conoscono. Ed è anche una risposta logica e lungimirante alla missione della clinica, che si propone di provvedere ai pazienti rispettando gli attuali standard di cura e garantendo un approccio centrato sulla relazione umana”.

Vista la complessità dei casi trattati, nelle cure intensive diversa è anche l’organizzazione, e la formazione, del personale. In ogni momento deve essere garantita la presenza di un medico. Nove sono quelli che attualmente operano nel reparto della Clinica Luganese: “Vi sono due medici specializzati in cure intensive coadiuvati da 7 colleghi con specialità in medicina interna o chirurgia. Come altrove, anche qui la complementarietà delle diverse discipline va a favore di questi malati con patologie complesse”.

Il rapporto fra gli infermieri – che hanno un biennio di specializzazione aggiuntiva – e malato è poi molto più stretto rispetto ad altre unità. Se nei reparti di degenza, per paragone, è di un infermiere ogni otto pazienti, nelle cure intense raggiunge, per i casi più complessi, la parità con 1.3 infermieri per malato.

“La formazione di questi infermieri – spiega Mauri – è estremamente approfondita con competenze che vanno a completare sinergicamente quelle del medico formando un binomio che richiama molto quello all’interno di un cockpit di un aereo di linea”.

Non sono però, conclude Mauri, solo le motivazioni mediche ad aver spinto il nosocomio a dotarsi di un reparto altamente specialistico come le cure intense. “Questo tipo di scelte scaturiscono anche dalla tradizionale caratteristica no profit della Clinica, che permette di reinvestire costantemente in iniziative a favore del malato che viene veramente posto al centro della nostra attenzione”.

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