ANALISI
Il pasticciaccio dell'Expo, il silenzio del Governo, i finanziamenti da Gigi e la cremeria, e la piazzata leghista
L'ANALISI - "Il Consiglio di Stato faccia chiarezza. Bertoli si è trovato con la Peppa Tencia. La diserzione del gruppo della Lega è farsesca. Ma il ricorso di Boris Bignasca è doveroso"

di Marco Bazzi

Diciamo quattro cose molto semplici. Che ognuno può condividere o no, ma vanno dette.

Primo: il progetto ticinese per l’Expo di Milano è uno dei pasticci politici più grossolani che si siano visti negli ultimi vent’anni, che il mix arcimboldiano di frutta e verdura della mascotte meneghina è nulla a confronto. Ma come sempre (in Ticino) non è colpa di nessuno.
Adesso si vocifera che si starebbe tentando di formare un comitato interpartitico di sostegno all’Expo in vista della votazione popolare di settembre. È vero che l’evangelizzazione ha bisogno di martiri, ma in questo caso mancano due elementi fondamentali: la fede e il Verbo.

Secondo: il silenzio del Consiglio di Stato (che non ha nemmeno risposto compiutamente alle domande della Commissione parlamentare della gestione), è imbarazzante e assordante. Oltre che altamente sospetto.

Terzo: la piazzata odierna del gruppo leghista in Gran Consiglio, che ha abbandonato l’aula dopo l’intervento del presidente del Governo Manuele Bertoli (come presidente la Peppa Tencia è toccata a lui), è farsesca. La politica circense divertirà magari i protagonisti, o gli hooligan in cerca di rissa su Facebook, ma sta scadendo nell’avanspettacolo, perché il Fellini di via Monte Boglia non c’è più. E bisognerebbe avere il coraggio e la sensatezza di cambiare film.

Quarto: il ricorso presentato sempre oggi da Boris Bignasca al Tribunale amministrativo contro l’utilizzo di un milione di franchi del fondo Swisslos (lotteria intercantonale) è sacrosanto.

E adesso spieghiamo meglio perché.

Punto primo. Stiamo facendo una figura da mastri cioccolatai, e in questa vicenda non ci sono vergini politiche tra i partiti di governo. Il Ticino, ci confidava questa sera un deputato che conta, sembra uscito da un film di Monicelli: l’Armata Brancaleone. E ha ragione. In una manciata di settimane siamo passati dal credito di tre milioni e mezzo di franchi per la partecipazione all’Expo all’improvvisata e intempestiva operazione “Fra Cercotto”.

Pur di salvare la faccia, dopo la valanga di firme (12'000) raccolte dalla Lega contro il credito, la politica è andata a bussare alle porte degli imprenditori. Sarebbe interessante sapere chi ha suonato il campanello. Vi ricordate lo spot dei gelati Motta? “C’è Gigi?”. “Non c’è”. “E la cremeria?”. “C’è… sali”.

Ci sono, pare, promesse di versamento per 700'000 franchi. Ma se i soldi spuntano fuori adesso dal Pozzo di San Patrizio perché chi ha gestito il progetto Expo non è andato a cercarli prima? E quei 700'000 franchi sono solo promesse o qualcuno ci ha messo sotto la zampa intinta nell’inchiostro?

Per inciso: abbiamo parlato del credito di 3 milioni e mezzo votato dal Gran Consiglio, ma non possiamo dimenticare quello da tre milioni e 200'000 franchi per il Trenhotel di Chiasso (un paio di vagoni ferroviari sotto una tettoia), spazzato via in votazione popolare, come non possiamo dimenticare i progetti ecologici sbandierati in pompa magna tipo “vai in barca e in bicicletta da Locarno a Milano”. Ma dai, siamo seri…
Si poteva trovare un compromesso politico, rinunciando al superfluo, e adesso non ci sarebbe stato tutto ‘sto casino. Invece no, si è voluti andare avanti e sbattere la testa contro il muro.

Veniamo al secondo punto, il silenzio imbarazzante (e imbarazzato) del Governo. Non basta dire, come ha fatto il Consiglio di Stato: “Abbiamo trovato dei finanziatori privati per partecipare al Padiglione svizzero e li garantiremo con un milione di Swisslos” (tipo fideiussione, ma lo scandalo degli impianti di risalita ci ha insegnato che le fideiussioni finiscono “in cavalleria”) per convincere i ticinesi, increduli di fronte al pasticciaccio di Palazzo delle Orsoline, che ades l’è tüt a post.
Intanto bisogna dire quanto costa esattamente partecipare con gli altri cantoni alpini al Padiglione svizzero, perché mica l’abbiamo capito: si parla di un milione, ma anche di un milione e mezzo o più. Ma soprattutto bisogna dire quali impegni ha preso il Ticino con gli altri partner (svizzeri e italiani) di Expo e chi, eventualmente, ha firmato le cambiali in bianco.
Di fronte a questo caos il Consiglio di Stato non può liquidare tutto con un comunicato stampa, perché altrimenti non si può gridare allo scandalo se dopo il vertice di Agno la Signora Widmer Schlumpf se ne va a mangiare la pizza e lascia il Beltra da solo a spiegare che la delicatezza della situazione impone, eccetera…
Una conferenza stampa sul caso Expo è il minimo che si possa pretendere in nome della trasparenza. Non dichiarazioni smozzicate rilasciate qua e là, perché questa storia dell’Expo, alle porte della campagna elettorale, sta diventando esplosiva.

Terzo punto. La piazzata odierna della Lega era fuori luogo perché le parole del presidente Bertoli non hanno aggiunto o tolto nulla a quanto già si sapeva. E sulla decisione di andare a cercare soldi privati e di usare a garanzia il milione di Swisslos, a quanto ci risulta, c’era l'adesione di tutti (o quasi) i ministri, compresi i due (o almeno uno) della maggioranza relativa. Comprendiamo che il dibattito sul consuntivo del Cantone si preannunciava lungo e noioso ma nessuno è obbligato a fare il deputato se non ne ha più voglia. 

Quarto e ultimo punto, il ricorso presentato oggi al Tribunale amministrativo da Boris Bignasca. Leggendolo, al di là della tesi politica della violazione dei diritti popolari, si capisce che ci sta, e che si basa su fondate motivazioni giuridiche. Per cui non ci stupirebbe che i giudici lo accogliessero. Legittimo lo è di sicuro. Ma è anche doveroso, perché sinceramente, e senza parteggiare per l’una o l’altra parte, la storia del milione di Swisslos è parsa ai più una clamorosa presa per il fondelli.

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