SECONDO ME
Mauro dell'Ambrogio: "Tassazione e convivenza: non è compito dello Stato controllare chi vive con chi"
"Chi riduce il proprio consumo grazie ad una convivenza non deve per questo essere penalizzato rispetto a chi, con lo stesso reddito, vive da solo"

di Mauro Dell'Ambrogio*

Il tema della tassazione dei coniugi è sul tavolo da decenni. I redditi cumulati sono tassati con aliquote più alte, così che sposarsi non conviene fiscalmente. Il sistema, concepito quando di regola uno solo dei coniugi conseguiva un reddito lavorando, fu poi corretto con l’introduzione di aliquote distinte per coniugati e persone sole. Ma per buone ragioni le aliquote per coniugati sono applicate a nubili o vedovi con figli a carico, così che a bene ficiare di un privilegio scale ingiustificato sono i conviventi con figli.

Le alternative non mancano, già sperimentate in altri paesi, ma finora il parlamento federale non è riuscito a trovare un consenso per adottarne una, frenato da una duplice contrapposizione. Quella tra destra e sinistra, per cui ogni riforma scale viene bocciata se fa aumentare o diminuire il gettito fiscale complessivo. E quella tra tradizionalisti e liberali: fedeli i primi ai valori della famiglia fondata sul matrimonio, i secondi a quelli della libertà individuale. Chissà che col recente annullamento da parte del Tribunale federale del voto popolare su un’iniziativa del PPD (che non piace nemmeno più al PPD) non sia arrivata la volta buona.

Non è compito dello Stato controllare chi vive con chi: al massimo quando si tratta di calcolare il bisogno di chi chiede prestazioni sociali, ma non ai fini fiscali. Se la convivenza permette di ridurre i costi, di questo risparmio deve beneficiare chi convive e non il fisco. Le persone a carico diminuiscono la possibilità contributiva e vanno considerate indipendentemente dalla convivenza. Chi riduce il proprio consumo grazie ad una convivenza non deve per questo essere penalizzato rispetto a chi, con lo stesso reddito, vive da solo.

Qualsiasi tipo di convivenza: etero od omosessuale, tra genitori e figli, parenti prossimi o lontani o semplicemente amici che si dividono un appartamento. Prima che di giustizia contributiva si tratta dell’interesse generale. La convivenza va incentivata già per ragioni ambientali: consumo energetico, superficie abitativa, spreco di cibo. E per il minor ricorso ad aiuti a carico della comunità.

La concezione tradizionale della famiglia in campo fiscale ha portato all’effetto opposto: la convivenza più classica, quella tra moglie e marito con figli, è penalizzata e quindi dissuasa. I conservatori dovrebbero essere in prima la a neutralizzare il diritto scale rispetto a famiglia e convivenza e alla confusione tra questi due concetti. E non a sabotare, come fatto finora, i tentativi in direzione della tassazione individua- le con adeguate deduzioni per persone a carico, coniuge eventualmente compreso.

*Articolo tratto da Opinione Liberale

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