SECONDO ME
Marchesi: "Il 1° maggio dei sindacati: predicano il lavoro e difendono il dumping"
"Una parte del sindacalismo non vuole risolvere il problema: vuole amministrarlo. Più aumenta la pressione, più crescono tessere e potere. Sulla pelle dei ticinesi"

di Piero Marchesi*

I sindacati hanno gettato la maschera. Nel giorno in cui dovrebbero difendere chi lavora, hanno preferito attaccare l’UDC e l’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni”.

L’hanno definita pericolosa, “razzista”, “xenofoba”, una minaccia per salari e impieghi. La solita liturgia della sinistra: quando non ha argomenti, insulta.

Ma la domanda è semplice: chi ha davvero messo sotto pressione i salari in Ticino? Chi ha trasformato il lavoro in una giungla? Chi ha permesso che il residente fosse messo in concorrenza diretta con chi vive oltre confine, con costi della vita più bassi e quindi può accettare salari insostenibili per una famiglia ticinese?

La risposta è una sola: la libera circolazione. Quella che sinistra e sindacati difendono con fanatismo ideologico.

Da vent’anni denunciano dumping, precarietà, abusi, contratti al ribasso, giovani ticinesi costretti a partire oltre Gottardo. Ma quando si tratta di colpire la causa, scappano. Perché la causa è proprio il sistema che loro vogliono salvare. Piangono sulle ferite dei lavoratori, ma guai a togliere il coltello.

Con la libera circolazione sono stati abbattuti contingenti, tetti massimi e preferenza indigena: strumenti che permettevano alla Svizzera di gestire l’immigrazione secondo le proprie necessità. Tolti quei paletti, il Ticino è diventato il laboratorio più brutale della concorrenza al ribasso.

Ecco l’ipocrisia del 1° maggio: sul palco parlano di salari, ma difendono la libera circolazione che li comprime. Parlano di diritti, ma difendono il sistema che indebolisce i residenti. Parlano di giovani, ma si oppongono all’unica iniziativa che può ridare loro una prospettiva.

La verità è che una parte del sindacalismo non vuole risolvere il problema: vuole amministrarlo. Più il mercato del lavoro è malato, più loro si presentano come indispensabili. Più aumenta la pressione, più crescono propaganda, tessere e potere. Sulla pelle dei ticinesi.

Noi diciamo basta. La Svizzera non può diventare un Paese da 10 milioni, soffocato da traffico, cemento, penuria di alloggi, infrastrutture sovraccariche e salari sotto pressione. Non siamo obbligati a subire. Possiamo tornare a decidere chi entra, chi lavora e a quali condizioni.

Il 14 giugno la scelta è chiara: con il popolo o con il sistema. Con i lavoratori ticinesi o con chi li usa come bandiera e poi li tradisce.

Per il lavoro, per i salari, per i giovani e per il futuro del Ticino: “SÌ all’iniziativa No a una Svizzera da 10 milioni (iniziativa per la sostenibilità)”.

*Consigliere Nazionale UDC 

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