"La pressione salariale non nasce da un difetto di controlli. Nasce da un mercato del lavoro aperto senza limiti in un Cantone di frontiera"

di Piero Marchesi*
Il dumping salariale in Ticino esiste. È inutile negarlo. L’UDC lo denuncia da oltre dieci anni, quando molti minimizzavano. I cittadini lo hanno capito prima della politica: lo dimostra il voto popolare nel 2016 a favore dell’iniziativa “Prima i nostri”, che chiedeva una priorità concreta ai residenti sul mercato del lavoro.
Quel mandato non è mai stato applicato seriamente. Non per mancanza di strumenti, ma per mancanza di volontà politica. L’UDC era pronta. Altri hanno frenato, svuotato, rinviato.
Oggi la sinistra propone un’iniziativa cantonale “Rispetto per i diritti di chi lavora! Combattiamo il dumping salariale e sociale!” basata su più controlli, più ispettori, più obblighi di notifica. In sostanza: più Stato, più costi, più burocrazia e zero soluzioni.
Ma la domanda è semplice: vogliamo combattere il dumping mettendo un controllore per ogni lavoratore? Vogliamo trasformare il mercato del lavoro in un apparato amministrativo permanente, con milioni di spesa pubblica aggiuntiva aumentando ancor più i dipendenti cantonali, come se il problema fosse una carenza di formulari?
Oppure vogliamo affrontare la causa vera? La pressione salariale non nasce da un difetto di controlli. Nasce da un mercato del lavoro aperto senza limiti in un Cantone di frontiera. Nasce dalla libera circolazione delle persone.
Qui sta il nodo. Tutto il resto sono effetti.
Finché l’offerta di manodopera estera resta strutturalmente elevata e non gestibile in funzione degli interessi del Paese, la pressione sui salari continuerà. Si possono moltiplicare gli ispettori, ma non si può cancellare una dinamica strutturale con la burocrazia.
L’iniziativa cantonale guarda il dito: gli effetti. Non guarda la luna: la causa. Per questo l’8 marzo bisogna avere il coraggio di dire No a questa illusione costosa e inefficace.
Se davvero vogliamo difendere i salari e il lavoro dei residenti, la vera battaglia è a livello federale. A giugno saremo chiamati a votare sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni”. È lì che si decide se continuare con una crescita demografica incontrollata e una pressione costante sul mercato del lavoro, oppure se riprendere il controllo.
Quell’iniziativa porterà progressivamente alla disdetta dell’accordo di libera circolazione. Significa poter regolare autonomamente l’accesso al nostro mercato del lavoro. Significa proteggere davvero chi vive e lavora qui.
Il Ticino è il Cantone più esposto agli effetti della libera circolazione. Dovrebbe essere compatto nel chiedere una soluzione strutturale, non nel moltiplicare palliativi.
L’8 marzo diciamo No all’iniziativa contro il dumping. A giugno uniamoci per dire Sì a una scelta chiara e risolutiva: No a una Svizzera da 10 milioni. Basta rincorrere gli effetti. È tempo di intervenire sulla causa.
*presidente UDC