"Non si tratta di chiudere porte ma di ricordare che la cooperazione tra Stati si regge su regole reciproche"

di Simona Genini*
Il rispetto degli accordi internazionali non è un dettaglio tecnico: è il presupposto della fiducia fra Stati. La cooperazione si fonda sugli impegni mantenuti, non su interpretazioni unilaterali.
I professori Marco Bernasconi e Donatella Negrini hanno più volte richiamato l’origine e la logica dei ristorni tra Svizzera e Italia: un meccanismo fondato su un equilibrio preciso, costruito nel tempo tra due Stati. Proprio perché quell’equilibrio è stato negoziato con attenzione, non può essere modificato unilateralmente.
L’articolo 9 del nuovo Accordo sui frontalieri stabilisce chiaramente che, per i cosiddetti “vecchi frontalieri”, i salari restano imponibili soltanto in Svizzera. Su questo presupposto si fonda il riversamento del 40% all’Italia. Se oggi la vicina Repubblica introduce una cosiddetta “imposta sulla salute” applicata agli stessi redditi (non imponibili per l’Italia ma usati dalla stessa come base di imposizione per l’imposta in discussione ) siamo di fronte a un’alterazione sostanziale dell’assetto pattuito. E, quando cambia il presupposto, cambia l’equilibrio ed eccoci al tema del blocco dei ristorni, già sollevato, ricordo, nel mese di febbraio scorso dal consigliere di Stato Christian Vitta e oggi ripreso dal Presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali. Non si tratta di una reazione emotiva, ma della legittima esigenza di difendere un, appunto, equilibrio concordato tra due Stati.
Il Ticino non è un osservatore neutrale. Nel sistema di perequazione intercantonale, la massa salariale dei frontalieri continua a incidere sul calcolo della nostra capacità finanziaria e sopportiamo quindi già un rifesso strutturale sui nostri conti pubblici. Chiedere che venga rispettato l’assetto concordato non è una forzatura, ma una legittima tutela degli interessi cantonali.
Se non dovessero emergere soluzioni istituzionali idonee a ristabilire chiarezza e reciprocità, sarebbe legittimo interrogarsi anche sulla sostenibilità dei meccanismi compensativi fondati su quell’equilibrio. Il riversamento dei ristorni non è un principio automatico: è parte di un assetto negoziato tra Stati. Se vengono meno i presupposti che lo giustificano, anche quel meccanismo deve poter essere rivalutato.
La Svizzera vuole relazioni stabili e costruttive con l’Italia. Ma la stabilità si fonda sulla certezza del diritto, non su interpretazioni creative degli accordi.
Non si tratta di chiudere porte ma di ricordare che la cooperazione tra Stati si regge su regole reciproche.
Il Ticino fa bene a tutelare i propri interessi istituzionali. Se il bilanciamento pattuito viene alterato nei fatti e non emergono soluzioni efficaci per ristabilire chiarezza e reciprocità, è politicamente legittimo che anche i meccanismi compensativi fondati su di esso vengano rimessi in discussione.
Il vero nodo politico è qui: difendere quanto pattuito significa difendere la credibilità dello Stato e ricordare che, senza credibilità, nessuna cooperazione può reggere nel tempo.
*deputata PLR