SECONDO ME
Iniziativa 10 milioni, Salvioni: "In gioco Bilaterali III, neutralità e tutela del Ticino"
"Approvare l’iniziativa non rafforza la neutralità. Distrugge lo strumento negoziale attraverso cui quella neutralità viene oggi riconosciuta e tutelata"

di Niccolò Salvioni *

Il 14 giugno il Ticino vota molto più di quanto sembri. La votazione sull’iniziativa "No a una Svizzera da 10 milioni" è di fatto una decisione sull’intero pacchetto dei Bilaterali III — e su una dimensione del tutto assente dal dibattito pubblico: la valenza duale, in scenari di conflitto, di accordi presentati come puramente civili. Il Ticino rischia di perdere proprio la clausola di salvaguardia che il negoziato gli ha riservato.

Il 14 giugno il corpo elettorale svizzero vota sull’iniziativa popolare federale "No a una Svizzera da 10 milioni!". Sulla carta è una decisione di politica migratoria: tetto demografico di 10 milioni di abitanti al 2050, misure correttive in caso di superamento. Nella sostanza è una decisione di politica europea — e, sempre più, di politica della neutralità in un’Europa in guerra. Il dispositivo dell’iniziativa, attraverso il meccanismo della ghigliottina, mette tutti i Bilaterali I e II — e con essi l’intero pacchetto Bilaterali III in negoziato — su un binario di obsolescenza automatica.

Il meccanismo della ghigliottina

L’iniziativa non chiede direttamente di abrogare i Bilaterali. Li lega però a una variabile demografica: superata la soglia, o resa prevedibile entro un orizzonte definito, il Consiglio federale è obbligato a rinegoziare e, in ultima istanza, a denunciare gli accordi internazionali rilevanti. La denuncia dell’Accordo sulla libera circolazione, per il vincolo giuridico esistente, trascina con sé l’intero pacchetto del 1999. Il pacchetto Bilaterali III oggi in negoziato — energia elettrica, libera circolazione aggiornata, trasporti, accordo fiscale frontalieri, contributo di coesione strutturale, accesso alle piattaforme europee di
ricerca, cooperazione sanitaria, infrastrutture digitali — nascerebbe in un quadro costituzionale già compromesso.

Il punto che il dibattito non affronta: la valenza duale sistemica

I Bilaterali III non si esauriscono nell’accordo sull’energia elettrica e nemmeno nella libera circolazione. Comprendono accordi in settori — ricerca universitaria (Horizon Europe, CERN), trasporti terrestri (AlpTransit, rete TEN-T), programmi spaziali (Galileo, EGNOS, con accesso al servizio PRS per usi governativi e di sicurezza), cooperazione sanitaria
(ECDC, scenari CBRN), infrastrutture digitali e contrasto alla disinformazione — che in tempo di pace appaiono puramente civili ma che, in un contesto di conflitto europeo prolungato, assumono una valenza duale strutturale.

L’integrazione svizzera in questi sei perimetri, tutti caratterizzati da recepimento dinamico dell’acquis UE, produce un’esposizione duale orizzontalmente distribuita. Nessuno di questi accordi contiene, allo stato del negoziato, una clausola che escluda l’utilizzo dell’infrastruttura, della ricerca, dei dati o dei sistemi svizzeri per finalità incompatibili con la neutralità in scenari di conflitto continentale. È una lacuna che il dibattito pubblico — concentrato sui dossier finanziariamente visibili come libera circolazione e contributo di coesione — non ha ancora portato a tema.

Il voto segnale e il fattore Ucraina

L’elemento più sottovalutato della votazione è il cosiddetto voto segnale: la tendenza di una parte dell’elettorato a votare a favore dell’iniziativa non perché desideri effettivamente la denuncia dei Bilaterali, ma per esprimere uno scontento simbolico, nella convinzione che l’iniziativa non passi nel computo nazionale. In un sistema rappresentativo è una
funzione legittima. In un sistema di democrazia diretta come quello svizzero è una scommessa pericolosa: ogni voto produce lo stesso effetto giuridico, e non esiste una camera di compensazione fra impulso popolare e norma costituzionale.

L’iniziativa contro l’immigrazione di massa del 9 febbraio 2014 fu approvata per 19’000 schede, contro pronostici di sconfitta; la Brexit del 2016 vinse con il 51,9%, con una quota documentata di voti di protesta convinti che il Remain avrebbe prevalso.

A questo si aggiunge il moltiplicatore emotivo dell’escalation in Ucraina. La Russia ha intensificato gli attacchi nelle ultime settimane — oltre 500 droni e 22 missili nella sola notte del 18–19 maggio; l’UE mantiene una posizione di sostegno attivo; la Svizzera, neutrale e presidente OSCE 2026, è strutturalmente esposta al timore di un allineamento bellico. Una quota di elettori potrebbe percepire i Bilaterali III come un passo verso quell’allineamento, e usare il voto sui 10 milioni come segnale preventivo. È il rischio peggiore: chi vota "per la neutralità" rischia di essere lo strumento della sua erosione.
Approvare l’iniziativa non rafforza la neutralità — distrugge lo strumento negoziale attraverso cui quella neutralità viene oggi — sebbene sempre più tenuamente — riconosciuta e tutelata.

Su questa dinamica si innesta un moltiplicatore istituzionale: la scelta del Consiglio federale di sottoporre i Bilaterali III al referendum facoltativo anziché obbligatorio, e il dibattito ancora aperto fra Camera dei cantoni e Camera del popolo sulla qualificazione, alimentano nell'elettorato la percezione di un sistema istituzionale che tenta di comprimere lo spazio della democrazia diretta — e quindi rafforzano la tentazione di esercitarla anticipatamente attraverso l'iniziativa dei 10 milioni.

La sequenza referendaria del 2026

Il voto del 14 giugno non si svolge in isolamento. Nell'autunno 2026 il corpo elettorale sarà chiamato a pronunciarsi su una seconda iniziativa popolare, lanciata dagli stessi ambienti (UDC e Pro Svizzera): l'iniziativa "Salvaguardia della neutralità svizzera", che propone di codificare in Costituzione la neutralità come "perpetua e armata" con divieto esplicito di adesione ad alleanze militari e di misure coercitive non militari verso Stati belligeranti.

La correlazione fra i due voti non è cronologica ma strutturale: lo stesso elettore che vota "sì" ai 10 milioni "per proteggere la neutralità" voterà con ogni probabilità "sì" anche all'iniziativa neutralità tre mesi dopo.

La cumulatività dei due voti — ciascuno presentato come misura difensiva legittima — paralizzerebbe sul piano giuridico la possibilità tecnica stessa di concludere i Bilaterali III con qualsivoglia clausola di salvaguardia. È il motivo per cui occorre una clausola orizzontale di salvaguardia sulla neutralità, capace di operare come unica via di terza istanza fra codificazione rigida e integrazione senza riserve.

Il paradosso ticinese

Per il Ticino la posta è specifica e concreta. Il pacchetto Bilaterali III prevede una clausola di salvaguardia attivabile su richiesta cantonale, con il coinvolgimento di un tribunale arbitrale, per misure protettive circoscritte al territorio in materia di libera circolazione. Non è uno strumento generico: è la risposta negoziale alle istanze ticinesi sull’asse del mercato del lavoro, del traffico, dei trasporti pubblici, della disoccupazione nei settori della
vendita e dell’edilizia. È stato disegnato per il Ticino.

Un’eventuale approvazione dell’iniziativa lo eliminerebbe in radice: il cantone perderebbe proprio lo strumento concertato per tutelarlo, restando esposto alla sua fragilità strutturale di regione di confine. Sarebbe la vittoria di Pirro di un voto di protesta.

C’è poi la dimensione transfrontaliera, dimenticata dal dibattito svizzero. Oltre 74’000 frontalieri lombardi e piemontesi attivi in Ticino non voteranno il 14 giugno, ma ne subiranno le conseguenze: dal mercato del lavoro all’accordo fiscale del 2023 con la tassazione concorrente Svizzera–Italia e la quota IRPEF ai comuni di frontiera, dalle infrastrutture (TELT, AlpTransit) ai flussi energetici transfrontalieri. È la stessa tensione fra democrazia diretta e interdipendenza transfrontaliera che la Brexit aveva mostrato per i cittadini UE nel Regno Unito.

Il ruolo del servizio pubblico

In un contesto di guerra ibrida, un ruolo strutturale spetta al servizio pubblico radiotelevisivo. La SSR/RSI non determina l’esito della votazione e non può sostituirsi al giudizio del Sovrano, ma concorre alla qualità dell’ambiente informativo in cui quel giudizio si forma.

Nel contesto del voto segnale, la sua responsabilità non è garantire un’equidistanza formale fra tutte le paure, bensì distinguere con rigore fra fatti verificabili, opinioni politiche legittime e campagne di manipolazione emotiva.

Se il rischio principale è che un’emozione geopolitica si cristallizzi in norma costituzionale, il servizio pubblico deve rendere intelligibile la portata giuridica e irreversibile di quel passaggio — con la disciplina editoriale che questa funzione esige: pluralismo reale, trasparenza dei criteri, distinzione fra informazione e commento, e vigilanza affinché il contrasto alla disinformazione non diventi conformismo istituzionale.

La SSR può garantire pluralismo e indipendenza, non equidistanza tra realtà verificata e manipolazione ostile. L'episodio non è teorico. Il 27 maggio 2024, durante la trasmissione "Democrazia diretta" della RSI dedicata alla riforma fiscale, il Consigliere agli Stati Fabio Regazzi richiamò ripetutamente i due giornalisti moderatori al loro "ruolo di moderatore", nei termini che indussero il giorno seguente il Sindacato Svizzero dei Mass media — sezione Ticino — a denunciare pubblicamente "l'atteggiamento ostile e gli interventi arroganti" con i quali "certi politici vorrebbero il servizio pubblico radiotelevisivo: il giornalista deve ridursi a fare il porta microfono e soprattutto non si deve azzardare a contraddire anche se ciò avviene sulla base di fatti oggettivi".

La differenza fra moderatore e giornalista non è semantica: è costituzionale.

Oltre il servizio pubblico: il ruolo dei media indipendenti

Il pluralismo informativo, in democrazia diretta, non riposa unicamente sul servizio pubblico. L'ecosistema della difesa cognitiva è una rete: accanto alla SSR operano le testate indipendenti e la stampa di prossimità, che fuori dal perimetro delle concessioni federali possono dare spazio a posizioni minoritarie legittime e rendere visibili interrogativi che il consenso prevalente marginalizza.

A loro spetta però una responsabilità accresciuta: senza il quadro di verifica strutturato del servizio pubblico, l'indipendenza editoriale richiede una disciplina autonoma altrettanto severa. Il pluralismo è risorsa democratica solo quando si accompagna alla qualità dell'argomentazione.

La posizione analiticamente coerente

Non è né il sì ai 10 milioni né il sì incondizionato ai Bilaterali III nella forma attuale. È la richiesta di una clausola orizzontale di salvaguardia sulla neutralità — applicabile a tutti i dossier del pacchetto a recepimento dinamico in materie a valenza duale, con riferimento esplicito agli scenari di conflitto armato — prima della firma.

E, contestualmente, il no a qualsiasi strumento referendario che precluda quella possibilità: l’effetto dell’iniziativa sui Bilaterali sarebbe irreversibile a prescindere dalla motivazione del voto.

A venti giorni dal voto, conviene ricordare tre proverbi della tradizione popolare italiana che parlano al caso con maggiore precisione di certi tecnicismi giuridici. L’apparenza inganna: anche i dossier non energetici dei Bilaterali III si presentano come civili ma sono strutturalmente duali.

Il Consiglio federale ha fatto i conti senza l’oste: e l’oste, nel caso svizzero, è la neutralità perpetua armata, assetto giuridico-istituzionale ancorato al Congresso di Vienna del 1815 e mai formalmente sottoposto alla rinegoziazione che i Bilaterali III di fatto gli impongono per via tecnica.

La gatta frettolosa fa i gattini ciechi: la fretta di chiudere il negoziato dopo il fallimento dell’accordo quadro 2018–2021 rischia di produrre un quadro tecnicamente compiuto ma strutturalmente cieco alle proprie vulnerabilità.

Le clausole di salvaguardia non si negoziano dopo la firma. Si negoziano prima — oppure non si negoziano affatto.

* Analista politico-istituzionale

La versione integrale del saggio — con stime Ecoplan, matrice degli scenari e considerazioni conclusive estese — è disponibile sul profilo LinkedIn dell'autore.

 

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