SECONDO ME
Bilaterali III, Oliviero Pesenti: "Non tutto ha un prezzo"
"La vera domanda è un’altra: quanto siamo disposti a pagare, anche sul piano istituzionale, politico e sociale, per ottenere quei vantaggi?"

di Oliviero Pesenti *

La Svizzera ha sempre avuto bisogno dell’Europa. Lo dimostrano la nostra storia, la nostra economia e la realtà geografica. L’Unione europea è il nostro principale partner commerciale e mantenere con Bruxelles rapporti solidi, pragmatici e costruttivi è nell’interesse del nostro Paese. Mettere in discussione questo principio sarebbe miope.

Tuttavia, quando Bruxelles parla di nuovi accordi bilaterali modernizzati, lo fa spesso come se la Svizzera fosse un piccolo partner da integrare a condizioni unilaterali. La realtà però è molto diversa, in quanto la Svizzera non è la periferia dell’Europa, ma è uno dei suoi motori tecnologici più avanzati. Senza la tecnologia, la ricerca e l’affidabilità produttiva svizzera, una parte importante dell’industria europea semplicemente non funzionerebbe, in quanto le imprese svizzere forniscono ogni giorno componenti di precisione, sensori, macchine, tecnologie mediche e software che alimentano l’intera catena industriale europea. Dalla Baviera alla Lombardia, dalle infrastrutture per l’aerospaziale francese ai sistemi farmaceutici tedeschi fino alla robotica italiana, l’impronta svizzera è ovunque. Nel cuore di molte innovazioni europee c’è un pezzo di ingegneria o ricerca svizzera, e il nostro Paese figura tra i leader mondiali per innovazione, brevetti e produttività industriale.

Ma proprio perché la relazione con l’Europa è così importante, i Bilaterali III meritano un dibattito molto più profondo di quello che spesso viene proposto. Non possiamo ridurre una scelta di questa portata a una semplice equazione: più accesso regolamentato al mercato uguale più prosperità.

La vera domanda è un’altra: quanto siamo disposti a pagare, anche sul piano istituzionale, politico e sociale, per ottenere quei vantaggi?

Il pacchetto non è infatti soltanto un aggiornamento tecnico dei rapporti esistenti. Complessivamente riguarda 94 atti giuridici dell’Unione europea, comporta l’adeguamento di 36 leggi federali svizzere, di cui 15 con modifiche sostanziali, e prevede la creazione di 3 nuove leggi federali, oltre a quattro crediti d’impegno. Non stiamo dunque parlando di qualche semplice adeguamento amministrativo: una parte significativa dell’ordinamento svizzero dovrà essere modificata per dare attuazione agli accordi.

Il pacchetto introduce inoltre nuovi elementi istituzionali: in determinati settori prevede un’evoluzione dinamica delle norme, meccanismi comuni di soluzione delle controversie e, quando occorre interpretare il diritto dell’UE, un ruolo della Corte di giustizia dell’Unione europea. Sono meccanismi circoscritti ai settori interessati, certamente. Ma rappresentano comunque un cambiamento qualitativo nel rapporto tra il nostro ordinamento e quello europeo.

È qui che il dibattito deve diventare serio.

La Svizzera non deve scegliere fra Europa e isolamento. Deve scegliere quale rapporto vuole avere con l’Europa. Collaborare, commerciare, negoziare e cooperare non significa necessariamente rinunciare progressivamente alla propria capacità di decidere. Oltre settecento anni di federalismo, neutralità e democrazia diretta non possono essere valutati esclusivamente attraverso una bilancia commerciale.

E c’è un altro aspetto che merita maggiore attenzione: chi rappresenta davvero l’«economia svizzera»?

È troppo semplice sostenere che gli interessi dell’economia coincidano automaticamente con quelli dei Bilaterali III. Non è così. Gli interessi di una multinazionale fortemente integrata nel mercato europeo non coincidono necessariamente con quelli di una PMI ticinese di trenta dipendenti.

Una grande azienda può assorbire una nuova normativa attraverso un ufficio legale, un reparto compliance e consulenti specializzati. Una piccola impresa deve spesso affrontare lo stesso adempimento con le stesse persone che devono produrre, vendere, innovare, assumere e creare posti di lavoro. La differenza è enorme.

Questo non significa che le PMI siano contrarie ai Bilaterali III, né che le grandi imprese siano interessate soltanto all’integrazione europea. Significa semplicemente che non esiste un unico interesse economico svizzero. Esistono interessi diversi, che devono essere valutati con rigore, senza confonderli.

Lo stesso vale per la libera circolazione delle persone. La Svizzera ha bisogno di lavoratori stranieri e molte imprese non potrebbero funzionare senza di loro. Ma ogni politica migratoria deve essere accompagnata da una politica demografica, infrastrutturale e territoriale altrettanto seria.

Più popolazione significa anche maggiore domanda di abitazioni, trasporti, scuole, energia, sanità e infrastrutture. Il problema non è attribuire ogni difficoltà all’immigrazione: è governare la crescita in modo che la capacità del Paese non venga superata. Anche qui occorre guardare oltre lo slogan.

Vi è poi la questione finanziaria, che non può essere liquidata come un dettaglio.

Il nuovo contributo svizzero alla coesione prevede 350 milioni di franchi all’anno dal 2030 al 2036, pari a 2,45 miliardi di franchi complessivi nell’arco dei sette anni. A questa cifra si aggiunge l’impegno finanziario supplementare per il periodo transitorio: 130 milioni di franchi all’anno fino all’entrata in vigore del pacchetto e, successivamente, 350 milioni all’anno fino al 1° gennaio 2030. L’importo definitivo di quest’ultima componente dipenderà quindi dalla data di entrata in vigore degli accordi.

Non è necessariamente sbagliato contribuire alla stabilità e alla prosperità del nostro continente. Ma quando si parla di miliardi di franchi, il tema merita trasparenza: bisogna mettere sul tavolo sia i benefici economici attesi sia i costi finanziari e istituzionali. E bisogna spiegare ai cittadini non soltanto quanto costa l’accordo, ma anche quali impegni si assumono nel tempo.

E la cosiddetta clausola di salvaguardia sull’immigrazione dovrà essere giudicata per la sua concreta efficacia, non soltanto per la sua esistenza sulla carta. Una clausola è utile se può essere applicata quando le condizioni lo richiedono, con procedure chiare e tempi compatibili con il problema che dovrebbe affrontare.

C’è infine una questione che considero fondamentale: la democrazia federale.

Per un accordo di questa portata, la doppia maggioranza di Popolo e Cantoni dovrebbe essere una condizione imprescindibile. Non per ostacolare l’accordo. Non per dare più peso ai piccoli Cantoni rispetto alle grandi città. Ma perché la Svizzera è una Confederazione e non semplicemente uno Stato governato dalla maggioranza numerica della popolazione.

Popolo e Cantoni devono poter decidere insieme. Sarebbe la democrazia federale svizzera nella sua forma più completa.

Il confronto internazionale dimostra inoltre che apertura commerciale e autonomia istituzionale non sono necessariamente concetti incompatibili. La Svizzera ha costruito accordi di libero scambio con numerosi partner al di fuori dell’UE. Con la Cina, per esempio, ha appena concluso i negoziati per l’ottimizzazione dell’accordo esistente, mentre l’accordo AELS-India è in vigore dal 2025.

Questi rapporti dimostrano che è possibile negoziare accesso ai mercati, servizi, investimenti e cooperazione senza che ogni relazione commerciale debba tradursi nello stesso grado di integrazione istituzionale previsto dal rapporto con il mercato interno europeo.

Questo non significa che Cina, India, Stati Uniti o altri partner possano sostituire l’Europa. Sarebbe altrettanto irrealistico. Significa però che la Svizzera deve continuare a diversificare i propri mercati e a rafforzare la propria posizione negoziale nel mondo. L’Europa ha bisogno della Svizzera quanto la Svizzera ha bisogno dell’Europa. Per questo motivo i nuovi accordi bilaterali devono rappresentare un partenariato tra Paesi sovrani e non una subordinazione. La Svizzera non può accettare diktat, ma deve esigere una collaborazione intelligente, pragmatica e rispettosa della propria storia e delle proprie istituzioni.

La scelta che attende il nostro Paese non riguarda soltanto l’economia. Riguarda il modello di società che intendiamo preservare e l’equilibrio tra prosperità, libertà e indipendenza che ha caratterizzato la Svizzera durante tutta la sua storia.

Per questo il dibattito sui Bilaterali III non dovrebbe essere dominato né dalla paura dell’Europa né dalla paura di stare senza Europa. Dovrebbe essere guidato da una domanda molto più semplice e molto più esigente:

La Svizzera sta acquistando soltanto nuovi vantaggi economici oppure sta anche pagando, in cambio, una parte della propria autonomia decisionale?

È una domanda che merita una risposta seria, perché una volta trasferita una parte della capacità decisionale, recuperarla è quasi impossibile.

La Svizzera deve continuare a collaborare, a dialogare, a commerciare con l’Europa e con il resto del mondo. Ma deve farlo mantenendo la capacità di decidere autonomamente sulle regole fondamentali del proprio futuro.

Perché l’economia è indispensabile. Ma non è tutto.

Non tutto ha un prezzo. E non tutto può essere negoziato.

* imprenditore
 

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