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Apre la via a un'ondata di nuove richieste d'indennizzo la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU), che ieri ha accolto il ricorso della famiglia di una vittima dell'amianto, sconfessando la giustizia svizzera. È quanto ritiene Martin Hablützel, avvocato che ha rappresentato vittime dell'asbesto in processi elvetici. A suo avviso, Strasburgo mostra la "via da seguire" a legislatori e tribunali.
Dando ragione alla vedova e alle due figlie della vittima, un operaio deceduto nel 2005 a seguito di un cancro alla pleura dovuto all'amianto, diagnosticato un anno prima, la CEDU ha stabilito che la Svizzera ha violato il diritto ad un processo equo invocando l'avvenuta prescrizione per rifiutare un indennizzo.
La famiglia era stata sconfessata dapprima dalla giustizia argoviese, poi dal Tribunale federale. Secondo il TF, il diritto a ottenere un risarcimento dall'ex datore di lavoro decade una volta scaduto il termine di prescrizione di 10 anni, che nel caso di una esposizione alle fibre di amianto comincia da quando il lavoratore cambia impiego o non è più esposto a questa sostanza cancerogena.
Nel caso concreto, la richiesta d'indennizzo per l'operaio, che aveva lavorato tra il 1966 e il 1978 negli stabilimenti della Maschinenfabrik Oerlikon, oggi Alstom Svizzera, avrebbe dovuto essere presentata al più tardi nel 1988, 16 anni prima che il cancro venisse diagnosticato. Una esigenza impossibile che, secondo la Corte europea, ha privato vedova e figlie del diritto di far valere le loro richieste.
La sentenza di Strasburgo aiuterà le vittime dell'amianto: potranno ora esigere, quale risarcimento o compensazione, il denaro che la giustizia elvetica ha finora rifiutato di concedergli. Vecchi casi torneranno d'attualità, ritiene l'avvocato Hablützel in una intervista al portale informativo online svizzerotedesco "Watson": "Il ghiaccio è rotto e sono da aspettarsi richieste d'indennizzo a imprese quali Eternit, FFS o ABB".
La sentenza della Corte europea non è ancora esecutiva. L'Ufficio federale di giustizia (UFG) ha tre mesi di tempo per decidere se ricorrere alla Grande Camera della corte stessa. Secondo Hablützel è poco probabile che lo faccia, visto che sei giudici su sette si sono pronunciati a favore del ricorso.