L’anziano, assiduo frequentatore dei bar cittadini e grande consumatore di alcol, viveva sommerso dai rifiuti e non lasciava entrare nessuno in casa

BELLINZONA - La notizia dell’incendio nell’appartamento ha scosso la capitale venerdì scorso (leggi articolo correlato). Nelle fiamme ha perso la vita un anziano di 66 anni. Oggi dalle pagine della Regione la ex moglie e la figlia lanciano un appello.
L’uomo era seguito dall’Autorità regionale di protezione e in passato aveva subito diversi ricoveri. Un’esistenza passata attaccato alla bottiglia tra un bar e l’altro della città, con periodi peggiori e periodi migliori, come spesso capita agli schiavi di Bacco.
L’anziano ha perso la vita per asfissìa dopo che si è scatenato un’incendio all’interno del suo appartamento: i sanitari della Croce Verde lo hanno trovato in fin di vita, una piccola speranza che si è poi spenta l’indomani presso l’ospedale Civivo di Lugano, quando la figlia, giunta d’urgenza dalla svizzera interna, ha potuto constatare che non c’era ormai più nulla da fare, se non staccare la spina e donare gli organi.
L’appello
Una epilogo tragico di una vita tragica. La ex moglie e la figlia, non senza qualche rimorso, hanno quindi deciso di lanciare un appello affinché non si verifichino altri casi come il loro: “La società e le istituzioni – affermano al quotidiano bellinzonese – devono sapere come vive e muore un alcolista. Quanto mostriamo pubblicamente deve poter essere d’aiuto e contribuire al non ripetersi di situazioni simili”
L’anziano, fino allo scorso anno impiegato come giardiniere presso il cimitero cittadino, viveva in condizioni di pesante degrado, tra i rifiuti accumulati sull’arco di più anni. Una marea alta anche un metro fatta di lattine, bottiglie, sacchetti e ogni genere d’immondizia. Il bagno era praticamente inaccessibile e la cucina, se non te lo dicessero, poteva benissimo essere una cantina. L'accumulo compulsivo, detto anche disposofobia, si accompagna spesso alle condizioni di alcolismo acuto.
«Ero stata da lui quattro o cinque anni fa ed era tutto a posto. Quando andavo a trovarlo si faceva sempre trovare in strada e si andava a mangiare al ristorante. Non mi sono mai chiesta in quale stato fosse il suo appartamento perché lui era sempre pulito e vestito bene. Si andava a mangiare poi mi accompagnava all’auto e mi salutava. Era una nostra abitudine e non ho mai pensato o chiesto di entrare a casa sua” racconta la figlia, che faceva visita al padre ogni qualvolta passava dal Ticino.
Entrambe le donne sono ben coscienti delle difficoltà, a volte insormontabili, che si affrontano quando si cerca di aiutare una persona sopraffatta dall’alcolismo, una battaglia spesso senza speranza alcuna. E i sensi di colpa si fanno sentire, ma non sono solo i famigliari a doverne avere, come spiega sempre la figlia : “Non credo volesse che si entrasse in casa sua. Immaginavo fosse disordinato, ma non a tal punto. Quindi accettavo d’incontrarlo fuori senza fargli domande perché per me era giusto rispettare la sua privacy, però se mio padre è morto in quel modo, siamo tutti un po’ colpevoli. Certo, è lui che ha voluto vivere così, però avremmo potuto aiutarlo di più. Tutti quanti. Penso di avere anch’io un po’ di colpa, sicuramente. L’ho io, ma anche l’autorità incaricata di seguirlo e le istituzioni».
Anche per l’ex moglie le colpe vanno suddivise, resta infatti il dubbio che non sia stato fatto tutto quanto fosse realmente possibile dai servizi sociali preposti che seguivano l’anziano deceduto. Dopo aver contattato il sindaco della città, l’ex moglie sta valutando infatti la possibilità di sporgere denuncia in modo da evidenziare eventuali mancanze o negligenze dei servizi incaricati: “Ci chiediamo se qualcuno abbia sbagliato e dove. Se quel tipo di presa a carico sia stato all’altezza della reale situazione. Se il quadro generale sia stato adeguatamente valutato, nel suo evolversi, dai servizi sociali. Oppure se le norme sulla privacy impediscano un approccio più efficace”. Il 66enne era seguito dall’Autorità regionale di protezione che ne gestiva il salario e, negli ultimi mesi, la pensione. Per l’uomo si occupava dei pagamenti da fare a fine mese e gli assegnava una diaria per le spese correnti.
Le domande senza risposta si spostano poi verso altre questioni, come le mancate segnalazioni ai famigliari dei ricoveri subiti dall’uomo all’ospedale San Giovanni e la “complicità” degli esercenti: “Nessuno di noi è mai stato informato dei ricoveri e perché gli esercenti continuano a servire da bere a un alcolizzato cronico?” conclude la donna, che chiede solo chiarezza e maggior sensibilizzazione su argomenti spesso sottaciuti.