Il medico locarnese si è spento dopo una breve malattia. Nel 2003 fu accusato di aver tentato di uccidere la madre colpendola con una pietra lungo la Melezza. Ma fu prosciolto e risarcito

LOCARNO – Fu arrestato e accusato di aver tentato di uccidere la madre, Marisa. Rimase in carcere oltre cinque mesi, poi fu rilasciato, e in seguito prosciolto per insufficienza di prove. Alla fine di una lunga inchiesta ottenne anche dal Cantone un risarcimento di 830'000 franchi. Ieri è morto, dopo una breve malattia. Riccardo Donati aveva solo 49 anni.
È stato protagonista di uno dei più fitti misteri della cronaca nera ticinese. Era la mattina del 27 maggio del 2003 quando Marisa Donati, 64 anni, venne brutalmente aggredita sulla riva della Melezza. La donna era uscita per l’abituale passeggiata. Poco dopo le 8 un passante la trovò riversa per terra, in fin di vita, gravemente ferita alla testa. Qualcuno l’aveva colpita ripetutamente al capo, tentando di ucciderla. Usando una pietra, che venne ritrovata lì vicino. I sospetti degli inquirenti caddero immediatamente sul figlio, Riccardo, che fu fermato la sera stessa e rinchiuso in una cella dell’ospedale Civico di Lugano.
Il fermo venne poi tramutato in arresto e il medico, che esercitava a Locarno, fu accusato di mancato omicidio e lesioni intenzionali gravi. Gli inquirenti lavorarono per settimane per cercare di risolvere il giallo della misteriosa aggressione. Non appena fu possibile, interrogarono la vittima. Indagarono sull’eventuale presenza nella zona di un maniaco omicida, ascoltarono le persone che abitualmente si recavano a passeggiare lungo la riva del torrente, cercarono sul luogo dell’aggressione ogni possibile traccia.
Cronometrarono anche i tempi del percorso, per stabilire se Riccardo Donati avesse oggettivamente potuto uscire dalla sua casa di Tegna, quella mattina, raggiungere la madre lungo il torrente, aggredirla, e poi recarsi pochi minuti dopo nel suo studio medico, facendo sparire ogni traccia, in particolare di sangue, dagli abiti e dall’auto.
Tutto si giocava su una trentina di minuti: tra le 7 e le 7,25, quando il medico fu visto entrare dalla portinaia nel suo studio di Locarno. La Scientifica cercò ovunque la “prova regina”, nella Porsche di Donati e sul luogo dell’aggressione. Sul sasso usato per colpire la vittima.
Ma non emerse nulla di inequivocabile che potesse chiarire il mistero. Restò, nei confronti del figlio della vittima, soltanto il sospetto, sostenuto da molti indizi. Lui però, difeso dall'avvocato Marco Broggini, negò sempre fermamente di aver tentato di uccidere la madre. La procuratrice pubblica Fiorenza Bergomi non gli credeva, ma dopo aver ottenuto una prima proroga del carcere preventivo, dovette firmare la scarcerazione.
Riccardo Donati rimase in carcere fino al 5 novembre 2003, quando una perizia stabilì che non vi era più potenziale pericolo di recidiva. Otto mesi dopo, il 5 luglio del 2004, la procuratrice Bergomi firmò il decreto d’abbandono del procedimento penale. “Gli elementi raccolti a carico del dottor Riccardo Donati non hanno portato a confortare la responsabilità penale dello stesso, pertanto il procedimento contro il medico è stato abbandonato per insufficienza di prove”, recitava il comunicato stampa di allora.
L’aggressione nei confronti di Marisa Donati rimase così avvolta nel mistero. E ormai lo rimarrà per sempre. Suo figlio tornò a fare il medico, dopo una sospensione cautelativa da parte del Dipartimento della sanità. Un medico apprezzato per la sua professionalità e competenza.
I funerali si svolgeranno domani, martedì 15 luglio, alle 16, nella Chiesa di Tegna.
red