BERNA - Nelle fila dello Stato Islamico (l'IS), l'esercito di guerriglieri che decapita i giornalisti e sta tenendo con il fiato sospeso i governi occidentali per la sua incessante avanzata in Iraa e Siria, ci sono anche una quarantina di persone partiti dalla Svizzera per a combattere la jhiad. Non è una notizia di per sé sorprendente: sappiamo che al fianco del Califfo Al-Baghdadi vi sono numerosi francesi, inglesi, italiani, statunitensi. Spesso nati e cresciuti in Occidente. I governi europei e quello americano hanno dedicato le ultime settimane a cercare di fronteggiare, sia sul fronte interno che su quello esterno, la minaccia dello Stato islamico. E in Svizzera? Beh, a sentire le parole rilasciate ai domenicali d'oltre alpe da parte del Procuratore generale della Confederazione Michael Lauber, c'è poco da stare allegri. Il magistrato esprime grande preoccupazione. Perché, se da un lato, il suo ufficio, in collaborazione con i servizi segreti, è molto vigile, dall'altro canto però, ammette Laure, è impossibile fare prevenzione. E come mai? Le autorità, ha detto Lauber non sono in possesso di una 'lista nera' di jihadisti, tale da permettere all'Ufficio della migrazione di monitorare il loro ingresso sul territorio elvetico. Però, una mancanza da niente....Lauber aggiunge un altro particolare interessate. Dice di non poter intervenire contro chi decide di arruolarsi nello Stato Islamico e andare a combattere, a meno che non venga dimostrato che il futuro guerrigliero “sostenga una organizzazione terrorista, finanziariamente o in altro modo”. Anche in questo caso, “non si resta a lungo in prigione”. Ci sono insomma delle falle piuttosto pesanti, par di capire, nel nostro ordinamento per fronteggiare adeguatamente la minacci.