Il procuratore Generale Michael Lauber racconta la sua verità su quanto (non) è seguito in Svizzera dopo la pubblicazione delle liste Falciani. “È materiale rubato, non possiamo usarlo, ma non restiamo immobili”

LOSANNA – “Non abbiamo alcuna paura di aprire inchieste contro le banche”, così il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber che, ‘punzecchiato’ dal giornalista de L’Hebdo, racconta la sua verità sul ‘dopo SwissLeaks’.
Nell’intervista, pubblicata dal settimanale romando e, in traduzione, oggi sul Caffè, si fa il punto su quanto avvenuto, o meglio, non-accaduto dopo la rivelazione dei dati rubati da Hervé Falciani: questi incarti, “utilizzati da una decina di governi per inchieste fiscali e penali, non sono stati nemmeno aperti dalle autorità svizzere”, fa notare il giornalista chiedendo spiegazioni.
“Capisco possa scioccare”, commenta Lauber assicurando che non c’è alcuna paura da parte della magistratura a indagare sulle banche. Il problema è la “qualifica giuridica di questi dati”: “Si tratta di materiale rubato, quindi non utilizzabile per la giustizia. Il contenuto è sempre protetto dal segreto bancario. Inoltre, le infrazioni contestate nel caso Falciani concernevano proprio il furto di dati. In questi casi, l'autorità penale si interessa soltanto all'esistenza, alla provenienza e alla natura dei dati e non al loro contenuto. Ogni altro approccio non sarebbe conforme alla legge. Oltretutto, non abbiamo mai ricevuto nessuna richiesta di collaborazione internazionale su questi dati che rivelasse attività criminali”.
I file però, come ben si sa, sono stati utilizzati da 150 giornalisti, portando alla luce molte situazioni sospette. Eppure, anche se, chiarisce Lauber, la situazione cambia dal momento in cui il contenuto dei documenti viene reso pubblico, “non posso aprire un'inchiesta soltanto sulla base di articoli apparsi sulla stampa. Solo sospetti fondati ci permetterebbero di aprire un'inchiesta, ammesso che la competenza della procura federale sia stabilita”.
Siamo insomma all’impasse, si fa notare al procuratore: i documenti ci sono, i giornalisti vi scoprono comportamenti criminali, ma la magistratura non può utilizzarli con la conseguente “impunità” per i truffatori. “Non crediate che ce ne stiamo con le mani in mano – risponde Lauber –. Analizziamo molto attentamente la situazione giuridica dal profilo delle rivelazioni apparse sulla stampa. Ma siamo anche coscienti dei risultati di inchieste aperte con basi giuridiche deboli".
Fra qualche settimana, spiega ancora, qualcosa dovrebbe muoversi. E intanto, dal primo luglio, si attende un aumento di inchieste in quanto la gestione di fondi non dichiarati sarà penalmente considerata alla stregua di riciclaggio. Attualmente però, la denuncia è affidata unicamente alle banche. Un sistema, si chiede, davvero efficace? “Se i casi di frode e di riciclaggio non sono scovati dal nostro sistema di controllo, non possiamo fare nulla. È una scelta politica. Ogni Paese fa le sue scelte, necessariamente differenti”.
Lauber sostiene comunque che per migliorale la sorveglianza sarebbe necessaria “una semplificazione della procedura: le autorità dovrebbero poter intervenire appena appare un semplice sospetto di frode, mentre oggi è necessario un sospetto fondato (dei documenti, ndr)”. Idea a cui però, aggiunge, il Parlamento si oppone. In aiuto arriverà però un’altra modifica, attesa per il 2016: “le denunce non provocano più un blocco automatico dei fondi sospetti, un fatto che alleggerisce le procedure e motiva gli intermediari finanziari ad agire. Il gestore di capitali non teme più di farsi nemico il proprio cliente in caso di denuncia”.
Si passa poi alla questione del segreto bancario e al dubbio che questo possa aver facilitato la dissimulazione di fondi di origine criminale. “È un problema che dobbiamo risolvere. Le banche stanno regolamentando la questione degli averi non dichiarati. Ma quella legata ai fondi generati da attività criminali resta ancora aperta”.
Infine, parlando di riciclaggio, l’intervista si concentra sul capitolo mafie: le accuse da parte italiana di non lottare a sufficienza per contrastarla, la necessità di inasprire la legge elvetica, le prime collaborazioni a inchieste internazionali…
Secondo Lauber queste però non sono affermazioni del tutto esatte e sottolinea invece come “il duro colpo inferto dalle autorità italiane alla 'ndrangheta lo scorso agosto, quando anche due persone che vivevano nel canton Turgovia sono state arrestate, non sarebbe stato possibile senza le nostre inchieste condotte in Svizzera nei confronti di diversi membri di questa organizzazione criminale”.
In Svizzera, fin dalla metà degli anni Novanta, aggiunge, abbiamo una legge ) che punisce la partecipazione a qualsiasi atto commesso da un'organizzazione criminale, ma ammette che “bisogna in effetti inasprire la legge” per evitare il rischio che finché i capi mafia “se ne restano tranquilli in Svizzera non rischiano nulla”.
“L'Italia lo ha fatto fin dall'attentato che costò la vita al generale Dalla Chiesa nel 1982. Ma noi non abbiamo lo stesso problema! Le leggi si cambiano quando se ne identifica il bisogno". Ma anche in Svizzera “stiamo inasprendo il nostro arsenale penale, soprattutto in materia di riciclaggio di denaro e di frode fiscale. Ma questi cambiamenti non sono ancora neppure entrati in vigore! In democrazia, i cambiamenti necessitano sempre di tempo. Se oggi proponessimo di rendere punibile il semplice fatto di appartenere ad una mafia, non mancherebbero numerose e vivaci proteste. Prima di inasprire una legge, bisogna applicare correttamente le norme in vigore. Ciò che non è stato fatto nel caso Hsbc".