Un giro di racket che va a finanziare il regime militare da cui sono fuggiti. A parlarne è una immigrata residente da anni nel Sottoceneri: “Pagano tutti, anche chi è in assistenza. È intollerabile. Le autorità elvetiche dovrebbero reagire"

LUGANO – Devono pagare o rischiano ritorsioni sui loro cari rimasti in Eritrea, questo il racconto da cui parte l’inchiesta de LaRegione, che dedica oggi ampio spazio a un problema che si manifesta anche in Ticino. A parlare è infatti una donna eritrea che vive da anni nel Sottoceneri.
Il pizzo che gli immigrati eritrei sono obbligati a versare equivale ad 2% delle entrate annue e va a finanziare lo stesso regime da cui sono fuggiti. Il racket parte dal consolato di Ginevra i cui tentacoli si diramano nell’intera Svizzera con uomini di fiducia disseminati nei vari cantoni confederati che segnalano chi arriva e non paga. Si tratta spesso, spiega ancora il quotidiano, di “insospettabili traduttori che lavorano per le ignare autorità elvetiche (polizia, immigrazione, sanità) e vedono il flusso di eritrei in arrivo, agganciano i connazionali e spiegano le malsane regole del gioco, fatte di ricatti ed estorsioni”. Il tutto, ovviamente, nella massima discrezione ed omertà.
“Dai liberi professionisti a chi è in assistenza, paghiamo tutti”, racconta a LaRegione la donna che si è vista costretta a pagare 2mila franchi per vari arretrati. La procedura comincia dal consolato che fa le sue verifiche e calcoli richiedendo certificato di salario e tassazioni emanando ‘bollettini’ retroattivi anche fino al 1993. “Poi ti mandano a casa una lettera con l’importo: il 2% sulle entrate. Li devi versare sul conto del consolato: ti danno una ricevuta o la inviano ai parenti in Eritrea”. E anche in Ticino, aggiunge, “c’è una persona di fiducia del regime: segnala chi arriva, a volte, raccoglie i soldi e li porta al consolato”.
Come lei, tutti gli eritrei sono costretti a pagare, compresi i suoi fratelli che vivono in Svizzera interna. “Tutti lavoriamo, tutti siamo ricattati dal governo, dobbiamo versargli ogni anno il 2% del nostro salario. Alimentiamo un regime di terrore che non condividiamo. Ma siamo obbligati a farlo. Pagano anche i miei fratelli che vivono nella Svizzera tedesca. Se non lo facciamo, se la prendono con i nostri genitori che sono in Eritrea, gli fanno chiudere l’attività, non gli rinnovano la tessera per gli alimenti”.
E a pagare è anche chi è in assistenza, ossia la maggioranza degli eritrei in Svizzera. Perciò, commenta ancora la donna, “anche gli svizzeri contribuiscono con le loro tasse a sostenere, di fatto, il regime in Eritrea. Questo non è tollerabile. Le autorità elvetiche dovrebbero reagire a questa illegalità compiuta su suolo svizzero”.
Oltre al pizzo, alla ‘tassa’ annua, ci sono poi anche altri bollettini da saldare, come versamenti per i martiri, “oltre 500 franchi l’anno”, e un contributo mensile per gli orfani. Soldi che, in realtà, vanno a sostenere il regime militare. E chi non paga, sconta poi il suo ‘debito’ non appena deve rivolgersi al consolato. “Quando hai bisogno un documento qualsiasi e vai al consolato, come prima cosa, verificano se hai pagato questa tassa illegale”, spiega la donna raccontando il caso di un amico libero professionista in Ticino che, dovendo regolar eun0eredità in Eritrea, si è visto richiedere oltre 15mila franchi, “tutte le tasse retroattive fino al 1993”.