POLITICA E POTERE
Lettera aperta delle donne della sinistra: "Quanta energia al vento per un velo"
"Nessuna riflessione che faccia crescere la cultura politica del paese sembra trovare casa", si legge nel testo inviato alle redazioni

BELLINZONA. Di seguito pubblichiamo la lettera aperta inviata alle redazioni dal coordinamento donne della sinistra a commento della votazione sul divieto del burqa, accolta oggi dalla maggioranza dei ticinesi,
 

"Dopo la votazione contro la costruzione dei minareti del 2009 anche questo risultato non poteva essere che prevedibile.

Con il voto di oggi sono più i quesiti irrisolti, rispetto alle risposte che l’iniziativa sembrava porre, perché nella realtà l’unico ambito di azione concreto sarà a livello di ordine pubblico. I poliziotti saranno chiamati a multare chi in un modo o nell’altro dissimula il visto (date le eccezioni previste dalla legge): mamme al parco, donne che fanno la spesa, si recano ai corsi, usano i mezzi pubblici, sono a cena al ristorante con la famiglia, senza che queste persone minaccino la sicurezza pubblica, anche se parzialmente hanno il viso coperto.

Chi potrà verificare che sono obbligate a portare il velo? Cosa aggiunge in più la legge all’articolo 181 del Codice penale svizzero?

Se un decimo delle energie spese ad attaccare, insultare gli avversari di un’iniziativa che avrà scarsa o nessuna efficacia sul benessere delle donne del nostro Paese, svizzere o straniere che siano, venisse speso per sostenere migliori politiche di genere, la vita delle donne sarebbe di certo migliore.

Se i fiumi di inchiostro versato sull’oppressione femminile simboleggiato dal velo integrale si riversassero sul conoscere meglio la vita delle donne straniere nel nostro Paese, forse avremmo qualche strumento in più per non sentirci minacciate dalle altre e opteremmo per politiche di integrazione più incisive.

Sono molte e molto più interessanti le cose che noi donne che viviamo nell’arena politica, e non solo, potremmo dire quando ci interpellano, ad esempio sul bisogno di politiche famigliari più moderne, capaci di sostenere donne e uomini nei loro compiti di professionisti e genitori. Abbiamo nel cassetto anche qualche idea per rafforzare le misure contro la violenza domestica, la disparità salariale, la sottorappresentanza, il sessismo, ecc. ma “stranamente” veniamo consultate quasi solo su temi in cui non possono proprio farci tacere, ma realisticamente marginali. 

Nel corso della campagna sul divieto di dissimulazione del volto, non c’è stato spazio per una riflessione più articolata, per un confronto onesto. La posizione scomoda del doppio NO sostenuta dal Coordinamento donne della sinistra già a partire dal 17 aprile, è stata di fatto manipolata per produrre conclusioni insultanti e manifestamente contrarie alla nostra posizione. 

Non è stato possibile esporre i dubbi, le difficoltà che una tale scelta di campo comportava anche sul sentire personale di ognuna di noi. L’analisi della problematica del velo, e del velo integrale in particolare, riporta alla luce diverse questioni, difficilmente enunciabili tanto lo spazio politico del dibattito era ridotto; da una parte dai promotori dell’iniziativa ossessionati dalla congiura islamica e da sentimenti anti-stranieri e, dall’altra parte, dall’integralismo di stampo svizzero alla “Blancho”. 

La tematica invece solleva questioni che mettono alla prova quel fragile equilibrio nel quale gli Stati democratici cercano di garantire il rispetto dei diritti universali parimenti al rispetto della libertà degli individui, in quanto portatori di culture proprie. Un equilibrio sempre in discussione ma sul quale vale la pena dibattere sul serio e non solo a slogan. 

Il “velo” interpella talvolta con disagio, talaltra con sicumera superiorità culturale, anche il rapporto di noi donne occidentali con le altre culture considerate oppressive - o comunque più oppressive delle nostre. È un confronto che riverbera alla memoria la nostra breve storia di emancipazione, richiama la fatica che ci portiamo addosso nel dover essere sempre responsabili di noi stesse, a volte molto sole nel sopravvivere all’eredità degli stereotipi. Inoltre la maggior vitalità di quei movimenti per i diritti delle donne particolarmente attivi nel “mondo altro”  funge da specchio, richiamando le questioni non risolte neppure da noi.

Un’ ulteriore antinomia vissuta con passione (nel senso del patire) sta sicuramente nella consapevolezza del ruolo dei simboli in qualunque percorso di autodeterminazione, pensiamo ai reggiseni bruciati negli anni ’70. Perché non dovrebbe valere per il velo integrale? Il fatto è che erano le donne a bruciare i reggiseni, mentre il divieto è stato chiesto prevalentemente dagli uomini.

Dato che una votazione chiede di segnare un sì o un no, ci siamo date alcune risposte figlie di considerazioni contingenti, perché non c’è una risposta granitica, ma alcuni saldi valori fondanti il nostro agire politico. Uno tra gli argomenti che ha fatto propendere il nostro gruppo per il doppio NO è riconducibile all’uso strumentale che è stato fatto dell’idea dell’oppressione femminile, per fini che nulla avevano a che vedere con la protezione delle libertà individuali delle donne ma piuttosto con l’ossessione anti-islamica. Inoltre le donne velate sono state considerate solo delle straniere vittime e incapaci, l’iniziativa ha tolto loro identità personale, non ha dato loro diritto di parola, non ha previsto neppure strumenti di protezione efficaci, e ha ridicolizzato chi si poneva la questione di cosa sarebbe successo nella quotidianità a donne costrette a portare il velo. 

Il clima che ormai da tempo si respira in Ticino mortifica discussioni su problematiche cruciali per la convivenza civile nella diversità o per la parità tra i sessi, o altro ancora. Nessuna riflessione che faccia crescere la cultura politica del paese sembra trovare casa. Ormai siamo alla politica ridotta a facili slogan che nutrono la paura o ridicolizzano gli/le avversari/e. Ringraziamo chi, in questo difficile clima, ha evitato facili appiattimenti su posizioni scontate, evitando di strumentalizzare la libertà delle donne.

Questa iniziativa ha chiamato tutte noi a spendere molte energie, oggi il nostro invito è di difendere davvero le donne dall’oppressione (non solo del velo) e di attribuire alle donne straniere un vero potere di autodeterminazione  proponendo a livello federale l’eliminazione del  vincolo che condiziona il permesso di residenza di una donna straniera alla convivenza con il marito. 

Questo sarebbe il primo passo contro l’ingiustizia, nel rispetto delle differenze e delle libertà individuali!

Per il Coordinamento donne della sinistra Gina La Mantia, Loredana Schlegel, Pepita Vera Conforti, Rosemarie Weibel".
 

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