Non si placano le polemiche sull’editoriale del conduttore di Unomattina che ha paragonato l’iniziativa di Claro ai cartelli di “certificazione ariana” apposti sulle vetrine dei negozi italiani durante la guerra

LUGANO – Non si placano le polemiche sull’editoriale del conduttore di Unomattina Franco Di Mare che, parlando del “bollino di Claro”, ha paragonato quell’iniziativa ai cartelli di “certificazione ariana” apposti sulle vetrine dei negozi italiani durante la guerra.
Sul caso – al quale ieri abbiamo dedicato ieri una nostra riflessione invitando il Governo a prendere posizione sulle esternazioni di Di Mare - intervengono su Facebook il deputato PPD Carlo Luigi Caimi e il consigliere comunale UDC di Lugano Tiziano Galeazzi.
Scrive Caimi: “Franco Di Mare è uno con i piedi al caldo di "Mamma-Rai" per cui la Svizzera è solo sinonimo di banche disoneste, formaggio coi buchi e orologi a cucù (che lui non comprerà più, fa anche rima), oltre che un popolo di cripto-nazisti e approfittatori delle disgrazie altrui. L'ignoranza (gli orologi a cucù non sono stati inventati dagli Svizzeri e, come il formaggio con i buchi, non sono neppure loro prerogativa) non mi colpisce più di tanto: in Italia molti sono addirittura convinti che da noi si parli lo svizzero… Purtroppo non è l'unico a lavorare basandosi su questi stereotipi: la Svizzera non riesce a farsi conoscere per quello che è veramente, soprattutto non riesce a far capire i valori su cui si fonda. Anche se volessimo comunicare meglio, dubito però che a Roma o anche solo fuori dalla Lombardia ci ascolterebbero più di tanto con maggior attenzione. Un nuovo tentativo, però, s'impone”.
Gli fa eco Galeazzi, che usa però toni più duri: “È mai possibile che non si voglia osare, in questo ingessato Cantone, difendere le proprie istituzioni e la propria popolazione? Quando uscì l’idea del bollino di Claro e ancor prima, le due mozioni UDC e PS, per salvaguardare un prodotto o un servizio reso da un'azienda con personale indigeno-domiciliato, scrissi pure io che fosse un'idea da prendere in considerazione. (anche per Lugano eventualmente). Ebbene siamo a poche settimane dalla firma di quell'accordo "ciofeca a senso unico" con l'Italia e guarda caso "un pagliaccio" di giornalista statale, insulta non solo la dignità di un popolo, ma pure le istituzioni di un Paese estero. Un Paese che si regge su regole democratiche (per ora) chiare e cristalline. Un Paese dove la popolazione di due Cantoni ancora viene chiamata in piazza per la Landsgemeinde. Un Paese che ha tolleranza religiosa e 4 lingue nazionali (…). Le istituzioni Cantonali e pure Federali dovrebbero farsi sentire. Sentire a livello diplomatico interno (con il Consolato italiano) e verso Roma tramite un richiamo dell'Ambasciatore a Berna. Non può una trasmissione di Stato, (controllo di Stato e canone di Stato) permettersi di offendere un Paese terzo facendoci passare per nazisti o fascisti. Dimenticando che ai tempi della Guerra gli alleati dei tedeschi non erano di certo gli svizzeri. Dimenticando che abbiamo salvato sia ebrei che italiani. Un pagliaccio come quel giornalista da quattro soldi dovrebbe essere licenziato in tronco”.