POLITICA E POTERE
Il prezzo della rottura
Tra veto Zali, nervi scoperti e partite ancora aperte, il divorzio fra UDC e Lega rischia di trasformarsi in una lunga resa dei conti da Bellinzona fino a Berna, con Lugano sullo sfondo
Archivio TiPress / Gioele Pozzi
POLITICA E POTERE

La Lega risponde all'UDC: "Sorpresi dal metodo. Nessuno ci dà patenti di legittimità"

23 GIUGNO 2026
POLITICA E POTERE

La Lega risponde all'UDC: "Sorpresi dal metodo. Nessuno ci dà patenti di legittimità"

23 GIUGNO 2026

La notizia dello strappo fra UDC e Lega è ormai assorbita. Quello che conta adesso sono le conseguenze. E le conseguenze, a destra, promettono di essere pesanti. Perché quando un’alleanza salta non si limita a cambiare una lista elettorale: mette in discussione il peso dei partiti, i loro rapporti reciproci, la gerarchia interna delle candidature e perfino il modo in cui ognuno immagina il proprio futuro politico. È quello che sta accadendo oggi nella destra ticinese.

Per anni Lega e UDC hanno tenuto assieme una convivenza imperfetta ma utile. Non una vera comunione d’intenti, piuttosto una somma di convenienze. Da una parte via Monte Boglia beneficiava di un appoggio prezioso, soprattutto nella difesa degli equilibri di Governo; dall’altra i democentristi potevano contare su una collaborazione capace di rafforzare il loro peso in una coalizione più ampia. Ma i nervi scoperti sono rimasti lì, sotto la superficie, fino a quando il nome di Claudio Zali è diventato il punto di rottura.

L’UDC non lo nasconde più: per il partito, la presenza di Zali in una lista comune non era più sostenibile. Morisoli parla di coerenza, di un atto dovuto verso chi ripone fiducia nei democentristi, ma anche di un progetto politico più ampio che la Lega, a suo giudizio, non ha sempre sostenuto in questi anni. La Lega, dal canto suo, replica accusando i cugini di personalismi e di aver trasformato il confronto in un ultimatum mascherato. Piccaluga sostiene che il nodo andava sciolto in assemblea, non sui giornali, e che nessuno aveva chiuso la porta alla discussione. Ma il punto vero è che la discussione, ormai, era già finita da tempo.

Il prezzo più immediato rischia di pagarlo la Lega. Senza l’UDC, il secondo seggio in Consiglio di Stato diventa improvvisamente molto più fragile. Non per una questione simbolica, ma per una questione aritmetica. Piccaluga lo riconosce senza troppi giri di parole: la matematica non mente e la probabilità di perdere quel posto è concreta. Significa che il capitale politico accumulato nel 2011, quando la Lega diventò il primo partito del Governo cantonale, oggi non basta più a garantire protezione automatica.

Eppure nemmeno l’UDC può permettersi trionfalismi. Correre da sola significa smettere di nascondersi dietro l’alibi del “non siamo in Governo”, come dice Morisoli, ma significa anche esporsi fino in fondo. Se il partito è davvero in crescita, lo dimostrerà alle urne. Se invece il risultato sarà inferiore alle attese, la scelta di rompere apparirà per quello che è stata: un rischio calcolato, sì, ma pur sempre un rischio.

Poi c’è il livello successivo, che è quello davvero delicato: Berna. Piccaluga ha messo subito in chiaro che, se non si corre insieme alle Cantonali, diventa difficile immaginare un’intesa alle Federali. E qui la frattura si fa molto più insidiosa. Perché il seggio di Marco Chiesa agli Stati non è un dettaglio, ma uno dei punti sensibili dell’intera partita. Morisoli è convinto che un nome come il suo possa reggere anche da solo, grazie al peso personale e al sistema maggioritario. Piccaluga, invece, marca il confine: se si ricandiderà, sarà un candidato dell’UDC e non più di un’area comune. Tradotto: nessuna rendita di posizione, nessun appoggio automatico, nessuna alleanza per inerzia.

Come se non bastasse, il nome di Chiesa aleggia anche sulla corsa al Governo cantonale. Le voci su una sua possibile candidatura a Bellinzona non si spengono e anzi, con la rottura tra Lega e UDC, acquistano ulteriore significato. Sarebbe una scelta forte, forse la più forte a disposizione dei democentristi. Ma aprirebbe a sua volta un altro fronte, quello luganese. Perché Chiesa non è solo un senatore uscente: è anche una figura centrale nel Municipio della città più importante del Cantone. E se a destra si apre una fase di concorrenza aperta, Lugano non potrà restarne fuori.

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