L'ex giudice: “Uno Stato forte non ha paura dei cittadini che parlano. Ha paura, semmai, del giorno in cui i cittadini smettono di farlo”

Il caso Zali, per Francesca Verda, ex giudice penale, destituita in seguito al caso di mobbing al Tribunale, va ben oltre la vicenda che lo ha originato. Pone una questione più profonda sul rapporto tra potere, istituzioni, cittadini e libertà di parola: “Quante volte - si chiede nell'opinione pubblicata oggi da LaRegione - in Ticino, qualcuno ha visto, saputo o vissuto qualcosa e ha scelto di tacere? Per paura. Per convenienza. Per non mettersi contro qualcuno”.
Verda parte anche dalla propria esperienza personale. Dice di essere stata consapevole delle conseguenze che avrebbe avuto la decisione di esporsi, ma di aver ritenuto che il ruolo istituzionale ricoperto le imponesse di non voltarsi dall’altra parte. “Sapevo che avrei pagato un prezzo. L’ho pagato. E lo rifarei”. Da qui l’invito rivolto a chi possiede informazioni o è stato testimone di fatti rilevanti: parlare, nelle sedi appropriate e con responsabilità, senza lasciare che sia la paura a imporre il silenzio.
L’ex giudice precisa che non spetta ai cittadini emettere sentenze, ma rivendica il loro diritto di fare domande e pretendere chiarezza, senza che una posizione di potere possa mettere qualcuno al riparo dagli interrogativi dell’opinione pubblica.
Un passaggio particolarmente netto riguarda i media. “Alla stampa dico: non fatevi mettere il bavaglio”. Verda difende chi continua a porre domande anche scomode e contesta il tentativo di screditarne il lavoro attraverso definizioni liquidatorie: “Non permettete che basti l’attribuita etichetta quale ‘certa stampa’ per delegittimare delle domande fondamentali in uno Stato di diritto”. E ricorre a un’immagine altrettanto esplicita: “Il cane da guardia della democrazia non può essere tenuto al guinzaglio, tantomeno con la museruola”.
Il punto, per Verda, è che trasparenza e regole non possono funzionare a geometria variabile: devono valere per tutti. Le domande scomode non possono essere archiviate con un “adesso andiamo avanti”, mentre le istituzioni hanno il dovere di approfondire tempestivamente gli elementi che lo richiedono.
La conclusione riassume il senso politico e istituzionale del suo intervento: “Uno Stato forte non ha paura dei cittadini che parlano. Ha paura, semmai, del giorno in cui i cittadini smettono di farlo”.