SALUTE E SANITÀ
Ipnosi e cure di sostegno: uno spazio di calma nel percorso terapeutico
Alla Clinica Sant’Anna di Sorengo, Valentina Lokumcu conduce incontri di ipnosi guidata, anche per persone in terapia oncologica: “Non è perdita di controllo, ma un’esperienza costruita insieme”

di Irene Bazzi

L’ipnosi è ancora spesso associata a un immaginario che poco ha a che vedere con il suo utilizzo professionale. Ma che cosa accade realmente durante un’esperienza ipnotica, quali capacità della mente vengono coinvolte e quale spazio può trovare questo approccio nell’ambito delle cure di sostegno?

Valentina Lokumcu è ipnotista certificata, ha un background in Comunicazione Visiva ed è fondatrice di Yessay, studio di ipnosi e sviluppo personale. Il suo percorso con l’ipnosi è iniziato nel 2017, dapprima attraverso una ricerca personale e un interesse per il funzionamento della mente e della comunicazione. Negli anni si è formata attraverso scuole e approcci differenti, costruendo nel tempo un approccio personale e flessibile, che adatta alla persona, alla sua storia e al momento che sta vivendo. Oggi riceve presso Punto.Psi a Savosa, lavora anche online in italiano e inglese e, dal 2026, collabora con il Centro Cure di Sostegno della Clinica Sant’Anna, dove conduce incontri di gruppo di ipnosi guidata.

Partiamo da un punto essenziale: che cos’è davvero l’ipnosi, e che cosa non è?

L’ipnosi non significa dormire, perdere coscienza o consegnare il controllo della propria mente a qualcun altro. Durante l’esperienza la persona rimane presente, sente la mia voce, può comunicare, muoversi, aprire gli occhi e interrompere l’esperienza, se ne sente la necessità.

L’immaginario collettivo è ancora molto influenzato dall’ipnosi da spettacolo, dove vengono utilizzati fenomeni particolarmente sorprendenti proprio perché funzionano sul palco. Non rappresentano però ciò che avviene in un percorso professionale. Fenomeni riconducibili alla trance, alla suggestione e alla modificazione intenzionale dell’attenzione accompagnano l’essere umano da molto prima che esistesse l’“ipnosi”. Nel corso della storia sono stati interpretati attraverso ritualità, magnetismo e teorie molto differenti, fino ad arrivare allo studio scientifico contemporaneo. Anche questa storia particolare ha probabilmente contribuito a mantenere l’alone di mistero che ancora oggi circonda l’ipnosi.

L’ipnosi in realtà utilizza capacità che appartengono naturalmente alla nostra mente, in particolare quella di focalizzare profondamente l’attenzione e assorbirsi in un’esperienza. Possiamo pensare a quanto accade mentre siamo totalmente immersi in un libro, in un film o nella musica: ciò che ci circonda passa temporaneamente in secondo piano. Ecco, durante una sessione di ipnosi queste capacità vengono utilizzate intenzionalmente.

Che cosa sappiamo oggi, dal punto di vista scientifico, di ciò che accade durante l’ipnosi?

Negli ultimi anni anche le neuroscienze stanno contribuendo a comprenderlo meglio. Nel 2025 l’Università di Zurigo ha presentato i risultati di tre studi nei quali sono state utilizzate metodiche differenti, tra cui EEG, risonanza magnetica funzionale e spettroscopia di risonanza magnetica.

Durante l’ipnosi sono state osservate modificazioni misurabili dell’attività e della connettività funzionale di alcune reti cerebrali coinvolte, tra le altre cose, nell’attenzione e nella percezione corporea, insieme a differenze tra diversi livelli di profondità ipnotica. I partecipanti descrivevano contemporaneamente uno stato di profondo rilassamento mantenendo un’elevata focalizzazione dell’attenzione.

Sono dati, questi, che contribuiscono a documentare la presenza, durante lo stato ipnotico, di modificazioni neurofisiologiche osservabili.

Lei sottolinea spesso che capire qualcosa non significa necessariamente averla cambiata. Che cosa intende?

Spesso arrivano da me persone che hanno già fatto diversi percorsi, hanno acquisito molta consapevolezza e sanno spiegare molto bene ciò che accade loro. Eppure continuano a ripetere gli stessi schemi o ad avere reazioni che razionalmente sanno non essere più utili.

Nel corso della vita non impariamo soltanto attraverso ciò che comprendiamo. Impariamo anche attraverso esperienze, emozioni, sensazioni e associazioni: posso sapere che oggi sono al sicuro e sentire comunque paura; posso sapere che una determinata situazione non mi fa bene e continuare a ricadere nello stesso schema; posso aver compreso perfettamente da dove arriva una reazione e continuare ad averla.

La mente costruisce continuamente collegamenti che ci aiutano a orientarci. Alcune risposte possono essere state utili in un determinato momento, perché ci hanno aiutato ad adattarci, proteggerci o affrontare ciò che stavamo vivendo. Diventano limitanti quando continuano a guidarci automaticamente anche se la situazione è cambiata.

Come nasce il nome Yessay?

Nasce dall’idea che, attraverso ciò che viviamo, costruiamo progressivamente una serie di “sì”: “sì, il mondo funziona così”; “sì, per essere accettato devo comportarmi in questo modo”; “sì, questa situazione è pericolosa”; “sì, devo proteggermi così”.

Non sono necessariamente pensieri formulati consapevolmente, ma modi attraverso i quali impariamo a interpretare l’esperienza e a rispondervi. Molte di queste risposte hanno avuto una funzione importante: ci hanno aiutato ad adattarci o a proteggerci.

Il punto è riconoscere quali di quei “sì” continuano ancora a guidarci, quali oggi possono limitarci e a quali nuove possibilità vogliamo iniziare a dire sì. È da qui che nasce il nome Yessay.

Come interviene l’ipnosi su questi apprendimenti?

Uso spesso l’immagine di un treno. Possiamo pensare alle diverse esperienze come a vagoni che, nel tempo, si collegano tra loro attraverso emozioni, sensazioni, significati e associazioni. Qualcosa che accade oggi può agganciarsi a quel treno e riattivare una risposta che sembra appartenere soltanto al presente, ma che porta con sé apprendimenti costruiti nel tempo.

Con l’ipnosi possiamo andare oltre il solo fattore scatenante e lavorare sulle associazioni, sui significati e sulle risposte apprese che continuano ad avere un’influenza nel presente. Non cancelliamo né modifichiamo ciò che è accaduto. Possiamo però permettere alla persona di sperimentare qualcosa di diverso: recuperare una risorsa, sentirsi al sicuro dove prima si attivava una paura, costruire nuove associazioni e sperimentare modalità di risposta più utili per la vita di oggi.

È qui che, per me, si trova la differenza fondamentale tra capire e fare esperienza.

Bisogna avere una particolare predisposizione per vivere l’ipnosi?

No. Non bisogna saper meditare, riuscire a rilassarsi perfettamente, essere bravi a visualizzare o “svuotare la mente”. Non è una performance e non c’è un risultato che la persona debba raggiungere.

C’è chi durante l’ipnosi vede immagini molto nitide, chi percepisce soprattutto sensazioni corporee, chi continua ad avere pensieri e chi rimane molto consapevole dei rumori e dell’ambiente circostante. Le persone possono avere una responsività ipnotica differente e anche la stessa persona può vivere esperienze diverse da un incontro all’altro.

Non esiste un modo giusto di vivere l’ipnosi: esiste il modo in cui la vive quella persona. Il mio compito è adattare linguaggio, modalità e tempi a chi ho davanti.

Quali sono secondo Lei gli elementi che dovrebbero caratterizzare l’esperienza della persona durante l’ipnosi?

Per me sono tre: fiducia, sicurezza e calma.

La relazione con il professionista è fondamentale. La persona deve potersi sentire sufficientemente al sicuro da lasciarsi accompagnare, sapendo però di mantenere sempre la propria libertà.

Non considero l’ipnosi qualcosa che qualcuno “fa” a un’altra persona. È un’esperienza che si costruisce insieme. C’è chi riesce ad affidarsi rapidamente e chi ha bisogno di più tempo, soprattutto quando nella vita è abituato a mantenere un forte controllo. Entrambe le modalità vanno rispettate.

In presenza di condizioni mediche o psicologiche complesse è inoltre importante che chi conduce l’esperienza conosca i limiti del proprio ruolo e sappia quando è necessario coinvolgere un medico, uno psicoterapeuta o un altro professionista sanitario. Per questo preferisco parlare di appropriatezza, formazione e responsabilità professionale.

Come si inserisce questo approccio nel Centro Cure di Sostegno della Clinica Sant’Anna?

Conduco incontri di ipnosi guidata rivolti anche a persone che stanno affrontando terapie oncologiche o convivono con patologie croniche.

L’ipnosi non si sostituisce naturalmente alle cure mediche. Viene proposta come strumento complementare per lavorare su aspetti quali stress e sovraccarico, tensione, percezione corporea, rilassamento, senso di sicurezza e accesso alle proprie risorse.

Gli incontri durano un’ora e sono pensati come un percorso continuativo ma flessibile: ogni appuntamento può avere un senso anche singolarmente, mentre chi partecipa con continuità può esplorare nel corso dei mesi temi differenti, come calma, fiducia, rapporto con il corpo, chiarezza mentale, risorse interne e vitalità.

Il percorso alterna rilassamento profondo e ipnosi guidata tematica. Alcuni momenti possono essere accompagnati anche dal suono dell’handpan dal vivo.

In un contesto di malattia, quale obiettivo assume maggiore importanza?

Per me è fondamentale non aggiungere un’ulteriore richiesta di prestazione alla persona. Quando il corpo attraversa terapie, dolore, stanchezza o cambiamenti importanti, può essere difficile anche semplicemente rallentare.

L’obiettivo non è negare ciò che sta accadendo e nemmeno chiedere di “pensare positivo”. È offrire uno spazio nel quale la persona possa modificare il proprio rapporto con ciò che sta vivendo: spostare l’attenzione, ritrovare calma, recuperare una sensazione di sicurezza e riconnettersi a risorse che, in un momento difficile, possono sembrare meno accessibili.

L’ipnosi viene studiata anche nella gestione del dolore?

Sì, ed è uno degli ambiti nei quali l’ipnosi è maggiormente studiata. Questo non significa considerare il dolore immaginario o semplicemente “mentale”. Il dolore è un’esperienza reale e complessa, sulla quale possono incidere anche attenzione, emozioni, aspettative e contesto.

Una revisione sistematica e metanalisi del 2024, che ha considerato 70 studi e oltre 6.000 partecipanti, ha rilevato piccoli effetti analgesici aggiuntivi dell’ipnosi quando utilizzata insieme alle cure abituali, pur evidenziando una certezza complessiva delle prove ancora limitata.

Anche in oncologia l’ipnosi è stata studiata come intervento complementare, con risultati favorevoli su aspetti quali ansia, dolore, nausea, affaticamento, sonno e qualità di vita. Più recentemente, una metanalisi del 2025 su persone sottoposte a procedure mediche invasive ha riscontrato una riduzione di ansia e dolore rispetto alle cure standard.

Si tratta di risultati promettenti, che vanno però letti all’interno dei limiti degli studi disponibili e non come una promessa che l’ipnosi produca lo stesso effetto in ogni persona.

Quindi non una scorciatoia, ma un percorso?

Esattamente. Non mi interessa trasformare l’ipnosi nell’ennesima promessa di cambiamento immediato. Una singola esperienza può essere molto significativa, ma quando si lavora in profondità è importante rispettare il tempo necessario perché ciò che viene sperimentato possa essere assimilato e integrato.

Preferisco pensare all’ipnosi come a un processo di apprendimento. Un’esperienza può aprire una possibilità; ripeterla, riconoscerla e portarla gradualmente nella quotidianità permette alla persona di farla sempre più propria.

Questo principio vale anche negli incontri della Clinica Sant’Anna: ogni appuntamento deve poter avere un senso in sé, perché non tutti parteciperanno all’intero percorso, mentre la continuità permette di esplorare nel tempo aspetti e risorse differenti.

Il mio obiettivo non è portare la persona da qualche parte a tutti i costi. È creare le condizioni perché possa fare un’esperienza diversa, nel rispetto del proprio ritmo, e magari scoprire di avere ancora accesso a qualcosa che pensava di aver perso: uno spazio di calma, una risorsa, una possibilità di scelta o semplicemente un modo differente di stare con ciò che sta vivendo.

 

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