L'ANALISI - Attraverso regole e richieste assurde, ridicole e grottesche - fuori dalla realtà – vengono imposti metodi di lavoro, secondo ricettari omologati, che non contribuiscono affatto al miglioramento né del prodotto né di chi lo realizza

di Andrea Leoni
Ho letto che il Consiglio di Stato ha preso posizione sulla revisione dell'ordinanza radiotelevisiva. L'opinione governativa ha fatto saltare la mosca al naso a Filippo Lombardi, ex proprietario di riferimento e presidente del CdA di Teleticino, poiché il Governo si è raccomandato con l'Ufficio federale delle comunicazioni (UFCOM), che vigila su questi affari, di controllare per bene che le emittenti private che beneficiano di una quota del canone rispettino le regole del mandato pubblico. Anche perché si cuccheranno più palanche. Lombardi ha ribattuto che i controlli ci sono già, sono già scrupolosi, e Teleticino raggiunge i migliori punteggi su scala nazionale.
C'è inoltre un'altra contestazione che Manuele Bertoli, titolare del dossier, ha spiegato in un'intervista alla Regione: "La riforma prevede la sottotitolazione di quanto passa in televisione. E questo costa. Alle ‘private’ lo impongono dalla prima replica. Noi abbiamo segnalato che TeleTicino filma la radio. Detta altrimenti, stanno usando la concessione radiofonica per fare televisione. Se fatta per evitare la sottotitolazione, non va bene. Poi naturalmente spetta all’Ufcom dire cosa devono fare. Lombardi sostiene che non hanno più intenzione di farlo. Bene, ma allora dove sta il problema?".
Naturalmente il Governo ha il diritto e il dovere di prendere le posizioni che ritiene più opportune: fa parte della democrazia e dei normali iter istituzionali. Non bisogna prendersela a male. Anche perché poi, detto con rispetto ma con franchezza, sono lettere che non muovono foglia.
Non è neppure la prima volta che in tempi recenti i ministri sono stati chiamati ad esprimersi sulle radio e le televisioni private a beneficio del canone: pochi anni fa i ministri di allora furono interpellati da Berna per sapere cosa ne pensassero del fatto che il Corriere del Ticino diventasse azionista di riferimento sia di Teleticino che di Radio3i, entrambe finanziate con soldi pubblici. Risposero sostanzialmente, con piena soddisfazione di Lombardi e dei nuovi proprietari, che andava bene e che il mandato pubblico e il pluralismo dell'informazione, non erano messi in discussione dal nuovo assetto societario. Nel frattempo - e sia ben chiaro: chiunque avrebbe fatto lo stesso considerate le condizioni favorevoli all'espansione – il colosso di Muzzano ha acquistato partecipazioni anche in altre testate, tra le quali Radio Fiume Ticino, anch'essa finanziata dal canone. In tutte le emittenti private che ricevono soldi pubblici il Corriere del Ticino, attraverso la holding Media Ti, è presente. Ma questa è un'altra storia.
Quel che forse è più interessante per il lettore, è sapere qualcosa di più su questi famigerati controlli. Si tratta in buona sostanza di processi completamente inutili, per non dire dannosi, alla realizzazione del prodotto giornalistico e televisivo, per la formazione del personale dell'emittente e per valutare l'effetivo rispetto dal mandato pubblico. C'è solo un modo per imparare a fare il giornalista ed è farlo, cioè lavorare. Lo stesso vale per le altre professioni nell'ambito radiotelevisivo. Scuole, corsi e corsetti obbligatori o imposti, andrebbero semplicemente aboliti. Così come andrebbero spazzate via tutte quelle false verifiche prestampate, quei lacci e lacciuoli tanto perbenisti quanto insignificanti, quei metodi organizzativi da fabbriche di cannottiere. Non si possono trattare strutture creative e redazioni come fossero bilanci da revisionare. L'autorità di vigilanza dovrebbe occuparsi esclusivamente di numeri, vale a dire se i soldi dei contribuenti vengono spesi per la mission, delle condizioni quadro aziendali, per capire se i lavoratori possono esprimersi liberamente e nel rispetto del mandato pubblico, e del contesto mediatico in cui operano gli editori che beneficiano della concessione per verificare se ci sono eccessi di concentrazione paramonopolistici. Punto. I contenuti e come essi vengono confezionati non dovrebbe essere affare dell'UFCOM. Per contestare quel che va in onda c'è l'ombudsman a cui ogni telespettatore può rivolgersi se non è soddisfatto.
Invece le leggi radiotelevisive di questo Paese sembrano fatte apposta per imbrigliare e controllare ciò che non si deve e ignorare completamente ciò che conta davvero. In questo modo vengono incoraggiate patetiche velleità della società contemporanea, in particolare statali, che infine servono solo a produrre posti di lavoro Oltregottardo di cui si potrebbe benissimo fare a meno. Siamo insomma al livello della formazione continua per gli operatori ecologici. Come se prima, quando si chiamavano spazzini, non gli era richiesto il titolo di studio e neppure di aggiornarsi sull'evoluzione della professione, le strade fossero invase dal lerciume. Il giornalismo è mestiere di bottega: si impara e non si studia. È artigianato, non arte. È ha la stessa nobiltà del falegname e del carpentiere.
Le astruse procedure burocratiche, ideate da grigi funzionari di Palazzo che molto spesso non parlano neppure l'italiano, non conoscono la realtà locale, e soprattutto non hanno mai fatto i giornalisti e neppure la televisione (ovvero i registi, i cameraman, i fonici) o la radio, sono insomma soltanto delle grandi perdite tempo e di denaro. Attraverso regole e richieste assurde, ridicole e grottesche - completamente fuori dalla realtà – vengono imposti metodi di lavoro, secondo ricettari omologati, che non contribuiscono affatto al miglioramento né del prodotto né di chi lo realizza. Sono metodi che forse vanno bene in una realtà con migliaia di dipendenti, dove esiste anche il responsabile di quelli che devono spegnere i monitor del computer, ma sono del tutto fuori luogo per aziende che devono finanche organizzarsi le telecamere per realizzare i servizi del telegiornale. Non si può imporre il baldacchino a un letto dove la principale preoccupazione è far quadrare la coperta, comunque sempre corta e non per demeriti, o non in particolare, di chi la tira ma per logiche di mercato. Neppure se parte della stanza è finanziata con soldi pubblici.
Li chiamano "processi di qualità" o "di formazione" ma dovrebbe essere chiamati "processi contro la qualità" e "contro la formazione". L'esempio della radio in tv è emblematico (e non è colpa di Bertoli o del Consiglio di Stato essendo le regole state scritte a Berna). Secondo questi approcci psicostatalisti, e del tutto anti-giornalistici e anti-creativi, la principale preoccupazione di questi burocrati non è la valorizzazione di un contenuto alternativo che può piacere o no al pubblico, che evita le repliche e che costa poco, ma il suo affossamento imponendo i sottotitoli. Il trionfo di una regola idiota a scapito dell'utenza e dell'azienda, quindi in primis di chi ci lavora.
La televisione infatti è una macchina carissima da far funzionare. Serve un sacco di personale, molte attrezzature costose e la costruzione di ciò che va in onda richiede molti passaggi. Aggiungiamoci che la tv generalista è sempre più in crisi, sovrastata dall'on demand e dal web. Le risorse e le energie, soprattutto per chi ne ha poche, vanno investite su ciò che è importante e non su ciò che è inutile. Altrimenti, diciamolo chiaramente: che la televisione la faccia solo l'ente pubblico e non ne parliamo più.
La stessa RSI, che pure i mezzi per farvi fronte li ha, sembra sempre più soffocata da questi assurdi meccanismi, che antepongono la burocrazia al prodotto. E sembra sempre più schiacciata e impaurita nel suo fortino dall'eccessivo bersagliamento politico di cui è oggetto da qualche tempo. Questo nervosismo produce talvolta degli autogol clamorosi che fanno apparire ancor più in difficoltà l'azienda di Comano agli occhi dei ticinesi.
La realtà è che alla RSI ci sono giornalisti bravissimi: Reto Ceschi, Max Herber, Veronica Alippi, solo per citare alcuni dei "capoccia", che insieme ai loro colleghi, compresi i tecnici, realizzano complessivamente ottimi prodotti in tv, in radio e sul web. Ma non è rintanandosi nel fortino; non è acquistando macchine che potrebbero muovere l'Enterprise ma che nella nostra dimensione sono solo omaggio allo spreco; non è costruendo redazioni e strutture monstre e neppure pretendo le luci e le scenografie di Broadway per ogni trasmissione; non è seguendo pedissequamente la burocrazia del mandato pubblico; non è difendendo assurdi privilegi; non è mettendoci due anni per prendere una decisione che si potrebbe prendere in due ore…no, non è così che la RSI uscirà dall'angolo.
Lo farà solo con le idee, i professionisti di talento in grado di realizzarle (ne ha molti in casa, basterebbe valorizzarli) e con il coraggio di sperimentare: cioè di creare nuovi contenuti. Il modo migliore per rispondere alle critiche è fare ancora meglio, come sono assolutamente in grado, la televisione, la radio e il web.