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di Niccolò Salvioni *

Domenica 26 aprile ho pubblicato su queste pagine un’analisi sulla cosiddetta “colpa collettiva svizzera” evocata nel dibattito italiano sulle fatture dell’Hôpital de Sion. Grazie alla segnalazione dell’amico Marco Bazzi, Mediaset mi ha invitato a partecipare giovedì 30 aprile al talk show Diritto e Rovescio di Paolo Del Debbio. Un dibattito serrato, con la senatrice Rita Dalla Chiesa, il senatore Mauro Poggia da Ginevra, il vicedirettore di Libero Pietro Senaldi e il signor Mattia Donadio, fratello di Sofia, una vittima che ha subìto gravi ustioni e che è ritornata recentemente a casa in un percorso di recupero ancora lungo e difficile.

Quella preparazione televisiva ha affinato la mia analisi fino al punto in cui non posso più limitarmi a criticare le esagerazioni italiane sulla “Svizzera che fa pagare le vittime”. Devo ora rivolgere la critica, con eguale misura, verso alcune scelte del governo italiano che rischiano di essere ben più dannose per le vittime di quanto non lo siano state le fatture dell’ospedale di Sion.

Le fatture erano pro forma: il problema era la comunicazione, non l’invio

Occorre prima correggere un punto sul quale anch’io mi ero fermato in superficie. Le fatture inviate alle famiglie italiane indicavano esplicitamente che il pagamento non era dovuto direttamente dai pazienti: erano documenti contabili obbligatori previsti dalla legge svizzera, non richieste di pagamento. In Svizzera ogni cittadino riceve fatture ospedaliere dettagliate: è l’ordinaria amministrazione di un sistema fondato sull’assicurazione privata obbligatoria, radicalmente diverso dal Servizio sanitario nazionale finanziato dalla fiscalità generale.

Il vero errore, comunicativo e psicologico, non giuridico, è stato inviare documenti tecnici in lingua straniera a famiglie in stato di sofferenza post-traumatica acuta, senza una lettera esplicativa in italiano. La critica espressa dalla Presidenza del Consiglio, pur amplificata oltre misura, non era priva di fondamento sul piano umano. Ma da questa premessa discendono conseguenze che vanno nella direzione opposta agli interessi delle vittime.

I tre errori del governo italiano

Il primo errore è il rifiuto di pagare all’Istituto collettore LAMal i 100.000 franchi dovuti per le cure dei tre minori italiani a Sion. Quell’obbligo esiste per trattato internazionale e non può essere sospeso con una dichiarazione televisiva. Il paradosso è che, pagando, l’Italia acquisirebbe il diritto di rivalersi, per surrogazione, sui responsabili dell’incendio per quella stessa somma. Rifiutando, la regala ai Moretti, sottraendola ai danni recuperabili dalle vittime.

Il secondo errore è rispedire le fatture senza contestarne formalmente l’importo attraverso i canali istituzionali previsti. Le tariffe ospedaliere svizzere sono tra le più elevate al mondo e una contestazione tecnica potrebbe produrre riduzioni significative. Rispedire la busta senza aprirla non produce nulla, salvo titoli di giornale.

Il terzo errore, forse il più costoso, è la decisione della Regione Lombardia di non fatturare all’Istituto collettore LAMal i costi dei due pazienti elvetici trattati al Niguarda, come previsto dagli accordi di coordinamento sanitario europeo. L’assessore Bertolaso ha dichiarato che “l’Italia cura gratuitamente chiunque”: posizione eticamente encomiabile, ma quella dichiarazione di gratuità potrebbe essere usata dagli avvocati dei Moretti per sostenere che l’Italia non ha subìto alcun danno patrimoniale, privandola così di qualsiasi voce risarcitoria nel procedimento civile a Sion.

La costituzione di parte civile: un gesto politico destinato probabilmente al rigetto

Il 29 aprile la Presidenza del Consiglio ha depositato a Sion l’atto di costituzione della Repubblica italiana nel procedimento penale. Il tentativo è lecito, ma la sua probabilità di successo è, a parere di esperti come l’avvocato Paolo Bernasconi, assai limitata. Il diritto processuale svizzero ammette come parte civile solo chi ha subìto una lesione diretta dei propri beni giuridici. I costi della Protezione civile e dell’elisoccorso valdostano sono conseguenze indirette del reato, non lesioni dirette al patrimonio italiano. Il precedente è eloquente: il Comune di Crans-Montana ha già visto respingere la propria costituzione per lo stesso motivo.

Esistono vie processuali più solide. La prima è l’intervento adesivo nel procedimento civile a sostegno delle vittime. La seconda, più incisiva sul piano penale, è la surrogazione assicurativa: chi paga i rimborsi dovuti subentra per legge nei diritti della vittima e può costituirsi nel processo penale svizzero quale “avente causa”, accedendo così perlomeno alla sola componente civile del procedimento senza dover superare il filtro del danno diretto richiesto agli enti pubblici.

Lo studio legale svizzero che il governo sta selezionando potrebbe svolgere un ruolo prezioso di coordinamento tra i procedimenti pendenti in Vallese, Berna e Roma, a condizione che il mandato vada oltre il solo tentativo di costituzione di parte civile nel processo penale.

La tavola rotonda: il vero strumento per le vittime

Il nodo più critico non è processuale: è negoziale. Il Parlamento federale svizzero ha costituito una tavola rotonda presieduta da Laurent Kurth con un fondo federale fino a 20 milioni di franchi, ancora da confermare definitivamente, e contributi di solidarietà già approvati di 50.000 franchi per famiglia. AXA stessa ha proposto questo tavolo per prima.

Il motivo è aritmetico: il danno complessivo, con 41 morti e 115 feriti, molti con ustioni permanenti, si stima tra 100 e 200 milioni di franchi. Le coperture disponibili non superano i 40-50 milioni. Il gap non si colma con le sentenze: si colma negoziando ora, prima che i Moretti risultino incapienti e prima che le cause civili si perdano in anni di contenzioso. Le stesse vittime rischiano, sulla base delle norme europee, di ricevere rimborsi sanitari insufficienti per le cure specializzate di lungo periodo che molti di loro richiederanno. La tavola rotonda è il luogo in cui questo può essere affrontato. L’Italia, per ora, sembra disinteressata. È una scelta che penalizza esattamente le persone che Roma dichiara di voler difendere.

Una proposta e una fiducia

La strategia coerente sarebbe semplice: pagare i rimborsi dovuti, acquisendo così diritti risarcitori per regresso verso i responsabili; fatturare alla Svizzera i costi dei pazienti elvetici curati al Niguarda, come previsto dagli accordi di coordinamento sanitario europeo, consentendo così anche alla Svizzera di procedere in via di regresso; partecipare attivamente alla tavola rotonda; e lasciare che siano le famiglie delle vittime, le sole pienamente legittimate, a essere protagoniste nel processo penale, sostenute finanziariamente dallo Stato e supportate dallo studio elvetico incaricato dal Consiglio dei ministri. In diritto, si chiama efficienza. In politica estera, si chiama coerenza.

Come ricordava Calamandrei, “il processo è il dramma della verità”. Finché i procedimenti rimarranno atomizzati, per usare il concetto che Giovanni Falcone applicava alla cooperazione giudiziaria internazionale, e scoordinati tra giurisdizioni che si ostacolano invece di collaborare, la verità farà fatica ad emergere.

Vale anche sul versante ticinese. Il consigliere nazionale Lorenzo Quadri ha chiesto al Consiglio federale di adottare misure simmetriche a quelle italiane, fino a sollecitare la convocazione dell’ambasciatore d’Italia a Berna, denunciando una “campagna d’odio” contro la Svizzera. È una posizione comprensibile sul piano della reciprocità, ma che rischia di spingere il dossier verso un’escalation simbolica controproducente.

Ancor più significativo è il fatto che queste richieste provengono da un deputato che, sul medesimo caso, si è opposto sia all’istituzione della tavola rotonda federale sia all’assunzione di oneri finanziari da parte della Confederazione a favore delle vittime, misure pensate proprio per attenuare le conseguenze concrete della tragedia. Una posizione che fatica a conciliarsi con l’invocata solidarietà verso i danneggiati.

Dalla sovra-politicizzazione italiana della vicenda, che interviene su un procedimento penale di competenza esclusiva delle autorità giudiziarie del Canton Vallese, si rischia ora di scivolare verso analoghe interferenze sul versante svizzero, con il pericolo di trascinare il caso in un conflitto politico e diplomatico che non giova a nessuno, e meno di tutti alle vittime. La questione rimane in primo luogo di competenza del potere giudiziario: è lì che deve trovare la sua risposta principale.

Il Consiglio federale, cui spetta in via esclusiva la conduzione della politica estera della Confederazione, è e deve rimanere libero di calibrare autonomamente i propri rapporti con i rappresentanti degli Stati vicini, senza che la pressione parlamentare interna lo vincoli a escalation che non servono né alle vittime né alle relazioni bilaterali.

Sono convinto che riusciremo a superare questa crisi. Nei secoli, la capacità di trovare soluzioni pragmatiche ha contraddistinto tanto la popolazione svizzera quanto quella italiana: due culture che il Lago Maggiore e il Ceresio continuano a unire più di quanto la polemica del momento riesca a dividere.

È da sperare che l’incontro del 5-6 maggio a Roma tra il presidente della Confederazione Guy Parmelin, il presidente Mattarella e la presidente del Consiglio Meloni possa tradursi in quella chiarezza operativa che, sino a oggi, la polemica quotidiana ha reso difficile da raggiungere.

* Analista politico-istituzionale

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