SECONDO ME
Adriano Venuti: "Autogestione, una necessità culturale da preservare"
SECONDO ME - Il candidato socialista al Gran Consiglio sul futuro del centro sociale: "Chi mette in discussione la sua esistenza non ha capito il valore sociale di questo luogo"

di Adriano Venuti*

È vero, lo ammetto, non sono un grande frequentatore del Centro sociale il Molino di Lugano, ci sono stato poche volte. Ci sono stato settimana scorsa per sentire dei miei amici che hanno suonato nella Fiasca, una sala non molto grande, con bar, ideale per concerti intimi. Alcuni mesi fa, nella sala cinema, ho assistito ad una conferenza dedicata alla resistenza di Kobanê, la città curda che ha sconfitto i miliziani dello Stato Islamico. Negli anni passati sono stato ad altri concerti nella sala più grande, a un paio dei tanti mercatini che si svolgono nella corte di ingresso e in altre occasioni. 

Se si va a visitare il sito del Molino (http://www.inventati.org/molino/) si scopre che gli autogestiti propongono una grande varietà di attività ed eventi, dal cinema alle conferenze, dai concerti ai mercatini di vario genere, dalle gare di improvvisazione poetica ai dj-set e altre cose ancora.

Tanti giovani vanno al Molino perché sanno che con pochi soldi possono passare una serata in compagnia. Sanno che lì nessuno dice loro come si devono vestire, che nessuno li vuole uniformare, che sono liberi di esprimere ciò che sono senza dover temere giudizio alcuno: sono liberi di essere sé stessi.

Di fronte al proliferare di locali notturni alla moda, che godono di successo finché non ne arriva uno nuovo ancora più alla moda, aperti (e chiusi) da facoltosi signori della notte le cui ricchezze non sempre sono limpide quanto l'immagine che voglio dare di sé, di fronte a questa uniformità sub-culturale il Molino resiste proponendo una cultura-altra che difficilmente trova spazio in altri contesti che non siano quelli dell'autogestione.

Chi vuole mettere in discussione l'esistenza stessa del Molino non ha capito il valore sociale di questo luogo, non ha capito che non si può giudicare tutto e tutti in maniera schematica, non ha capito che essere fuori dagli schemi non è né una colpa né un reato. Per giudicare un'esperienza non di massa, come quella dell'autegestione, è necessario un approcio emico e non etico, sopratutto se inspiegabilmente, ed erroneamente, si è convinti che la propria etica sia quella giusta...

*candidato PS al Gran Consiglio

 

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