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Crans-Montana, "Il vizio (italiano) di puntare il dito"
Elisa Garfagna: "La tragedia non ha passaporto, ma il buonsenso dovrebbe averlo. Invece di godere delle "crepe" altrui per nascondere le nostre macerie, faremmo meglio a riscoprire il valore del silenzio e dell'umiltà"
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di Elisa Garfagna *

Inizialmente avevo scelto il silenzio. Di fronte alla tragedia di Crans-Montana, ho pensato che non ci fosse nulla da aggiungere al dolore, se non un rispettoso sgomento.

Ma poi ho letto i commenti. Ho visto la velocità con cui, specialmente dai tastieristi nostrani, è partita la macchina del giudizio. Il ritornello è sempre lo stesso: "Ma come? La Svizzera così perfettina, così precisa, ha permesso questo? Dovevano controllare".

È quasi incredibile la facilità con cui noi italiani ci trasformiamo in ispettori rigorosi quando il dramma accade oltre confine. Sembra quasi che si sia innescata una competizione perversa, un bisogno viscerale di trovare una crepa nel sistema elvetico per poter dire, con un pizzico di malcelata soddisfazione, che "anche i migliori sbagliano". Puntiamo il dito contro un sistema dove eventi simili sono l’eccezione estrema, quasi come se il fallimento della Svizzera potesse in qualche modo pareggiare i conti con le nostre mancanze croniche e farci sentire meno soli nel nostro disordine.

Parliamo di controlli mancati in Svizzera proprio noi, che portiamo ancora i segni profondi del crollo del Ponte Morandi, una ferita che grida ancora giustizia. Noi che abbiamo assistito impotenti alla strage della funivia del Mottarone, dove l'incuria umana ha spento vite nel modo più assurdo possibile. Noi che ogni volta che piove forte tremiamo per il fango che scivola giù, come accaduto a Casamicciola, o che guardiamo con angoscia i nostri ghiacciai che si sbriciolano, come nella tragedia della Marmolada, figli di un territorio fragile e troppo spesso abbandonato a se stesso.

È un paradosso tutto italiano: criticare l’eccezione svizzera dall'alto di una cronaca fatta di emergenze continue e strutturali. Cerchiamo di coprire il fatto che non siamo affatto perfetti sminuendo chi, del rigore e della prevenzione, ha fatto un marchio di fabbrica.

Questa polarizzazione social non serve a capire la tragedia, serve solo a esorcizzare la nostra realtà e a nutrire l'ego di chi si sente più forte nel vedere cadere il "primo della classe". I social hanno questo potere distorto: ci fanno sentire superiori nel momento in cui sottolineiamo il fallimento altrui. Ma prima di giudicare l'efficienza degli altri per sentirci meno fragili, dovremmo forse interrogarci su quanto peso diamo alla sicurezza in casa nostra.

La tragedia non ha passaporto, ma il buonsenso dovrebbe averlo. Invece di godere delle "crepe" altrui per nascondere le nostre macerie, faremmo meglio a riscoprire il valore del silenzio e dell'umiltà.

* esperta di comunicazione

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