Il presidente Cc-Ti: "Un mercato del lavoro unico in Svizzera, costi elevati, concorrenza fiscale e dinamiche transfrontaliere: il Ticino vive una realtà economica particolare che non si può leggere con i soli indicatori generali"

di Andrea Gehri *
Negli ultimi giorni sono circolate analisi che dipingono il Ticino come un cantone vittimista, riluttante a fare i “compiti in casa” e sostanzialmente responsabile delle proprie difficoltà strutturali. Una narrativa comoda, ma profondamente scollegata dalla realtà quotidiana vissuta dalle famiglie, dalle imprese e dai lavoratori residenti.Il dibattito ricorrente su ricchezza, perequazione e povertà in Ticino si sponda su un malinteso tanto diffuso quanto resistente: l’idea che basti osservare qualche indicatore aggregato – su tutti il Pil pro capite – per concludere che il Cantone sia “ricco” e semplicemente incapace di redistribuire in modo efficace.
È una lettura suggestiva, ma profondamente scollegata dalla realtà economica, sociale e fiscale del territorio. Una realtà più complessa, che merita ben più di un esercizio teorico.
Per capire il Ticino occorre partire dal suo mercato del lavoro, che non ha paragoni in Svizzera. Il peso dei frontalieri, indubbiamente essenziale per molti settori, genera però effetti peculiari sulla struttura salariale. Una parte significativa del valore prodotto in Ticino viene creata qui ma consumata altrove. Questo non è un giudizio, è un fatto: ogni economia transfrontaliera lo sperimenta. Ma nel nostro caso significa che il Pil cresce, mentre la base imponibile dei residenti cresce meno, e molto più lentamente. Redistribuire si può: ma solo ciò che rimane sul territorio.
È troppo facile imputare al Cantone una presunta “mancanza di volontà redistributiva”. Redistribuire con cosa? Con le buone intenzioni? Il Ticino già oggi investe molto nel sociale, spesso più di quanto la propria base imponibile consentirebbe con responsabilità. Il nodo non è la generosità del sistema, ma la dimensione della torta da dividere. Ed è qui che entra la parte che molti analisti preferiscono ignorare: la ricchezza prima deve essere generata. E la genera, in modo strutturale, solo un’economia competitiva, dinamica e attrattiva. Il problema vero, quindi, non è la generosità, ma è la dimensione del portafoglio.
Gli inviti a “tassare di più la sostanza” ignorano completamente il contesto di concorrenza fiscale interna su cui si fonda il federalismo svizzero. Ogni variazione dell’imposizione ha effetti immediati sulla localizzazione di imprese e buoni contribuenti. Perderli significherebbe erodere le basi stesse dello Stato sociale che si dice di voler rafforzare. Non è un argomento ideologico: è una constatazione verificabile da qualunque amministrazione cantonale.
Anche sul fronte della perequazione, la narrazione corrente è distorta. Le regole che determinano chi paga e chi riceve non sono frutto di decisioni ticinesi: sono stabilite a livello federale e premiano i Cantoni con sistemi fiscali più robusti e patrimoni più consistenti. Il Ticino, con una struttura economica legata ai servizi, all’industria e a un mercato del lavoro estremamente aperto, risulta penalizzato da formule che non tengono conto delle sue specificità. Difendere i propri interessi non è vittimismo: è semplicemente ciò che ogni Cantone dovrebbe fare.
E poi c’è il Pil pro capite, costantemente brandito come prova della ricchezza ticinese. Ma il Pil misura quanto si produce, non quanto resta a disposizione delle famiglie. E nel frattempo i costi della vita – affitti, premi di cassa malati, energia – seguono i livelli svizzeri, non quelli delle regioni da cui proviene buona parte della forza lavoro. Che il Pil sia alto non significa che il potere d’acquisto lo sia. Confondere produzione e benessere è uno degli errori più ricorrenti nel dibattito pubblico.
Per garantire servizi pubblici di qualità e sostenere chi è in difficoltà serve una condizione preliminare: un’economia in salute. Non c’è redistribuzione senza creazione di valore. Non ci sono politiche sociali sostenibili senza gettito stabile. Non c’è gettito stabile senza imprese, investimenti e contribuenti che scelgono di restare.
Per questo parlare di competitività e condizioni quadro non è “neoliberismo”, come qualcuno insinua, ma semplice realismo. Perché è proprio da lì che passa la capacità del Cantone di finanziare la coesione sociale.
Il Ticino è un cantone che ogni giorno deve tenere insieme un mercato del lavoro unico, un costo della vita elevato, una competizione fiscale serrata e criteri federali spesso sfavorevoli. In poche parole, è il Cantone che vive ogni giorno la realtà più complessa del Paese. Prenderne atto non è “fare la vittima”. È il primo passo per affrontare i problemi con lucidità.
E per ricordare, una volta per tutte, che prima si crea valore. Poi, e solo poi, lo si può redistribuire.
* Presidente Cc-Ti