Dal no ai Bilaterali III alla difesa della democrazia diretta, passando per il lupo e le regioni di montagna: il discorso di Marchesi ai festeggiamenti della Confederazione

*Discorso di Piero Marchesi ai festeggiamenti del 1° Agosto
Sono per metà bleniese e anch’io mi considero un “Montagnin”. Amo la montagna, la sua gente e il suo modo concreto di affrontare la vita: poche parole, molta sostanza. Qui le montagne non sono soltanto una cartolina. Sono una scuola. Ci insegnano che nessuna casa resiste senza fondamenta, nessun sentiero resta aperto senza qualcuno che lo curi e nessuna comunità sopravvive senza persone disposte a impegnarsi.
Dalle nostre radici nasce una patria di uomini e donne liberi. Ed è proprio dalle fondamenta che voglio partire. Oggi celebriamo i 735 anni della Svizzera: 735 anni di libertà, indipendenza e responsabilità. "La Svizzera, straordinaria dal 1291": lo abbiamo letto sul cappellino rosso di Guy Parmelin durante i Mondiali di calcio. Uno slogan simpatico, ma anche una grande verità.
La Svizzera è straordinaria perché ha saputo custodire la pace, l’indipendenza e il diritto dei cittadini di scegliere il proprio destino. Non è nata dal decreto di un imperatore o dalla concessione di una potenza straniera. È nata dalla volontà di uomini e donne liberi.
Nel 1291 Uri, Svitto e Untervaldo volevano decidere a casa propria, senza padroni e senza giudici stranieri. Da quel coraggio nacque la Confederazione. Questa è la nostra origine. E questa deve rimanere la nostra direzione. Ma le nuove insidie arrivano con parole rassicuranti. Per restare fedeli a quella direzione, dobbiamo riconoscere le insidie del nostro tempo.
Le minacce non sono scomparse. Hanno cambiato volto e linguaggio. Un tempo arrivavano armate a cavallo. Oggi arrivano in trattati di migliaia di pagine, dietro parole come “collaborazione”, “armonizzazione” e “adeguamento”. Mi riferisco ai nuovi accordi con l’Unione europea, quelli che i sostenitori chiamano candidamente “Bilaterali III” e che io considero un vero e proprio accordo di sottomissione all’UE.
La loro sostanza è semplice: l’Unione europea decide, la Svizzera recepisce, le istituzioni europee interpretano e, se non ci adeguiamo, subiamo conseguenze e sanzioni. Uno decide. L’altro obbedisce. E oltre a obbedire, paga. Oggi versiamo a Bruxelles circa 130 milioni di franchi all’anno. Con i nuovi accordi arriveremmo a quasi mezzo miliardo. Una follia! Questo non è bilateralismo. Il bilateralismo nasce dalla parità. Questo sistema nasce dalla subordinazione.
Ci assicurano che il Popolo potrà continuare a votare. Ma che libertà è quella esercitata con una minaccia sul tavolo? Che sovranità è quella che può essere punita quando osa dire di no? Noi vogliamo commerciare e collaborare con i nostri vicini. Ma collaborazione non significa obbedienza e buon vicinato non significa sottomissione. La Svizzera non è una provincia di Bruxelles. È uno Stato libero, sovrano e indipendente. E per mantenerlo tale dobbiamo difendere lo strumento che rende concreta la nostra sovranità.
La democrazia diretta che affida l’ultima parola al Popolo. Da noi il Popolo è sovrano per diritto. Il cittadino può fermare una legge, correggere il Parlamento e modificare la Costituzione. Questo potere non è un ostacolo. È la nostra protezione. Nell’Unione europea il popolo non vota, non decide. Le decisioni spettano alla Commissione europea, sempre meno anche al Parlamento. La democrazia vale soprattutto quando il risultato non piace. Altrimenti diventa folclore. Ueli Maurer una volta mi disse: "La Svizzera non ha bisogno di Consiglieri federali eccellenti, perché c’è sempre il Popolo che corregge le decisioni sbagliate". Sembrava una battuta. In realtà descrive perfettamente la forza del nostro sistema: da noi l’ultima parola spetta al Popolo.
Ma il Popolo non è un concetto astratto. Vive nei Comuni, nelle città, nelle campagne e nelle valli. La Svizzera è costruita dal basso verso l’alto: prima il cittadino, poi il Comune, il Cantone e infine la Confederazione. Ed è qui che la democrazia diretta incontra il federalismo.
La Svizzera è anche Bedretto. Chi vive un territorio lo conosce meglio di chi lo osserva da una scrivania lontana. Da Berna o Bellinzona è facile spiegare come convivere con il lupo, soprattutto quando lo si è visto soltanto in fotografia. Qui il lupo significa animali sbranati, notti senza dormire e allevatori che si chiedono se valga ancora la pena continuare. Proteggere la montagna significa proteggere chi la mantiene, garantire servizi e permettere ai giovani di immaginare qui il proprio futuro. Le regioni di montagna non devono diventare musei a cielo aperto: belli da visitare nel fine settimana e vuoti durante il resto dell’anno.
La Svizzera non è soltanto i grandi centri. E aggiungo: per fortuna. La Svizzera è anche Bedretto. Difendere il nostro Paese significa però anche preservare il ruolo che ha scelto di assumere nel mondo. La neutralità serve alla pace e richiede forza. Neutralità non significa indifferenza. Ogni cittadino è libero di giudicare una guerra. Lo Stato svizzero, però, ha una responsabilità diversa: rimanere imparziale, proteggere il Paese e mantenere la credibilità necessaria per parlare con tutti. Il compito della Svizzera non è schierarsi come gli altri. È lavorare perché le armi tacciano. Se perdiamo la nostra imparzialità, perdiamo anche la capacità di mediare. Neutralità, però, non significa debolezza. Chi vuole essere neutrale deve essere pronto a difendersi. La pace non è garantita per sempre. Per questo dobbiamo rafforzare il nostro esercito. Ma nessun esercito può proteggere un Paese i cui cittadini hanno smesso di credere nei propri valori.
Il pericolo più grande è l’indifferenza. Ed è qui che arriviamo al pericolo più grave: la rassegnazione. Le città diventano più influenti e pretendono spesso di imporre alle campagne e alle valli modelli incompatibili con la loro realtà. Ma il rischio più grande non è soltanto ciò che altri vogliono decidere per noi. È che noi finiamo per arrenderci e dire: "Tanto non cambia nulla". Che smettiamo di votare, discutere e farci sentire. È così che iniziano i declini: non con un’esplosione, ma in silenzio, con l’apatia, la rinuncia e l’indifferenza. Una democrazia muore quando i cittadini smettono di credere che valga la pena difenderla.
Oggi chi critica il pensiero dominante viene spesso etichettato. Ma le etichette servono a evitare il confronto. Una democrazia adulta non mette a tacere. Risponde, discute e convince. Per me, tuttavia, questa responsabilità non è soltanto politica. È profondamente personale. Ho un figlio che tra poco compirà cinque anni. E faccio politica soprattutto per lui. Lo dico con franchezza: guardando al futuro sono preoccupato.
Mi preoccupa l’idea che possa crescere in una Svizzera meno libera, meno sicura di sé, più dipendente dalle decisioni altrui e meno capace di difendere ciò che la rende unica. Mi preoccupa che un giorno possa chiedermi perché la nostra generazione abbia rinunciato, per comodità o paura, a ciò che aveva il dovere di custodire. Non voglio dovergli rispondere che siamo rimasti in silenzio. Non voglio dirgli che avevamo capito, ma abbiamo preferito non reagire. E non voglio lasciargli il compito di riconquistare ciò che noi non abbiamo avuto il coraggio di difendere.
Faccio politica perché voglio consegnargli un Paese con più speranze, più libertà e più opportunità. Un Paese del quale possa andare fiero. Amo la Svizzera non perché sia perfetta, ma perché è nostra, perché ci è stata affidata e perché un giorno dovremo consegnarla ai nostri figli. Non l’abbiamo ricevuta soltanto in eredità dai nostri genitori.
L’abbiamo presa in prestito dai nostri figli. E abbiamo il dovere di restituirgliela libera, sovrana e indipendente.
Per questo, da questa valle, lancio un messaggio a chiunque pensi di poter decidere al posto nostro. La nostra libertà non è in vendita. La nostra democrazia non è negoziabile. La nostra neutralità non è un residuo del passato. E la Svizzera non si sottomette.
Non resteremo in silenzio e non rinunceremo al diritto di decidere. Difenderemo una Svizzera nella quale il Popolo ha l’ultima parola, che rispetta chi lavora, ascolta le proprie valli e protegge la propria indipendenza. Una Svizzera amica di tutti, ma serva di nessuno. Qui, tra queste montagne, sappiamo che nessuno difenderà la nostra casa al posto nostro. Sappiamo da dove veniamo.
Sappiamo chi siamo. E sappiamo che cosa dobbiamo difendere. La Svizzera rimarrà straordinaria finché vi saranno svizzere e svizzeri disposti ad alzarsi, parlare, partecipare e difendere il proprio Paese con la forza delle idee e della democrazia.