SECONDO ME
Terremoto AfD, Pesenti: “Il soffitto di vetro è esploso”
L’imprenditore dopo la vittoria schiacciante in Sassonia-Anhalt: “Non basta più costruire muri attorno alle forze di rottura. Bisogna capire perché milioni di cittadini hanno deciso di abbatterli”

Il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt ha provocato forti reazioni in Germania e in Europa. L’AfD ha conquistato il 43,8% dei voti, più che doppiando il risultato del 2021, mentre la CDU del cancelliere Friedrich Merz si è fermata al 17,2%. Un terremoto politico che, secondo Oliviero Pesenti, non può essere liquidato semplicemente come un’avanzata dell’estrema destra: il vero interrogativo riguarda la crescente distanza tra una parte dell’elettorato e i partiti tradizionali. Pubblichiamo di seguito la sua riflessione.

di Oliviero Pesenti *

Il 43,8% dell’AfD in Sassonia-Anhalt, contro il 17,2% della CDU, non è un semplice risultato elettorale. È un terremoto politico. Con un’affluenza del 77,8%, è difficile liquidarlo come voto marginale o di protesta. L’AfD ha più che raddoppiato il risultato del 2021, mentre il partito del cancelliere Friedrich Merz ha subito una pesantissima sconfitta.

Ma fermarsi alla vittoria dell’estrema destra sarebbe un errore. La domanda vera è molto più scomoda: perché una parte così grande dell’elettorato ha scelto di affidarsi a una forza che il sistema considera incompatibile con i suoi valori?

Per anni è stato costruito un muro politico attorno alle forze di rottura, nella convinzione che fosse sufficiente impedirne l’accesso al governo per contenerne la crescita. Ma un cordone sanitario può impedire a un partito di governare; non può impedire a milioni di cittadini di votarlo.

Ieri quel muro ha mostrato una crepa che non può più essere nascosta.

Non perché l’AfD abbia necessariamente ragione. Molte delle sue posizioni pongono interrogativi seri sull’immigrazione, sui rapporti con la Russia e sulla stessa tenuta dell’ordine democratico. Ma proprio per questo sarebbe miope ridurre tutto a un’etichetta.

La democrazia non si difende dicendo agli elettori che stanno votando male. Si difende facendo in modo che non sentano più il bisogno di votare contro tutto per essere ascoltati.

Qui sta la crisi della politica tradizionale. Il sistema dei partiti in carica non sembra più capace di ascoltare una parte crescente della società. E quando la politica smette di ascoltare, prima o poi sono gli elettori a farsi sentire nelle urne.

A questo si aggiunge un problema strutturale. Quando si costruiscono coalizioni soprattutto per impedire a una determinata forza di governare, anziché sulla base di una visione realmente condivisa, il rischio è di produrre governi costretti a mediare su tutto e quindi incapaci di proporre una linea chiara, coerente e riconoscibile. Si finisce per accontentare ogni componente, diluendo responsabilità e identità politica. Il compromesso, da strumento della democrazia, diventa così una politica senza direzione.

Il cittadino vede il proprio potere d’acquisto sotto pressione, teme per il lavoro e per il futuro dei figli, sopporta il costo dell’energia e dell’inflazione e percepisce una politica migratoria incapace di dare risposte convincenti. Contemporaneamente assiste a una crescita enorme della spesa per sicurezza e difesa, mentre l’Europa chiede sacrifici crescenti.

Che queste percezioni siano sempre fondate conta meno di un fatto: sono diventate politicamente reali.

Ed è qui che nasce l’antipolitica: non quando il popolo si allontana dalla politica, ma quando la politica si allontana dal popolo.

Il risultato tedesco è quindi un avvertimento all’intero continente. Non significa che Francia, Italia, Spagna o altri Paesi seguiranno automaticamente la stessa strada. Significa però che il tabù della «forza di rottura» è sempre più debole e che gli elettori sono meno disposti ad accettare che le loro paure vengano archiviate come semplice populismo.

Da qui la dimensione geopolitica.

La Germania è il cuore economico dell’Europa e uno dei suoi pilastri strategici. Se la sua politica interna entra in una fase di forte polarizzazione, ne risentiranno inevitabilmente le grandi scelte europee: difesa, Ucraina, energia, immigrazione, industria e rapporti con Stati Uniti e Cina.

Il primo banco di prova sarà il riarmo. L’Unione europea ha previsto, attraverso ReArm Europe/Readiness 2030, fino a 800 miliardi di euro di spesa aggiuntiva per la difesa entro il 2030. È una svolta strategica comprensibile davanti al deterioramento della sicurezza europea. Ma una politica di questa portata deve essere sostenibile anche democraticamente: sicurezza e benessere non possono essere presentati come valori alternativi.

Per Merz la sfida è enorme. Deve rafforzare la difesa, rilanciare l’economia, sostenere l’Ucraina e mantenere Berlino saldamente nella NATO, mentre l’AfD gli contesta la capacità di rappresentare una parte crescente del Paese. Il problema non è una crisi di governo immediata, ma l’erosione della sua autorità e il rischio che la CDU debba prima o poi decidere come reagire alla crescita dell’AfD.

Anche l’asse franco-tedesco entra in una fase delicata. Non è morto, ma non può più essere considerato automaticamente la cabina di regia dell’Europa. Francia e Germania hanno bisogno di costruire una nuova architettura di sicurezza, ma per farlo necessitano di consenso interno. Se quello tedesco dovesse indebolirsi, il baricentro europeo potrebbe diventare più multipolare, con Polonia, Italia, Spagna e Paesi nordici pronti a rivendicare un peso maggiore.

Washington guarda alla svolta con interesse e preoccupazione. Un’Europa che spende di più per la propria difesa risponde a una richiesta americana di lunga data; un’Europa politicamente frammentata, però, sarebbe un alleato più difficile da coordinare. Per Pechino, invece, una maggiore divisione europea rappresenterebbe un’opportunità strategica: un’Europa meno coesa è meno efficace nel negoziare su commercio, tecnologia, industria e dipendenze strategiche.

Anche l’immigrazione cambierà. I partiti tradizionali saranno costretti a confrontarsi con una domanda crescente di controllo delle frontiere, procedure d’asilo più rapide, rimpatri effettivi e accordi più incisivi con i Paesi di origine e transito. E più l’Europa avrà bisogno di Nord Africa, Medio Oriente e Turchia per gestire i flussi, maggiore sarà il loro potere negoziale.

Non siamo necessariamente davanti alla fine dell’Europa. Siamo davanti alla possibile fine di un certo modo di governarla.

Il vecchio equilibrio presupponeva che i partiti tradizionali potessero continuare a governare il centro mentre le forze di rottura restavano ai margini. Ma quando il centro perde consenso, il problema non è più il margine. È il centro stesso.

La risposta non può essere inseguire l’AfD su ogni tema, né demonizzarla come spiegazione di tutto. Deve essere molto più difficile: tornare a produrre crescita, sicurezza, competitività industriale, controllo delle frontiere e fiducia nel futuro; spiegare perché il riarmo è necessario e come verrà finanziato; dimostrare che l’Europa può proteggere i propri cittadini senza chiedere loro sacrifici indefiniti. Perché se la politica non riuscirà a farlo, saranno gli elettori a farlo al posto suo.

Il voto di Sassonia-Anhalt non dimostra che l’AfD abbia conquistato la Germania. Dimostra qualcosa di forse più importante: il soffitto di vetro che per anni ha limitato l’ascesa delle forze di rottura è esploso.

Le prossime elezioni potrebbero diventare il referendum su un’intera classe dirigente e questa volta non basterà costruire un muro. Bisognerà finalmente capire perché milioni di cittadini hanno deciso di abbatterlo.

* imprenditore

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