La nostra identità ci dovrà rendere attente sentinelle verso coloro che cercheranno ancora una volta di sfruttare la parola debito per tenere salde le redini del potere

di Roberta Nicolò
In questi giorni su Facebook sono apparse alcune sfide lessicali. Si chiede di inventare nuove parole per questi tempi di pandemia. E allora largo alla fantasia: psicovirus, curvapiattisti, covidiots, carognavirus.
Ma ci sono, a mio avviso, due parole che non occorre neppure inventare per raccontare questo tempo. Che ci danno una lettura del prima e ci indicano una via per il dopo Covid19.
La prima parola è identità.
Nella società globalizzata e ideologicamente divisa tra sinistra e destra (anche se si va dicendo che sono concetti ormai superati dalla storia) del pre Cooronavirus, la parola “identità” ha assunto una connotazione talvolta negativa. Ha perso il suo valore intrinseco. O meglio, lo ha dimenticato. Abbiamo smarrito la rotta, dichiarando guerra all’identità. Abbiamo rivendicato un valore assoluto di umanità, che si è tradotto, però, in una globalizzazione non dei sentimenti solidali bensì di mero interesse economico.
Rivendicare un’identità che non sia quella globale significa, quasi automaticamente, rivendicare il sovranismo. Un gioco pericoloso e ingiusto. Una narrazione a più livelli che si è andata via via scollando dalla realtà del mondo nel quale viviamo. Così l’identità economica è diventata il termometro esistenziale di tutte le società occidentali e non solo. È diventato il metro con il quale misurare le sfide, i rapporti, anche personali, di ognuno di noi.
Abbiamo cambiato il significato sociale del lessico andando a contrapporre a identità la parola solidarietà. Una solidarietà, anche questa, più di facciata che di sostanza. Una solidarietà che ha spesso creato più fratture che unioni. E così la lettura della quotidianità, sia a destra sia a sinistra, ha assunto sfumature sempre più utili al mantenimento di uno status quo politico, economico e sociale. Una lotta virtuale al servizio delle opportunità della globalizzazione, valore ormai indiscusso e indiscutibile. La stessa globalizzazione che ci ha mostrato, oggi, con evidenza, una grande serie di limiti.
Altra parola chiave per comprendere la società che ci apprestiamo, mi auguro, a lasciarci alle spalle è debito.
Il debito che da sempre costringe migliaia di uomini, donne e bambini dei paesi più poveri del mondo a incamminarsi verso i paesi ricchi, ma che nessuno si sogna di azzerare. Il debito dei paesi egemoni che lo brandiscono come arma in una nuova forma di colonizzazione, ancora una volta, al grido di globale. Il debito dei paesi europei, che li vede oggi lontani e non vicini a trovare una soluzione condivisa a questa pandemia. Il debito dei nostri stessi Cantoni rispetto all’economia di mercato, che vuole lo sfruttamento incontrollato di mano d’opera straniera, vuole la delocalizzazione delle grandi industrie e che vorrebbe dettare perfino la linea politica sulla salvaguardia della salute dei suoi cittadini. Tutti concetti triti e ritriti, ma che meritano forse di essere riletti alla luce di questa nuova realtà. Il debito, infine, che la nostra coscienza ha verso un senso profondo di appartenenza.
Questo momento difficile, nonostante tutto, ci vede riscoprire parole sottovalutate. Parole che dovranno essere presenti nella costruzione del dopo virus.
La nostra identità è quella che ha acceso la solidarietà reale tra le persone. Quella che spinge i volontari a fare la spesa per le persone più fragili. Che ci fa restare chiusi in casa per il bene comune. Che ci fa urlare un sonoro NO a chi vorrebbe, ancora una volta, preferire il soldo alla vita. Identità che ha messo d’accordo tutti: imprenditori e lavoratori, politici e popolo. Oggi ci sentiamo tutti profondamente ticinesi, senza che nessuno lo avverta come un sentimento nazionalista divisivo. Identità, parola che fa parte di ogni singolo essere umano.
Identità intesa come identità individuale e di gruppo. Come responsabilità verso noi stessi e gli altri. Come simbolo di appartenenza e come segno di resistenza. Identità che ha ancora la capacità di farci remare coesi e di farci dire la vita viene prima di tutto. Perché anche se il mondo sembra correre veloce, gli elementi fondanti dell’identità umana, hanno bisogno di tempi molto, molto più lunghi prima di smarrirsi per sempre.
La nostra identità ci dovrà rendere attente sentinelle verso coloro che, restando legati al passato, cercheranno ancora una volta di sfruttare la parola debito per tenere salde le redini del potere. I problemi di un mondo troppo attento solo al profitto a tutti i costi di è dimostrato fragile. Sta a noi e alla nostra identità di cittadine e cittadini vigilare sul mondo che verrà.
Debito e debitori. E allora occorre ricordare che se siamo debitori a chi, in questi giorni, è in prima linea per salvare vite non dobbiamo trasformarci in debito sull’altare di un mondo produttivo che non sia a dimensione umana.
*giornalista