Il gruppo libanese, ideato e foraggiato da Teheran, è ben più di una milizia armata fino ai denti che pratica il terrore anche all’interno del proprio Paese

A cura della redazione de ilfederalista.ch
“Così l’accordo del Libano con Israele può scatenare una guerra civile”, titolava lunedì La Stampa, motivando la profezia nel catenaccio: “Il disarmo del Partito di Dio è la condizione non realizzabile di un’intesa nata fragile”. Ma non solo il quotidiano torinese bensì la gran parte dei media, occidentali e mediorientali, ha interpretato con toni scettici e allarmati l’accordo quadro tra Libano e Israele firmato dalle due parti a Washington il 26 giugno, sotto l’occhio severo del Segretario di Stato Marco Rubio.
Una “capitolazione”, ma con il perdente che cambiava a seconda del punto di vista: Israele a detta della stampa di Tel Aviv, il Libano per quella di Beirut, con termini apocalittici sui media di Hezbollah. È infatti difficile dare torto al portavoce del “Partito di Dio”, ma per il Libano, forse, l’accordo potrebbe rappresentare un’estrema opportunità, un’ultima ancora di salvezza. Ma a che prezzo?
Per intuirlo basti ricordare, anzitutto, quante siano le guerre che da oltre 70 anni oppongono Israele e Libano: almeno otto (scaramucce di frontiera escluse), tutte risoltesi con esiti nefasti per il piccolo Stato arabo, anche se a volte -vale per le ultime tre- lanciate dal Libano stesso (2026, 2023 e 2006), con responsabilità diretta di Hezbollah.
Conoscere Hezbollah
D’altra parte, occorre lumeggiare il punto problematico dell’accordo appena siglato tra i due Stati, che riguarda -come accennato- la “trappola” che subordina il ritiro delle truppe israeliane dal Sud del Libano al disarmo di Hezbollah da parte delle autorità libanesi. Impossibile -è opinione pressoché unanime di osservatori e commentatori-, senza provocare una guerra civile tra l’esercito di Beirut e le milizie del potente gruppo sciita sostenuto e finanziato dall’Iran. L’obiezione è fondata, se solo diamo uno sguardo alla natura e alla potenza di Hezbollah.
Hezb, come abbreviano i libanesi, non può essere ridotto a un gruppo armato fino ai denti, utilizzato da Teheran come fer de lance per le proprie operazioni “sporche” e come strumento di asservimento del Paese dei Cedri. Il gruppo sciita fondato da Hassan Nasrallah e guidato oggi da Naim Qassem è un progetto sociale a tutto tondo. Secondo uno studio della Joint Special Operations University (JSOU) statunitense, quasi la metà del bilancio di Hezbollah è destinata al settore sociale, che include assistenza sanitaria, pensioni per i veterani, istruzione, ricostruzione; il gruppo si è pure dotato di movimenti giovanili, come gli Scout Imam al-Mahdi.
Per foraggiare l’insieme di queste istituzioni (che comprende quattro ospedali, dodici cliniche, dodici scuole, due centri agricoli, il più vasto nella valle della Bekaa), nonché un’imponente rete di assistenza sociale, l’Iran investiva nel 2023 circa 700 milioni di dollari l’anno. Ai quali vanno aggiunte le spese per lo scavo di un imponente reticolo di tunnel (stimato attorno ai 40 km di lunghezza), i missili, i droni e altre forme di armamenti. Senza sottovalutare l’entità dei fondi pubblici dirottati per stipendiare decine di migliaia di militanti e sostenere le loro famiglie. Il tutto finanziato tramite un sistema bancario indipendente che ruota attorno all’Associazione al-Qard al-Hassan.
“Disarmare”? C’è ben altro
Torniamo al compito proibitivo che l’accordo firmato con Israele assegna allo Stato libanese: “disarmare Hezbollah”. Missione impossibile? Miccia di un’inevitabile guerra civile? Ci affidiamo alle riflessioni del condirettore del quotidiano libanese (di proprietà maronita) “L’Orient-Le-Jour”. Anthony Samrani invita per prima cosa a mettere a fuoco il significato, nel contesto, dell’espressione “disarmo di Hezbollah”. Egli accusa di “disinformazione” chi ha messo in circolazione due idee.
“In primo luogo, l'idea che il problema principale derivi dalla mancanza di capacità dell'esercito libanese; in secondo luogo, la nozione che il disarmo implichi una guerra aperta e totale tra l'esercito e le milizie (…). Il problema principale non risiede nelle capacità, bensì nella volontà politica. L'esercito libanese è tradizionalmente molto restio all'uso della forza, soprattutto negli affari interni (…). Ai suoi occhi, Hezbollah è un partner, a volte complesso o persino ostile, ma non un nemico da neutralizzare. Il fatto che l'esercito sia composto per almeno il 30% da sciiti rafforza questa percezione, ma anche il timore di un'implosione in caso di scontro con le milizie filo-iraniane”. [le sottolineature sono a cura dell’autore]
Ad essere chiamato in causa è il Presidente della Repubblica, l’ex generale Jospeh Aoun (si veda qui). Nel sistema politico libanese la figura del Presidente gode di una vasta autorità politica. Con il sostegno della comunità internazionale, il compito di Aoun e dell’esercito regolare non sarebbe, a detta del direttore di OLJ, proibitivo. Ma a una condizione, quella di non ridurre il “disarmo” al versante militare.
“La missione in questione non consiste nel combattere ogni singolo miliziano di Hezbollah o nel perquisire ogni casa alla ricerca di armi, ma nel neutralizzare progressivamente la sua capacità di nuocere. La dimensione militare è, ovviamente, essenziale per imporre l'autorità statale su tutto il territorio, ma non può essere l'unico obiettivo della politica di "disarmo" di Hezbollah. Hezbollah ha molteplici sfaccettature, e ognuna di esse deve essere affrontata per poterlo neutralizzare”.
A rischio della propria pelle
Non tutti i lettori ricordano forse che nel Libano contemporaneo l’opposizione alla corruzione e alla violenza di Hezbollah si è sovente pagata con la vita. Politici e giornalisti morti ammazzati per le strade o nelle loro case sono decine. Samrani ha il coraggio di declinare nel dettaglio come affrontare le “molteplici sfaccettature” della milizia libanese, longa manus degli ayatollah e delle Guardie della Rivoluzione iraniane, che da decenni opera impunemente insanguinando il Libano, trascinato in guerre insensate e colpito nelle sue figure istituzionali.
1) Abbandonare l’idea che Hezbollah “sia una componente indispensabile della nazione”, con la conseguenza che il gruppo sia trattato “come un’organizzazione criminale da combattere”.
2) La “rimozione della sua influenza” dai ministeri, dai principali organi statali, in particolare dagli organi di sicurezza. Anche allo scopo di paralizzare finanziariamente il gruppo terrorista.
3) L’arresto dei funzionari del partito che minacciano la pace civile.
Anthony Samarani mette nero su bianco anche quali siano, a suo avviso, le condizioni politiche necessarie per dare seguito al progetto: da un autentico dialogo nazionale sul modello libanese alla ricostruzione del Sud sciita interamente a carico dello Stato. E puntualizza ovviamente come il ritiro di Israele dal territorio libanese sia indispensabile all’attuazione del “disarmo” di Hezbollah. Drammatica la consapevolezza dei rischi cui andrebbe incontro chi si avventurasse nell’impresa.
“Hezbollah non si arrenderà. Ricorrerà all'intimidazione e agli attacchi. Sfrutterà le strade contro l'esercito e tenterà di rovesciare il governo. Ma se avrà il sostegno delle potenze straniere e della maggioranza della popolazione, il governo potrà resistere, e più a lungo resisterà, meno Hezbollah sarà in grado di intimidire il resto del Paese”.