Sulle elezioni suppletive per gli Stati, il Governo si è trovato a decidere tra due pessime soluzioni. Ma sui diritti democrtici deve prevalere la legge

di Andrea Leoni
L’artefice del pasticcio ha un nome, un cognome e un indirizzo: Marina Carobbio, presso partito socialista ticinese. Lei ha innescato il problema e lei aveva tra le mani una soluzione comoda ed elegante per risolverlo per tempo a beneficio del Cantone e del Governo nel quale oggi siede. E il PS, anziché incoraggiarla amichevolmente verso l’uscita di sicurezza, l’ha assecondata nell’ostinato cammino verso il precipizio, rendendosi co-responsabile del guazzabuglio.
Qualunque decisione avesse assunto il Consiglio di Stato sulle elezioni suppletive per sostituire la neo direttrice del DECS alla Camera Alta, sarebbe stata un pateracchio. Il Governo si è trovato a scegliere tra una stramba chiamata al voto, ma rispettosa della legge, e la decisione infine assunta che, in modo un po’ monarchico, fa prevalere sul diritto ragioni organizzative, di opportunità e di buon senso, che pure non sono campate in aria.
Non si trattasse di diritti popolari, la questione potrebbe essere affrontata più a cuor leggero. Ma trattandosi di democrazia, nella patria della democrazia diretta, il principio “in dubio, pro populo” dovrebbe essere sempre una bussola sicura da seguire in queste occasioni, pur nella sgradevole consapevolezza di ciò che tale via potrebbe comportare, come nel caso di specie. D'altra parte la democrazia non è solo comodità e candore. Vero è pure il richiamo a un altro saggio principio: le regole vanno applicate “cum grano salis”. Ma è complicato appellarsi al buon senso a valle, quando è mancato completamente a monte.
Condividiamo le parole espresse sul tema dal capogruppo del Centro Maurizio Agustoni, mercoledì scorso a Detto tra noi su TeleTicino, prima dunque che il Governo si determinasse: “Il PS ci ha messo in una situazione fantozziana, a causa delle sue beghe interne. Ma quando si parla di diritti popolari, credo che le ragioni di opportunità non siano molto valide, quindi penso che bisognerebbe votare. Il Governo non può stabilire il principio che convocare le elezioni per soli sei mesi, sia inutile”. È arbitrario, insomma, perché uno potrebbe chiedersi: perché è inutile sei e non nove o cinque mesi? E chi lo stabilisce se i ticinesi votano troppo o troppo poco e se ne sono contenti o stufi? Lo decide il Governo fino a che punto e in quale modo è ragionevole rispondere a queste domande e applicare la legge? È un approccio e un precedente scivolosissimo.
Ribadito di nuovo che il Consiglio di Stato si è trovato di fronte a una scelta tra due pessime soluzioni, non vanno sottaciuti un paio di elementi nelle riflessioni sull’opportunità, a cui si è appellato l’Esecutivo. Ci fosse stato un solo partito, tra i principali che siedono in Governo, con un chiaro interesse ad andare a votare subito, le elezioni suppletive sarebbero state convocate senza troppe discussioni. Secondo: il forte richiamo ai costi di una votazione suppletiva da parte dei ministri, è abile ma puro populismo governativo. È infatti sufficiente spulciare il consuntivo per trovare spese analoghe o superiori, allocate o sperperate - scegliete voi - per questioni assai meno importanti.
Vedremo ora se coloro che ieri si sono detti indignati per la decisione del Governo - Avanti e UDC - passeranno dalle parole ai fatti, presentando un ricorso ai tribunali e lasciando ai giudici la valutazione giuridica di una decisione che ad oggi è solo politica. Sarebbe anche un modo per verificare la fondatezza della battuta che ieri pomeriggio circolava nei corridoi di Palazzo subito dopo l’insediamento del nuovo Governo: il giuramento sulla costituzione e le leggi è durato lo spazio di un mattino.