"Perché la cooperazione rafforzata tra Sion e Roma è una buona notizia, e cosa insegna il precedente del Monte Bianco"

di Niccolò Salvioni *
La notte di Capodanno 2026 ha lasciato una ferita profonda nelle Alpi svizzere. Un incendio nel locale notturno Le Constellation di Crans-Montana ha ucciso 41 persone e ne ha ferite 116, tra cui sei giovani italiani morti e undici feriti. Una tragedia che ha attraversato i confini quasi subito, trasformandosi in un caso diplomatico e giudiziario di rara complessità.
Da una parte, la Svizzera — con il Ministero pubblico del Canton Vallese che conduce l’inchiesta principale sui gestori del locale, i coniugi francesi Jacques e Jessica Moretti, e su funzionari comunali che non avevano eseguito controlli antincendio dal 2019. Dall’altra, l’Italia — con la Procura di Roma che ha aperto un fascicolo autonomo, trasmesso una rogatoria a Sion e chiesto l’istituzione di una squadra investigativa comune. In mezzo, una crisi diplomatica vera: l’ambasciatore italiano richiamato da Berna il 24 gennaio, dopo la scarcerazione di Moretti da parte del tribunale vallesano.
Il paradosso della pressione politica
Il problema non è che l’Italia abbia chiesto giustizia per le proprie vittime — è giusto e doveroso che lo faccia. Il problema è il modo. Il diritto internazionale, e in particolare l’art. 2 della Legge federale svizzera sull’assistenza in materia penale, prevede che la cooperazione giudiziaria possa essere rifiutata quando un procedimento appare guidato da motivazioni politiche anziché dalla ricerca della verità. Paradossalmente, quindi, più Roma alzava la voce sul piano diplomatico, più rischiava di fornire alla Svizzera gli argomenti per rallentare — o rifiutare — la cooperazione.
Giovedì 20 febbraio, a Berna, si è trovata una via d’uscita da questo paradosso. La Procura del Canton Vallese e la Procura di Roma hanno concordato una «cooperazione rafforzata»: non ancora la squadra investigativa comune che il governo italiano aveva pubblicamente rivendicato, ma un meccanismo congiunto di scambio delle prove, con gli inquirenti italiani che potranno partecipare, a intervalli regolari, alle operazioni di assistenza giudiziaria in Svizzera — a partire dalla selezione del materiale probatorio già raccolto — fermo restando che le decisioni sul territorio svizzero resteranno di competenza esclusiva della Procura vallesana.
Due procure, pari dignità
È importante capire che cosa significa questa scelta sul piano istituzionale. La competenza territoriale della magistratura vallesana non è una prevaricazione svizzera: dipende semplicemente dal fatto che l’incendio è avvenuto in Svizzera, esattamente come succederebbe in senso inverso se un incidente analogo avvenisse a Milano con vittime svizzere. Le due procure sono autorità indipendenti e di pari dignità, che hanno scelto insieme di lavorare dentro il diritto anziché sotto la pressione dei rispettivi governi.
C’è un dettaglio che racconta molto di questo spirito: la Svizzera ha chiesto di accedere ai dati dei cellulari delle vittime italiane e alla documentazione sanitaria raccolta in Italia. Roma riconosce il lavoro di Sion, Sion riconosce il lavoro di Roma. La fiducia reciproca non è una formula diplomatica — è la precondizione tecnica di qualsiasi cooperazione giudiziaria che funzioni davvero.
Il rischio del doppio processo
Il confronto con il precedente del Monte Bianco è illuminante. L’incendio nel traforo del 24 marzo 1999 — 39 morti — aveva dato luogo a procedimenti paralleli in Francia e in Italia che non si sono mai davvero coordinati, con sentenze difficilmente conciliabili e conflitti di giurisdizione che hanno penalizzato soprattutto le vittime.
Quel caso, pur con un numero elevato di vittime italiane, non aveva prodotto il richiamo dell’ambasciatore né una pressione politica paragonabile a quella odierna. Se i due processi su Crans-Montana dovessero smettere di parlarsi, si rischierebbe lo stesso: una condanna definitiva in Svizzera bloccherebbe, per effetto del principio europeo del ne bis in idem, qualsiasi ulteriore processo in Italia sugli stessi fatti e per le stesse persone.
La tavola rotonda per le vittime
Parallelamente all’inchiesta penale, la Confederazione ha mosso un passo concreto sul fronte del sostegno alle famiglie. L’11 febbraio il Consiglio federale ha deciso di istituire una tavola rotonda presieduta dall’Ufficio federale di giustizia, con vittime, assicuratori, Cantone Vallese e Comune di Crans-Montana. Non un gruppo burocratico: una piattaforma orientata alla conciliazione, per offrire risposte concrete senza attendere i tempi — inevitabilmente lunghi — del processo penale. È il modello che la Svizzera aveva già sperimentato dopo la strage di Luxor del 1997: tenere separati il canale del risarcimento e il canale della giustizia penale, così che nessuno dei due intralci l’altro. Il primo incontro di coordinamento ha avuto luogo a Berna il giorno dopo l’incontro tra le due procure.
La lezione di Berna è semplice: la giustizia transfrontaliera funziona quando le procure lavorano insieme nel rispetto del diritto, non quando i governi si fronteggiano nelle dichiarazioni pubbliche. Giovedì questo è accaduto. Le famiglie delle vittime meritano che non resti un’eccezione.
* avvocato, analista politico-istituzionale